sabato 18 luglio 2026

Il destino come vocazione


La riflessione di Georg Simmel sulla finitezza umana non appartiene alla biologia, ma alla morfologia dello spirito. In questo volume, che per la prima volta integra e mette a confronto due testi cruciali della sua maturità - Metafisica della morte (1910) e Il problema del destino (1913) - l'esistenza viene indagata come un organismo vivente che trova nel limite la sua stessa condizione di possibilità. Per il filosofo berlinese, la morte non è un'irruzione esterna che tronca il cammino dei giorni, ma un principio strutturale che abita la vita fin dal suo primo istante. È la “forma” che sottrae il vivere all'indistinto, conferendogli quell'unità e quel significato che permettono all'individuo di proiettarsi oltre se stesso, nelle opere della cultura e nei simboli dell'eterno. A questo nodo metafisico si lega, in una dialettica serrata, la questione del destino: un concetto che Simmel sottrae alla cieca fatalità per restituirlo a una dinamica interiore, dove il caso si trasforma in una trama necessaria di senso. Attraverso una prosa di rara densità speculativa, Simmel esplora la tensione irriducibile tra la libertà del singolo e le forze impersonali che orientano il divenire. Questi saggi, pietre miliari del vitalismo neokantiano, sunteggiano le grandi inquietudini del Novecento, offrendo una sintesi magistrale tra la necessità del limite e l'apertura all'infinito. (presentazione editoriale)

Mauro Cascio
Simmel, la morte, il destino
La Voce Repubblicana, 8 aprile 2026

Filosofia della vita, ontologia dell’umano. Se uno dovesse esprimersi per slogan, per etichette, ce la sbrigheremmo così. Perché Simmel, con Heidegger, è intanto questo, rendere il frammentario, non per esiliarlo, in nome di una pretesa compiutezza, ma per abitarlo. È la tensione della vita con cui ha a che fare il soggetto. È l’esserci, lo stare qui, che interessa, indipendentemente dall’altrove, dal là fuori. Eppure questo bisogno di senso pesa, anche le filosofie del finito, quelle che si sono allontanate dalla visione eroica di Hegel, sentono un vuoto che non riempiono.

Capisci bene la vita solo se hai presente la morte. Questa è la riflessione di partenza in questo libro, Morte e destino, in uscita per Aragno che ho curato con Giovanni Balducci. La contraddizione fondamentale. L’opposizione radicale che dà significato pieno, autentico e vero ai termini che stanno uno di fronte l’altro. Così in quest’opera, che integra e mette a confronto due testi cruciali della maturità del filosofo berlinese, Metafisica della morte (1910) e Il problema del destino (1913), la morte non è qualcosa che semplicemente giunge, irrompe, distrugge una forma per confonderla con l’indistinto, non è un nulla che sostituisce la pienezza di un tutto. Ma un principio che tiene in tensione e che entra in gioco sin dal primo momento della nascita. Simmel fa suo Hegel. Vita e morte è la contraddizione fondamentale. Ed è il movimento dialettico che ci regala la speranza. Questa, a rigore, è la Buona Novella, il senso del Kerygma, quello che salva l’umano dalla sua insipienza.  Non è molto, ma ci piace pensarla così: che sia in questo annunciare il destino che da sempre ci appartiene.

Il ruolo della filosofia, anche questo va detto, non è quello di interpretare partigianerie o colorare di cultura ideologie più o meno bislacche. Il ruolo della filosofia è quello di aiutare tutti a chiarificare la ricerca di senso. A partire dalle domande ultime. Anche Simmel ha bisogno di Hegel: è un cercare l’oriente, perché senza un punto fisso non c’è una bussola, non c’è un percorso e non è possibile un percorrere. Non occorre la passione per i polizieschi, ci diceva Vittorio Messori, per essere coinvolti nella storia della ricerca di Dio. Vous étes embarqués, anche voi siete incastrati, ricorda Pascal, a chi vorrebbe eludere il problema del proprio destino. No, la ricerca alle domande dell’uomo è qualcosa di più di un qualcosa, nella storia, che ci chiama e ci coinvolge. Perché, anche a prescindere dalle risposte, è intanto la domanda che dà un significato, per quanto provvisorio, al nostro esserci.

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