Luca Bortolotti
"Verità e dignità, no all'odio", l'appello della nipote di Fakir. Scontri alla manifestazione
la Repubblica Bologna, 21 luglio 2026
BOLOGNA –«Non siamo qui a chiedere odio o vendetta, ma verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità». Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo morto domenica a Bologna durante un intervento di polizia, lo dice con la voce rotta dal dolore e le lacrime agli occhi, abbracciata dai parenti e da una piazza con cinquemila persone arrivate a portare solidarietà alla sua famiglia. Lo dice mentre scrosciano gli applausi a sottolineare quel concetto: «Non vogliamo odio ma giustizia».
Un’ora dopo si verificheranno però anche scontri tra il cordone di polizia davanti alla prefettura e manifestanti appena terminato il corteo: fumogeni e idranti da una parte, bombe carta dall’altra. Ma in piazza Nettuno, prima, nel presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, in prima fila accanto al presidente della Regione Michele de Pascale, era stato il momento del raccoglimento e del dolore della famiglia di Fakir. E la nipote Yossra a prendersi il carico di leggere la lettera in cui ha raccolto quel cordoglio. «Abderrahim non era un caso di cronaca, non era un numero. Era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia e chi lo amava profondamente lo sa, e me lo hanno portato via. Un uomo che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità». E risposte, chieste in piazza dalla famiglia e dalla comunità marocchina di Bologna, ma anche dal sinidaco Lepore.
Certo, per qualcuno dei presenti la definizione non è giusta e urla: «Lo hanno ammazzato, non è morto». Come ripetono gli striscioni esposti sul fondo di piazza Nettuno. C’è scritto: «Assassinio di Stato». Così i cori: «Assassini, assassini», che ripartono ogni volta che dal palco il discorso di YosSra Fakir s’interrompe, rotto dalla commozione. Ma lei chiede di essere ascoltata, risponde agli amici che vogliono intervenire che non è quello il momento.
«La vostra presenza dimostra che non siamo soli, continueremo a chiedere di far luce, chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, tutelare una vita, soprattutto di chi è vulnerabile: se verranno accertate responsabilità serviranno provvedimenti, chi non ha fatto il proprio dovere non può continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana».
Il dolore della famiglia monopolizza la piazza. Il presidio del resto era iniziato da un malore per la sorella di Fakir, Khadija, accasciatasi sul palco. Aiutata prima da alcuni medici presenti tra il pubblico, poi soccorsa dall’ambulanza. Tra i bolognesi arrivati in piazza, il filosofo Stefano Bonaga dice: «Avrei voluto stare zitto con occhi disperati dopo quel video, non ce l’ho con la polizia ma con quei due che hanno ammazzato una persona». Si fa vedere anche l’attore Alessandro Bergonzoni: «Se è stato seguito un protocollo, il protocollo è da bocciare».
Finiti gli interventi in piazza Nettuno, è partito un corteo eterogeneo composto dalla comunità marocchina bolognese, sindacati, centri sociali, studenti. Sin dal primo passaggio di fronte alla prefettura, un gruppo di manifestanti ha cercato il confronto col cordone di polizia. Sono stati momenti concitati. Tanti altri invitavano alla calma. Finché i più facinorosi tra gli attivisti, al grido di «assassini» e «via lo scudo penale», non sono entrati a contatto con i poliziotti: la situazione è degenerata.
Intorno alle 20.45 gli agenti sono stati costretti a intervenire con idranti e fumogeni per allontanare i manifestanti da piazza Roosevelt, ma gli scontri sono proseguiti per ore. Durissimo l’avvocato Fabio Anselmo, che da ieri difende i Fakir: «Questi scontri sono un attacco alla famiglia della vittima, un comportamento criminale amico di chi vuole negare verità e giustizia». Solo quando scende il buio, nel centro di Bologna torna la quiete.

Nessun commento:
Posta un commento