quella sintesi tra idea comunista e visione riformista
Valentino Parlato
Raffaele
Liucci
Il Sole 24ore, 5 luglio 2026
Tra i padri fondatori nel ’69 del «manifesto» insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e altri, Valentino Parlato (1931-2017) era senza dubbio il meno utopista. Essendo un giornalista soprattutto economico, sapeva benissimo che in una società capitalistica avanzata la «rivoluzione» avrebbe potuto rappresentare al massimo un orizzonte ideale, non una prospettiva concreta.
Cosicché, come ricorda Pierluigi Ciocca introducendo questa antologia di scritti – interviste, commenti, reportages – curata da Gabriele Polo, Parlato cercò sempre una sintesi fra l’istanza radicale dell’ideale comunista e il necessario riformismo: unico strumento a disposizione per correggere gli squilibri sociali alleviando le sofferenze dei più deboli. Insomma, più che «fare come in Russia» bisognava attuare la nostra Costituzione. Non a caso si autodefiniva, con un ossimoro, «amendoliano di sinistra» (inteso come Giorgio).
Questa sua propensione spicca particolarmente nelle interviste a diversi protagonisti del mondo politico ed economico, da Riccardo Lombardi a Paolo Leon, da Luigi Spaventa a Guido Rossi e Bruno Trentin, nel corso delle quali era particolarmente attento ad affrontare i modi con cui correggere le principali storture italiane: le rendite intoccabili, l’evasione fiscale, l’inflazione, i bassi salari, le infrastrutture insufficienti, il sottosviluppo del mezzogiorno, la povertà.
Il suo principale interlocutore era Federico Caffè, collaboratore non del «Corriere della Sera», ma proprio del «manifesto». Nel 1997, in occasione del decennale della sua misteriosa scomparsa, Parlato ne ricordò un «memorabile articolo», La solitudine del riformista, pubblicato il 29 gennaio 1982. Il grande economista rivendicava l’opportunità di preferire «il poco al tutto» e «il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del “sistema”». Eppure, concludeva amaramente Parlato, nell’Italia dell’Ulivo, governata da un centrosinistra in teoria più avanzato di quello che nel 1962 aveva nazionalizzato l’energia elettrica, il tema all’ordine del giorno non era rifondare lo stato sociale, bensì ridimensionare le sue ambizioni.
Giungiamo così al cuore del libro. Se il «manifesto» era nato nel 1969 con l’intento di superare da sinistra, e non da destra, l’ormai sclerotizzato socialismo reale, dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 sorgerà un problema di natura analoga: salvaguardare l’eredità e il radicamento del comunismo italiano di fronte alla presunta «fine della Storia». Gli eredi del Pci si mostreranno invece più sensibili alle ragioni del neoliberalismo. Eppure, sin dall’inizio Parlato aveva lucidamente capito che la globalizzazione non sarebbe stata «un pranzo di gala» e che una declinazione soprattutto monetaria dell’europeismo avrebbe condotto a una crisi di rigetto da parte dei cittadini, oggi sotto gli occhi di tutti.
Che Parlato fosse una penna di prim’ordine lo confermano anche questi pezzi, dallo stile scarno ed essenziale, proprio del giornalista puro estraneo ai manierismi e agli arzigogoli. Ne Il signor di Bric a Brac, un bel documentario a lui dedicato, disponibile su youtube, ad un certo punto viene ripreso seduto alla scrivania mentre, avvolto in una nuvola di fumo, batte i tasti di una vecchia macchina da scrivere, circondato da libri e fogli di appunti. Proprio così gli piaceva apparire ai lettori: non parlando di sé, ma riflettendo su problemi, avvenimenti e persone, con uno sguardo sempre penetrante e lievemente ironico.
Essendo soprattutto un uomo di redazione (e, innumerevoli volte, di direzione), Parlato non fu mai un grande viaggiatore. Però il curatore ha ugualmente inserito un paio di suoi reportages. Il primo lo condusse in Afghanistan, dove – ospite di Emergency – vi passò tre settimane insieme al vignettista Vauro nel 2004, tenendo sul comodino uno scritto di Engels sul popolo «focoso», «turbolento» e onusto di storia che viveva tra quelle montagne.
Il secondo è il nostos del 1998 nella natia Libia. Dopo essere stato espulso nel novembre 1951 in quanto «pericoloso comunista», la ritrova, quasi mezzo secolo più tardi, trasfigurata dal petrolio. Le baracche e le catapecchie di Tripoli avevano lasciato il posto a «dignitosi edifici di case popolari», mentre il buono stato dell’agricoltura era testimoniato dalla «grande abbondanza di frutta, ortaggi, gigantesche zucche gialle e montagnole di vasi di miele» esposti nei mercati e nelle botteghe lungo le strade di campagna.
Nella sua ammirazione per il «welfare gheddafiano», secondo lui ben diverso da quello «satrapesco» degli Emirati o del Kuwait, Parlato tradiva un certo debole per il rais, intervistato nella sua tenda di Sirte. Chissà, forse il fondatore del «manifesto» faceva davvero parte di quel «partito libico trasversale» che, secondo Miguel Gotor, in Italia «andava dall’estrema sinistra sino all’estrema destra, passando per il centro in tutte le sue sfumature possibili».
Valentino
Parlato
Non
solo la domenica. Interviste, commenti, reportage 1973-2011
A
cura di Gabriele Polo, con
uno scritto di Pierluigi Ciocca
Quodlibet,
pagg. 288, € 19

Nessun commento:
Posta un commento