Giacomo Giossi
Genio, malinconia e cecità. Gli ultimi anni di un Totò
Domani, 29 giugno 2026
Cosa resta di Totò dopo la sua morte? All’incirca tutto. Restano tutti i suoi film così male accolti dalla critica quando era in vita, restano le sue mosse, restano le sue smorfie e così anche le sue battute fulminee e fatte di no sense e allusioni. Come Charlie Chaplin, come Stanlio e Ollio, Totò ha dalla sua la forza di una maschera inesauribile. Una figura che vive con la sua insista forza comica al di là del contesto in cui si trova a prendere forma, che sia un musicarello, una trasmissione televisiva o il Teatro di rivista degli esordi.
La maschera di Totò permea da subito l’immaginario degli italiani e lì resta potente e indelebile nello scorrere dei decenni. Dai cinema di seconda visione fino alla programmazione estiva o notturna della televisione generalista, fino anche alle piattaforme digitali che oggi ne ripropongono la filmografia e gli spezzoni ad uso e consumo dei social.
Totò icona e meme è però morto con la convinzione di una vita votata allo spreco, convinto che tutti quei film sarebbero stati presto dimenticati dopo la sua morte. Francesco Piccolo con Cosa sono le nuvole (Einaudi) va così a indagare gli ultimi anni del grande interprete napoletano spesi tra malinconie profonde e una cecità che ne ha segnato e limitato in parte la carriera di attore. Una disabilità di cui pochi erano a conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori.
Le due identità
Piccolo accompagna il lettore nelle ore notturne di Totò, o meglio del Principe Antonio De Curtis che come lui stesso sosteneva si faceva mantenere da quel povero comico che in cambio non aveva nemmeno alcuna ospitalità in casa. Totò non era solo uno pseudonimo, ma un’altra radicale e distinta identità. Là dove stava il Principe non poteva infatti stare il comico. Tanto che là dove Antonio De Curtis aveva bisogno di essere accompagnato per poter vedere, Totò invece – una volta messo al centro del set – ritrovava tutti i riferimenti di un mondo a cui apparteneva totalmente, ritornava infatti come magicamente a vedere: saltando e brindando, ballando e giocando.
La notte è il momento in cui Totò con il suo fidato autista Carlo Cafiero gira per Roma, probabilmente a bordo di una delle sue Cadillac, magari proprio della Fleetwood 60 Special, la cui presenza al Rione Sanità annunciava senza ombra di dubbio il suo arrivo nel suo vecchio quartiere, proprio in mezzo ai suoi passati concittadini con cui era sempre estremamente generoso. Il Principe aveva un regime di vita costoso e raffinato, cosa che lo obbligava a inseguire – anche oltre la stretta necessità – ogni lavoro possibile. Veniva infatti sempre tentato da produttori che non vedevano l’ora di sfruttarne la fama e il successo. Come molti di coloro che l’hanno sofferta, Antonio De Curtis temeva più di ogni altra cosa la povertà e così accettava ogni lavoro anche quando si trattava di film raffazzonati a cui poi inevitabilmente doveva riscrivere insieme alle sue spalle comiche la sceneggiatura improvvisando e correggendo.
Si caricava di ogni lavoro fino allo sfinimento e a causa dell’eccessivo carico di lavoro aveva così perso la vista. La notte però restava il momento in cui poteva riandare con la mente agli anni passati, all’amicizia con Eduardo De Filippo di cui invidiava la capacità di aver dato valore al proprio talento. Cercava l’odore del mare anche se il più delle volte la stanchezza gli impediva di far spingere Cafiero fino al mare di Napoli e allora si accontentava di quello di Ostia e del litorale laziale.
Francesco Piccolo ritrae un uomo profondamente attraversato da malinconie e rimpianti, ma anche vitalissimo, conscio del proprio talento seppure non riconosciuto, ma considerato solo come un comico di quart’ordine. Totò avverte che il tempo sta per scadere, la salute è sempre più traballante e anche l’ipotesi di una collaborazione con Federico Fellini sfuma nell’imbarazzo reciproco: nella timidezza mondana del napoletano e nella ritrosia un po’ provinciale e un po’ mefistofelica del riminese. Totò resterà sempre un cruccio per Federico Fellini, un desiderio inesaudito che finirà in quel gran calderone delle cose non fatte che è Il viaggio di Mastorna, condensato dei sogni non realizzati del grande regista.
Così a chiamare Totò ci pensa Pier Paolo Pasolini e lo fa con la schiettezza e l’ingenuità del poeta e anche di chi delle dinamiche cinematografiche ignora sotterfugi e pratiche. Basta una telefonata e un incontro per sciogliere ogni perplessità tra i due, al punto che sul set nasce una vera e profonda amicizia. Totò si mette totalmente a disposizione di Pasolini, lasciandosi guidare e in parte spogliare delle movenze del suo personaggio. Pasolini vuole la maschera dell’attore, la vuole mostrare in tutta la sua incredibile capacità evocativa. Quel naso e quel mento storto nati da un pugno ricevuto improvvidamente durante un allenamento di pugilato quando era un ragazzino, una faccia deformata perché soldi per chiamare dottori non ce ne stavano. Un frutto (doloroso) della povertà che diventa l’elemento caratterizzante di un successo assoluto.
Dentro la tradizione
Totò resta una figura unica nel panorama cinematografico italiano, un corpo che arriva direttamente dal Teatro di Rivista e dalla Commedia dell’Arte, intriso della tradizione teatrale italiana e napoletana e proprio per questo capace al pari di Eduardo di un’universalità imprevedibile. Così come il teatro di De Filippo vive di centinaia di repliche ogni anno nel mondo, fino in Giappone, così il cinema di Totò non perde mai smalto e ancor meno spettatori generazione dopo generazione.
Certo la cornice a cui sono costretti Totò e la sua arte è spesso fortemente limitante, se solo chi ne fu testimone parla di improvvisazioni tagliate per motivi tecnici, ma che in realtà proseguivano oltre il doppio della durata di quello che poi è rimasto visibile al cinema. Riscoperto tardi, oltre che da Pasolini con cui collaborerà a Uccellacci e uccellini – per cui ottiene (finalmente) una Menzione speciale per l’interpretazione al Festival di Cannes – e all’episodio Cosa sono le nuvole? del film a episodi Capriccio all’italiana, Totò otterrà due piccole ma decisive parti ne I soliti ignoti di Mario Monicelli – l’esperto di casseforti Dante Cruciani – e ne L’oro di San Gennaro di Dino Risi in cui la sua scena verrà rifatta almeno dieci volte a causa delle risa di Nino Manfredi, colto di sorpresa ogni volta da una nuova variazione comica di Totò. La cecità lo obbligava a parti secondarie, ma capaci come quando era protagonista di dare il senso all’intero film.
Totò si spegne dopo l’ennesimo attacco di cuore il 15 aprile del 1967, tre furono i funerali a salutarlo, uno a Roma e due a Napoli, l’ultimo al Rione Sanità. Migliaia di persone seguirono il feretro testimoniando un affetto ancestrale e assoluto. Il racconto di Francesco Piccolo ha il merito di restituire quel delicato equilibrio dentro al quale la malinconia avvertita del pianto finisce per scoppiare in riso regalando un ricordo di Totò illuminante e non privo di affetto e naturale coinvolgimento.

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