Giampiero Rossi
L'Unità storia e memoria. L'avventura di un giornale
Corriere della Sera, 30 giugno 2026
«L’Unità» non era soltanto un giornale. Per quasi un secolo è stata anche un gesto quotidiano, per molti un rito. Una copia sotto il braccio o nella tasca («… e alcuni audaci in tasca “l’Unità”…» cantava Francesco Guccini), affissa nelle sezioni e nei luoghi di lavoro. Prima ancora che il veicolo di una linea politica, era il connettore di una comunità. Ed era anche un partito nel partito, a sua volta comunità. All’ombra della testata fondata da Antonio Gramsci, dunque, ci sono storie da raccontare, vicende ed episodi che, dal 1924, hanno accompagnato il corso della grande storia d’italia, al di qua e al di là delle mura della redazione.
Una parte di questa narrazione è contenuta nelle pagine di Quando c’era l’Unità, il libro scritto da una nutrita rappresentanza di ex giornalisti del quotidiano e pensato proprio in occasione del centenario dalla fondazione. Il libro (edito da Strisciarossa) è diviso in quattro sezioni: la sinistra, la politica e la società, il mondo, il giornale. Cioè tutti gli ingredienti di quella «summa di un’utopia» che, come scrive Luca Bottura nella prefazione, è stata «l’Unità». Non è la storia del giornale, non è un saggio politico, ma piuttosto un racconto corale, un mosaico di voci e firme che attingono alle memorie delle diverse stagioni che hanno attraversato. Dalla frana di Agrigento del gennaio 1966 alle violenze al G8 di Genova del luglio 2001. Passando per tanti capitoli fondamentali della nostra storia recente: il sequestro di Aldo Moro, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro di Berlino, il tentato colpo di Stato contro Gorbaciov… E poi episodi meno noti (ma illuminanti o esilaranti) della vita politica e della cultura, rivissuti dagli stessi giornalisti, testimoni in prima persona.
Non si può prescindere dal capitolo in cui Giorgio Frasca Polara, storica firma delle cronache parlamentari, ricorda l’agguato e la strage di via Fani. È il 16 marzo 1978, verso le 9 del mattino il giornalista è a Montecitorio, dove incrocia Enrico Berlinguer con «il solito pacco di giornali stretto sotto il braccio sinistro» e gli chiede come mai si trovi così presto alla Camera: «Devo vedere Natta, fu la secca risposta». Subito dopo, Frasca Polara esce per godersi qualche minuto di sole ed ecco cosa succede: «All’angolo del portone la radio di una moto della polizia sta gracchiando. Odo poche, affannose parole: “…Sì, confermo… sembra che il presidente Moro sia stato rapito… gli uomini della scorta sono stati uccisi, tranne forse uno…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo urto un paio di commessi, e rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che portavano allora dall’androne alla sala stampa. Non c’è ancora nessuno. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sulla linea interna Alessandro Natta prevedendo che fosse già a quattr’occhi con Berlinguer. Gli do l’allarme: Moro rapito, trucidata la scorta. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto: “Vai a quel paese!”, reagisce sbattendo il telefono. Richiamo ripetendo la notizia: stavolta mi becco una raffica di ben più grevi parolacce. Alla mia terza chiamata non ripeto ma sono io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Sento un bisbiglio di Natta che riferisce a Berlinguer: “Frasca grida che Moro è stato rapito, che c’è stata una strage”».
Altrettanto impresse nella memoria collettiva di quella comunità sono le giornate (e le nottate) che hanno preceduto e seguito la morte di Enrico Berlinguer, l’amato segretario del Pci. «Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco di piazza San Giovanni, davanti a quello sguardo dolce e intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno — scrive Pietro Spataro —, in un tripudio di bandiere rosse listate a lutto, tra le lacrime dei compagni addossati dietro le transenne che lasciavano spazio al corteo, in una selva di mesti pugni chiusi. A quel funerale parteciparono “tutti”, come titolò il giorno dopo “l’unità”. Nessuno in quel momento era consapevole che una stagione si stava chiudendo — conclude —. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati, non solo a noi de “l’unità”, le intuizioni e i pensieri lunghi di Berlinguer».
E poi i grandi scontri politici e gli scioperi destinati a rimanere nella storia, fino alle non meno storiche scorribande satiriche di «Tango» e «Cuore». Memorie mescolate a emozioni che restituiscono la natura profonda di quel giornale: non soltanto un luogo di produzione di notizie, ma uno spazio umano. E questo libro corale restituisce «un album di famiglia che non è sparito col giornale — come scrive Bottura —. È una storia che fa ridere e commuovere, che ricorda la passione e la fatica, che ci parla di un’italia in cui si cercava il punto di sintesi». E forse, proprio per questo, «qualcosa di irripetibile».
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