domenica 5 luglio 2026

Master of Ballantrae

Jean Echenoz
Il diavolo in nero con cui Stevenson continua a sedurci

la Repubblica, 5 luglio 2026

Il Master di Ballantrae esce nel 1889, tre anni dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (scritto in una settimana), sei anni dopo L’isola del tesoro e cinque anni prima della morte di Robert Louis Stevenson all’età di quarantaquattro anni. Tutto accade in fretta nella vita di quest’uomo.

Molto in fretta: a tre anni di distanza, con L’isola del tesoro e Il dottor Jekyll e il signor Hyde, Stevenson ha creato due miti letterari. Il Master di Ballantrae, che riprende, amplifica, distorce i due temi essenziali di quei libri, dà forma a una rêverie nata una notte d’inverno del 1887 a Saranac, sui monti Adirondack, allorché Stevenson ha da poco riletto La nave fantasma, romanzo marinaresco di Frederick Marryat – secondo lui sono infatti tre le letture necessarie per penetrare i segreti di un libro, per studiare i meccanismi del giocattolo. «Dovetti constatare che da troppo tempo non avevo elaborato un intreccio,» racconterà quattro anni dopo «e sfidai me stesso a idearne uno, seduta stante. Doveva essere una storia di ampio respiro, che coprisse svariati anni, in modo che potessi raffigurare i personaggi nello slancio della giovinezza e nel declino dell’età, e che si svolgesse in diverse contrade cosicché potessi collocarli in ambienti diversi e sorprendenti – e poi soprattutto una storia che mettesse in scena la stessa accumulazione di eventi spettacolari del libro di Marryat, affrontati nella stessa maniera ellittica e concisa».

In questo libro avviato con frenesia non lontano dalla frontiera canadese, faticosamente portato a termine l’anno seguente a Waikiki, nei pressi di Honolulu, figurerà tutto l’armamentario del romanzo d’avventura. Tanto che viene da chiedersi se lo sia veramente. Pirati, battaglie, contrabbandieri, cacciatori di pellicce, tesoro e tradimenti, duelli, burrasca e ammutinamento, fachiro e pellirosse, pianeta percorso in lungo e in largo dalle Indie all’Alaska, non manca nulla. E, al centro del teatro, il mortale conflitto tra due fratelli, James e Henry Durie.

Due fratelli che tutto oppone o sembra, all’inizio, opporre. Di fronte all’aspetto riservato, misero e scialbo di Mr. Henry si erge la figura affilata, cinica, elegante di James, Master di Ballantrae. Abito nero, diamante, neo. All’internazionale potere di seduzione di James non corrispondono, in Henry, che probi e sedentari talenti di veterinario e pescatore. L’avventuriero senza morale contro l’amministratore senza scintillio. Il perverso contro l’umiliato.

Lo scrittore francese Jean Echenoz

Lo scrittore francese Jean Echenoz

È il perverso che ci interessa, ovvio. È l’eroe romantico contorto. È questa seduzione che ci attrae, e non siamo i soli. Dal momento in cui il padre del Master identifica il figlio con il diavolo, ammettendo nella medesima frase, a sua grande vergogna, che è comunque sempre stato il favorito, noi condivideremo quella vergogna (...). Una volta emessa la sentenza paterna, le marche sataniche si moltiplicheranno non appena si fa cenno a James Durie. Indirette o meno, tali allusioni brulicano, non c’è un solo capitolo in cui non si manifesti la medesima ombra. Ombra che giungerà a sdoppiarsi quando il Master si imbarca su una nave pirata il cui capitano, mediocre psicopatico, si crede lui stesso il diavolo, tanto che ha sbattezzato la sua nave, la Sarah, per chiamarla Inferno. Un delicato conflitto prende allora avvio fra il Master di Ballantrae, diavolo principe, e questo diavoletto da strapazzo che si dipinge la faccia di nero e mastica schegge di vetro, addobbandosi ingenuamente degli orpelli di un Maligno di cui solo il Master ha colto al volo l’essenza.

Quindi è lui, probabilmente. Seduzione, bellezza, sadismo e imbonimento. Smania di pervertire e manipolare. Eterni espedienti per ricominciare da capo. Bellezza che raggiunge l’apice, nota dolorosamente l’intendente Mackellar, quando il Master supera sé stesso nell’oltraggio. Ma se possiamo seguire a occhio nudo, come su un campo innevato, gran parte di queste tracce diaboliche, ve ne sono altre che attraversano più discretamente il romanzo – per esempio il singolare dettaglio, buttato lì come per caso e dunque ancor più inquietante, relativo alle letture di James Durie, e soprattutto al suo modo di leggere: sembra che il Master si interessi solo alla forma del testo, trascurandone il significato. Con lo stesso piacere epidermico può scorrere brani della Bibbia o di Clarissa, senza distinzione alcuna, giacché entrambi non sono che transitorie fonti di soddisfazione, violino in un cabaret – brivido lungo la schiena.

Soprattutto, grava sul Master un sospetto di immortalità. Regolarmente lo si dà per morto in guerra, morto in duello, morto di sfinimento – e lui riappare sempre più scintillante, ogni volta più pericoloso. Un procedimento che lo stesso Stevenson esita a sistematizzare, come confessa in una lettera a Henry James, «posto che il terzo, per così dire, decesso e le circostanze della terza riapparizione sono impervi; impervi, Sir. Anche troppo impervi». Che fare di fronte a un personaggio simile? Ci si ritrova in una posizione non diversa da quella di Mackellar, protagonista del libro e insieme suo supposto autore. Stretto fra la devozione nei confronti di Mr. Henry e l’ammirazione per il Master, Mackellar è lacerato e la sua situazione impossibile: scrivere un libro in memoria dell’uno per celebrare, di fatto, la gloria dell’altro.

Situazione impossibile, fratelli impossibili: tutto ciò che James irride, tutto ciò con cui si trastulla, Henry vi resta senza scampo invischiato. L’amore. Il denaro. Il ruolo di figlio. I domestici. I vicini. L’alcol. Ma non si tratta di antagonismo tra bene e male. Se il Master incarna il diavolo nel suo sfarzo, il fratello minore non è in alcun modo il suo rovescio: il fatto che venga umiliato, offeso, non implica che rappresenti la virtù. All’angelo nero, caduto ma scintillante, luciferino e dunque portatore di luce, sembra piuttosto opporsi un angelo grigio, scialbo e purgatoriale. Greve più che lastricato di buone intenzioni. Disastroso come seduttore. Capace solo di gettarsi a capofitto nelle trappole più banali, dall’eccesso di zelo all’abuso di alcol. Si tratta, più che del conflitto fra valori opposti, della combinazione di due perdite, di due modi di perdere, di due forme di stile: spento o brillante (...). Già nello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde l’antagonismo tra un bene jekylliano e un male hydiano non è così marcato. Jekyll non è buono, diagnostica Nabokov. Jekyll è un essere composito, una miscela di buono e cattivo, una soluzione di «jekyllite» al 99% e di «hydite» all’1%. Hyde è invece un precipitato di male allo stato puro, nel senso chimico del termine, dal momento che qualcosa del Jekyll composito permane e si interroga con orrore su Hyde allorché questi commette i suoi delitti. Ci sono, come dice Nabokov, tre personalità: Jekyll, Hyde e il residuo di Jekyll quando è Hyde a prendere il sopravvento. Certo, ma il punto d’incontro dei fratelli Durie, il punto in cui Stevenson fa sì che si incontrino, è laddove si fondono in una contraddizione, in un’ambivalenza: quella di Mackellar che diventa a sua volta una sorta di Jekyll-Hyde affettivo, binario, tormentato dai rischi dell’attaccamento e della fascinazione (...).

Inseparabili nell’antipatia che nutrono, indivisibili, Henry e James Durie sono il recto e il verso di questa ghinea. I loro nomi, fra l’altro, ricompongono l’identità dello scrittore più vicino e più lontano ma comunque il più vicino, si direbbe, a Stevenson in quegli anni. È a Henry James che Stevenson illustra, in una lettera del marzo 1888 («Mio caro, delizioso James»), l’intreccio del romanzo, senza precisare i nomi, ma affacciando l’ipotesi che siano stati il diavolo e gli Adirondack a suggerirgli la conclusione; il diavolo, senza dubbio. Ed è James, due anni dopo, quando Il Master è uscito da sei mesi, a confessare a Stevenson: «Il palpito più intenso della mia vita letteraria, come di molti altri, è stato Il Master di Ballantrae– un cristallo duro e puro, ragazzo mio». Non c’è altro da aggiungere. Al contempo, di fronte alla rivalità dei fratelli Henry e James Durie, il pensiero va, con discrezione, ai problemi che lo stesso James aveva con il fratello maggiore William, autore di preziosi Principi di psicologia.

Nel progetto iniziale Stevenson prevede di attraversare una buona metà del pianeta, nell’arco di una generazione, facendo ricorso a quattro attori, due fratelli, un padre, un’eroina. Sopraggiunge poi Mackellar, in apparenza secondario nel suo personaggio di intendente, ma essenziale in quanto narratore e dunque intendente del romanzo stesso: l’intendenza seguirà gli eventi. Mackellar che non occorre descrivere, perché la sua cronaca dei fatti, il suo modo di riferirli ne compongono anche l’autoritratto. Mackellar combattuto tra le due funzioni, così come tra i sentimenti che nutre per i fratelli Durie – lui che tiene i sentimenti in così poco conto da confessare, garbatamente, di non aver mai guardato all’amore con occhio favorevole. Non è il solo d’altro canto, tutti sono combattuti: il padre, l’eroina, noi stessi. Nessuno sa venire a patti con il potere di seduzione del Master, a proposito del quale occorre pur ricordare che è una losca canaglia: lo conferma ogni suo atto, ne è consapevole ogni familiare, ma si corre il rischio di dimenticarlo. Avendo designato Mackellar come narratore, Stevenson si scontrerà con i gravi problemi tecnici di una costruzione romanzesca in prima persona, problemi che a quanto pare hanno trasformato in un incubo la parte conclusiva della stesura del Master. A un certo punto Mackellar non basta più, non può più farsi carico da solo della narrazione, non è più all’altezza: altri dovranno assisterlo. Così, verso la fine splendidamente abborracciata di questo romanzo, piena di toppe e zeppe narrative, nuove testimonianze intervengono, si affollano verrebbe da dire, per giustificare le circostanze («impervi; impervi, Sir») della morte e dell’ultima resurrezione del Master, prima che i due fratelli Durie si ammazzino a modo loro. Non lontano dal lago Champlain, sugli Adirondack. Proprio là dove Stevenson ha concepito la loro storia.

Traduzione di Giorgio Pinotti

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