![]() |
| Deng Xiaoping |
Emanuele Giordana
Molto meno comunismo, più Cina
il manifesto, 18 luglio 2026
Il taxista di Kashgar ci guarda perplesso: non comprende l’indirizzo in mandarino che gli mostriamo sul cellulare. Il cinese lo capisce ma, evidentemente, non lo legge. Glielo scriviamo col traduttore in uiguro, la lingua della famiglia turcica che si parla nello Xinjiang, l’estrema regione occidentale della Cina. Si scrive in caratteri arabi e il suono ricorda certe parlate dell’Asia centrale. Ora l’indirizzo è chiaro. Mette sul computer di bordo il tragitto e fa partire una canzone nella sua lingua. Alla fine della corsa ci salutiamo con un Salam.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima, specie con gente di una certa età. Sanno il cinese e lo parlano ma preferiscono la loro lingua madre, ancora, a quanto ci sembra di capire, veicolo linguistico prioritario. Ma quanto durerà adesso che la legge entrata in vigore in luglio, con l’intento dichiarato di forgiare una forte identità «cinese», mette a serio rischio lingue e dialetti che non hanno a che vedere con il mandarino standard? La lingua ufficiale della Cina è parlata dalla comunità Han, la più popolosa, anche se molti di loro hanno come lingua madre altri idiomi sinitici (come il cantonese per esempio). Le legge mette a rischio non solo la lingua ma tradizioni, cultura, valori, memoria.mpio di Nanhua, Shaoguan nel Guangdong. Monaci in preghiera nel luogo dove risiedette Huin
Il nostro viaggio nel grande pianeta cinese è cominciato in marzo, proprio quando il Parlamento varava la legge. Da allora abbiamo visitato alcuni classici luoghi della Cina dove la cultura Han ha i suoi punti di forza. E poi lo Xinjang, una delle aree, con il Tibet o la Mongolia interna, dove vivono importanti «minoranze».
Capire cosa significa «identità cinese», come si è evoluta, in che direzione va, ci ha spinto a cercare i segnali di un nuovo comune denominatore che sembra lasciarsi alle spalle il mito del «grande Timoniere», i cui busti, spille, immaginette sembrano sempre più relegati tra le mura degli antiquari o nei mercatini che trattano come materia esotica gli anni delle Guardie Rosse e della Rivoluzione culturale, con gadget un tempo pane quotidiano diventati oggetti da collezionisti.
Il viaggio lo iniziamo da Guangzhou (Canton) per due buoni motivi: se è vero che la Cina sta puntando su una nuova forma di identità, meno comunista e più identitaria, questo deve riguardare l’esaltazione di alcuni personaggi e persino alcuni aspetti religiosi fino a ieri ignorati, rimossi, persino vietati. E la prima figura che incarna il concetto di nazione cinese, di un’identità che si libera del fardello coloniale e idealizza una nuova Cina forte e indipendente, non può essere che Sun Yatsen (1866-1925), considerato il padre della Cina moderna e la guida del movimento rivoluzionario che pose fine a oltre duemila anni di dinastie imperiali, aprendo la strada alla nascita della Repubblica di Cina di cui divenne, il 1º gennaio 1912, presidente provvisorio.
Sun Yatsen, il padre fondatore
Ideatore del Kuomintang, nazionalista repubblicano e modernizzatore, Sun Yatsen era influenzato sia dal liberalismo occidentale sia, negli ultimi anni, da elementi di socialismo confluiti nei «Tre principi»: nazionalismo, democrazia, benessere del popolo. Benché sia ovviamente onorato a Taiwan, dove ancora esiste il suo partito, è molto considerato anche nella Repubblica popolare che sottolinea il suo anti-imperialismo, il ruolo dello Stato nell’economia e la collaborazione con Mosca e i comunisti negli ultimi anni della sua vita. Recentemente, la Cina ha riproposto la sua figura come quella del primo personaggio a elaborare un progetto moderno per la rinascita nazionale di una Cina forte e unita di cui il Pcc si è fatto interprete come chi sta portando a compimento quel programma. Nel 2025, centenario della sua morte, ci sono stati saggi, conferenze e commemorazioni ufficiali per celebrare Sun e il 2026 potrebbe segnare la sua definitiva consacrazione come figura ponte tra la rivoluzione del 1911 e il progetto politico attuale. Nel 160º anniversario della sua nascita si svolgerà una grande cerimonia ufficiale a Pechino il 12 novembre corredata da convegni accademici e mostre in diverse città.
È facile rendersene conto a Guangzhou che gli ha dedicato il Memorial Hall, il Palazzo presidenziale utilizzato da Sun quando la città fu la capitale del suo governo rivoluzionario negli anni Venti. Davanti all’edifico progettato dall’architetto Lü Yanzhi, autore anche del Mausoleo di Sun a Nanchino, troneggia una statua di bronzo del padre fondatore alta più di 5 metri. Dentro, accanto a uno spazio enorme per concerti e cerimonie, c’è un percorso celebrativo della sua vita e si nota anche un pannello dedicato a Matteo Ricci, il gesuita italiano che la Cina considera un ponte tra Oriente e Occidente. È uno spazio che rivela il modo in cui la Rpc racconta come e chi ha aiutato la Cina a crescere. Ecco perché non deve stupire ciò che si può vedere a 200 chilometri a Nord di Guangzhou, raggiungendo il Tempio di Nanhua, a Shaoguan sempre nel Guangdong. È il luogo dove risiedette Huìnéng (638–713), il Sesto Patriarca del buddismo Chan, la scuola cinese che seppe coniugare buddismo indiano a confucianesimo e taoismo e da cui si è poi originato lo Zen giapponese.
Huìnéng e il buddismo cinese
Il grande Tempio è pieno di fedeli e di turisti laici che lo visitano nella sua ampia architettura che porta alla mummia di quello che è considerato il vero artefice del «buddismo cinese». Quello di Huìnéng non è l’unico tempio Chan, ma quello dove riposa il suo corpo mummificato è non solo ampiamente tollerato ma assolutamente curato nella struttura e nell’ampio spazio verde circostante dove si alternano banchetti dove bruciare incensi, teche, spazi per la preghiera e luoghi «laici» dove fumare una sigaretta.
In un Paese dove la Rivoluzione culturale aveva distrutto i luoghi di culto (tutti i templi ne riportano in qualche modo le ferite) colpisce vedere un tempio così pieno di fedeli che si genuflettono. Huìnéng è il teorico dell’illuminazione possibile in ogni momento perché tutti gli esseri possiedono la natura di Budda e va dunque data la priorità all’esperienza diretta evitando rituali, formalismo e studio puramente teorico (Bompiani ha appena ripubblicato Sutra dal soglio del sesto patriarca, una summa del suo pensiero rivisitata dalla studiosa di Storia del buddismo cinese Laura Lettere). Ma non sta qui il punto.injiang. Donne della minoranza tagica in costume durante una evento al forte
Huìnéng, per il quale nel 2025 in occasione del 1300º anniversario della morte, si sono svolte grandi celebrazioni, viene considerato dal regime una figura centrale della tradizione culturale e religiosa nazionale. Negli ultimi vent’anni Pechino ha progressivamente spostato l’attenzione dal Huìnéng maestro religioso a grande figura della civiltà cinese: il Chan non viene descritto come una religione indiana e dunque straniera, ma come una forma di buddismo profondamente trasformata dalla cultura cinese. Insomma Huìnéng non è tanto un’autorità religiosa ma una figura storica che dimostra come la cultura cinese possegga una forte capacità di integrare e trasformare influenze esterne (tra l’altro Nel 1589 Matteo Ricci, il gesuita italiano «sinizzato» si trasferì proprio a Shaoguan, non lontano dal tempio).
Deng, la svolta
Se la chiave è dunque cosa è veramente cinese e cosa di esterno si può sinizzare – e quindi accettare – una chiave altrettanto interessante riguarda la rivoluzione nella rivoluzione operata da Deng Xiaoping, il grande modernizzatore che, senza mai apertamente criticarlo, mise in soffitta Mao Zedong.
Bisogna allora tornare a Guangzhou e da lì raggiungere Shenzhen, la città per antonomasia della tecnologia e dell’innovazione. È l’unico luogo dove, in cima a una collina, c’è una grande statua di Deng, unica per dimensioni in un Paese dove sono rare le sue apparizioni iconografiche. L’uomo è famoso anche per i suoi slogan (dal gatto sia bianco sia nero che sa prendere i topi, all’«attraversare il fiume tastando le pietre» sino alla sua filosofia economica secondo cui è lecito che «alcuni si arricchiscano per primi» da cui venne riportata in Occidente la famosa formula «arricchirsi è glorioso» (attribuita a Deng, benché non risulti una sua citazione letterale). Come è noto, la macchia sulla casacca di Deng sono i fatti di Piazza Tiananmen del 1989, ma indubbiamente gli va riconosciuta sia l’intuizione economica e la capacità di sinizzare il pensiero economico occidentale, sia il ripristino di quanto la Rivoluzione culturale aveva distrutto.
Al mercatino Panjiayuan a Pechino, qualche mese dopo, mentre frughiamo tra manifesti di Mao e libretti rossi cercando un ritratto di Deng, un professore cinese di Storia ci guarda con curiosità. E sorride quando capisce che stiamo cercando Deng (ci sono solo un paio di manifesti nella pila) e non Mao e anche se alla fine optiamo per un antico compendio erboristico di cure mediche. Del resto, durante una visita alla Grande Muraglia, abbiamo sì visto una scritta cubitale dedicata a Mao sulla montagna («In agricoltura, imparate da Dazhai») ma anche una statua di Confucio con brani del Dìzi Gui («Regole per i discepoli», un classico del Maestro) campeggiare davanti al municipio di Beigou, una delle città da cui si parte per visitare la cinta muraria imperiale.
Xinjiang, identità negata
È arrivato il momento di partire per lo Xinjiang, oltre 3000 chilometri a Ovest che si possono percorrere in 30 ore con un comodissimo treno veloce a cuccette. È l’ultima tappa per capire dove punta la nuova identità cinese. Ma se la puntualità e l’efficienza del treno che attraversa il deserto dei Gobi sono una piacevole sorpresa, l’arrivo a Turfan, una delle oasi più famose della Via della Seta ai margini del Taklamakan, è tutt’altro. Abitato in origine persino da popolazioni iraniche e in seguito dagli Uiguri, resta poco dell’antico sito in paglia e fango che ricorda le architetture dell’Asia centrale. La città vecchia è ormai una sorta di enclave per turisti mentre poco lontano sorge quella nuova, con edifici alti e ravvicinati alternati a recenti pozzi petroliferi. Qui e là sopravvive un vigneto di quell’uva che aveva reso famosa Turfan accanto al suo antico, geniale e complesso sistema sotterraneo di irrigazione karez, di origine persiana. Il famoso minareto di Emin sovrasta un’affascinante moschea perfettamente ristrutturata. Ma chiusa al culto. Né si sente mai la chiamata alla preghiera del muezzin in un luogo dove 7 abitanti su 10 sono Uiguri.
Dell’islam c’è una traccia pacchiana nella capitale Urumci dove alcuni edifici scimmiottano l’architettura dell’Asia centrale, ma nell’anonima capitale dello Xinjang le percentuali si invertono: il 75% sono Han, gli Uiguri solo il 15%. Una visita al Museo locale spiega bene cos’è oggi lo Xinjiang. Non c’è traccia di islam e gli Uiguri sono ridotti a una folcloristica «minoranza». Il Museo è un inno alle dinastie Han che alla fine conquistarono la Via della Seta rendendo sempre più cinesi le oasi che, scrive Marco Meccarelli nel suo Le antiche Vie della Cina, erano «luogo mirabile di incontri e di traffici tali da trasmettere non solo beni… ma anche «prodotti spirituali» e culturali». Poco resta di quella osmosi che introdusse tra l’altro il buddismo in Cina.
Anche se oggi Pechino assicura di aver smantellato i centri di rieducazione e se i posti di blocco sono diminuiti (ma le città restano pattugliate dall’esercito), l’invito a visitare le regioni autonome che recentemente è stato fatto da un funzionario cinese alla vigilia dell’entrata in vigore della legge, lascia pieni di perplessità. Respingendo le accuse di «assimilazione», gli sforzi della Cina per promuovere l’unità e il progresso etnico attraverso lo stato di diritto – spiegava il funzionario del Consiglio di Stato – non solo vanno a beneficio della popolazione locale, ma «offrono anche saggezza e soluzioni cinesi ai Paesi di tutto il mondo per affrontare le questioni etniche».
Soluzioni cinesi. Sun Yatsen fu il primo grande nazionalista. Mao decise la via cinese al socialismo che non era quella dell’Urss. Deng seppe sinizzare il capitalismo. Confucio e Laozi indicarono il comportamento e la via spirituale mentre personaggi come Huìnéng contribuirono a utilizzare quel patrimonio per sinizzare il buddismo indiano. Xi Jinping vuole adesso definire la cinesità come summa di un’evoluzione fortemente identitaria che sembra riscuotere consenso. Ma se nello Yunnan, nella regione meno Han della Cina, la capacità di integrare le minoranze funziona, in altre aree l’assimilazione passa per via tutt’altro che morbida. È un nodo irrisolto, una macchia che per ora è difficile cancellare.r, panettieri al lavoro con i tipici pani cotti in un forno a forma cilindrica (foto E.G.)
L’obbligo del mandarino, unità nazionale o assimilazione?
Il 12 marzo scorso l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la «Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico» entrata in vigore il 1° luglio. È la prima legge quadro della Repubblica Popolare dedicata interamente alle politiche etniche e traduce in norma giuridica uno dei concetti centrali del pensiero di Xi Jinping: rafforzare il senso di appartenenza alla comunità della nazione cinese. In sostanza, non si tratta solo di garantire la convivenza delle 56 nazionalità riconosciute, ma di costruire un’unica identità nazionale nella quale le appartenenze etniche rimangano subordinate all’identità di una «nazione cinese» (Zhonghua minzu).
Se dagli anni Ottanta la legislazione riconosceva alle autonomie regionali diverse prerogative (uso delle lingue minoritarie; tutela delle tradizioni; libertà di sviluppare culture locali) la nuova legge non elimina formalmente questi diritti, ma cambia la gerarchia dei principi, il primo dei quali è costruire una comunità nazionale unitaria. La legge stabilisce che il putonghua (mandarino standard) è la lingua comune dell’intero Paese. Deve favorire la comunicazione tra tutte le componenti etniche ed essere promosso nell’istruzione, privilegiato nell’amministrazione, diffuso nei servizi pubblici. Gli idiomi minoritari restano protetti ma il principio dominante diventa la prevalenza del mandarino come lingua dell’integrazione nazionale con nuovi manuali da produrre dedicati alla comunità della nazione cinese, all’insegnamento della Storia in chiave unitaria e alla promozione di una coscienza della comune appartenenza nazionale.
Le legge incoraggia i matrimoni tra appartenenti a gruppi etnici diversi come misura contro la discriminazione; i critici ritengono però che favorisca l’assimilazione culturale delle minoranze.
La legge poi estende la responsabilità legale anche a persone o organizzazioni fuori dalla Cina se promuovano il separatismo o compromettono, secondo Pechino, l’unità etnica. Una scelta molto criticata: secondo numerosi studiosi e organizzazioni per i diritti umani, la legge rafforzerebbe l’assimilazione culturale riducendo il peso delle identità etniche autonome, consolidando la centralità della cultura Han e ampliando gli strumenti giuridici contro il dissenso delle minoranze. Pechino sostiene invece che la legge tutela le culture locali e rafforza la coesione nazionale e lo sviluppo.
.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento