Widad Tamimi
Il sogno sospeso di Amna
il manifesto, 3 luglio 2026
Il 4 giugno 2026, a meno di un’ora dal giuramento del quarto governo sloveno di Janez Janša, la bandiera palestinese che sventolava sul palazzo del governo di Lubiana dal maggio 2024 è stata ammainata. Un colpo di spugna ideologico con cui il nuovo premier della destra nazionalista ha liquidato il riconoscimento dello Stato di Palestina operato dal precedente esecutivo di centrosinistra, bollandolo come «antisemitismo attivista».
Dietro i simboli e la spietata provocazione che infiamma la Slovenia in queste settimane, ci sono i corpi e i destini sospesi di chi da quella terra cercava protezione. C’è la storia di Amna. Ed è per lei, e per la sua famiglia sopravvissuta all’inferno di Gaza, che oggi si leva un appello urgente affinché l’Italia le conceda il diritto al resettlement, ovvero al reinsediamento, e a una protezione stabile. Questa richiesta non si limita a una pur doverosa spinta umanitaria, ma si fonda su precisi e stringenti presupposti di diritto internazionale, europeo e costituzionale.
HO CONOSCIUTO AMNA nell’ottobre del 2024. Era arrivata a Lubiana dal Cairo insieme a un gruppo di bambini e ventenni di Gaza che avevano subito gravi amputazioni, grazie al programma di una fondazione slovena. Amna si distingueva per un’eleganza austera: camminava avanti e indietro, senza darsi tregua, facendo saltellare le stampelle sul pavimento con l’unica gamba rimasta. Dietro una timidezza da passero, emergeva a tratti la grinta che avrei imparato a riconoscerle. Mi ha detto con fermezza che voleva finire gli studi in veterinaria.
QUALCHE MESE PIÙ TARDI, Amna ha varcato la soglia di casa nostra. Dividendo la stanza con nostra figlia Neza, è diventata in fretta la sorella che lei, cresciuta tra soli fratelli, non aveva mai avuto. Credo che per Amna, invece, quell’intimità domestica abbia rappresentato quantomeno un rifugio dall’angoscia di saper la sua splendida famiglia ancora intrappolata nell’inferno di Gaza. Eppure il futuro che attendeva lei e gli altri giovani palestinesi in Slovenia ha rischiato da subito di arenarsi in un vicolo cieco assistenziale.
Il primo muro è stato accademico: l’Università di Lubiana si è rifiutata non solo di concederle una borsa di studio, ma persino di riconoscere i tre anni di esami già superati a Gaza.
Di fronte a questa chiusura, ho scelto di superare ogni mia storica ritrosia verso l’idea di fondare l’ennesima associazione umanitaria. Per aiutare Amna, e allo stesso tempo evitare una logica meramente assistenzialista che mal si confaceva al mio modo di operare, con un gruppo di persone care abbiamo messo in piedi un progetto che offrisse strumenti reali di emancipazione, affinché ciascuna delle persone sostenute potesse riappropriarsi del proprio destino attraverso lo studio e il riscatto.
PER E GRAZIE ad Amna è nata così Ioien, un nome che si ispira al movimento verso il futuro racchiuso nell’unico frammento superstite, un ottativo, di una lirica di Saffo. Attraverso questa realtà, nata per scardinare l’inerzia dei canali istituzionali, siamo riusciti – grazie a borse di studio e a una faticosa raccolta fondi – a portare in salvo in Italia le sue tre sorelle, suo fratello e molti altri giovani palestinesi, oggi tutti studenti modello nelle università italiane. Il paradosso è che in questo mosaico di rinascite l’unico tassello mancante resti proprio lei, Amna, imprigionata in un limbo burocratico e politico ormai insostenibile.
La richiesta del suo trasferimento in Italia si fonda anzitutto su stringenti necessità mediche, un criterio espressamente previsto dal Resettlement Handbook dell’Unhcr quando il Paese di primo asilo non può garantire cure adeguate o percorsi di reale integrazione. Se il sistema sanitario sloveno ha mostrato pesanti limiti logistici, senza saper offrire le possibilità riabilitative e protesiche ad alta specializzazione necessarie per un trauma così profondo, l’eccellenza clinica italiana ha risposto alla paralisi amministrativa con i fatti.
ACCOGLIENDO l’appello lanciato da Ioien, la Fondazione Don Gnocchi e l’Istituto Carlo Besta di Milano hanno formalizzato la disponibilità a curare Amna, supportati da una donazione privata di 70mila euro già stanziata per coprire le spese assistenziali. Tanto costa, oggi, il diritto di riappropriarsi del proprio corpo e di una gamba nuova e meccanica.
A questo si aggiunge la piena garanzia del diritto allo studio: l’Università di Milano le ha già assegnato una borsa e un alloggio, rispondendo in tutto e per tutto al principio europeo di condivisione delle responsabilità, nonché ai doveri di solidarietà e cooperazione tra Stati membri. Il secondo criterio internazionale invocato riguarda invece l’unità familiare. Tutti i fratelli di Amna risiedono oggi legalmente in Italia. La burocrazia segue solitamente un rigido principio verticale, dai figli ai genitori, e impedisce il ricongiungimento orizzontale tra fratelli; eppure Amna necessita quotidianamente del supporto del suo unico nucleo familiare attivo per curare ferite sia fisiche sia psicologiche. La separazione forzata da loro lede apertamente il diritto alla vita familiare sancito dall’articolo 8 della Cedu e dall’articolo 7 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue.
Se già sotto il profilo logistico e medico la Slovenia ha mostrato pesanti carenze, la svolta geopolitica impressa dal governo Janša nel giugno 2026 rende la permanenza di Amna in territorio sloveno del tutto imprudente e rischiosa. Il nuovo esecutivo di destra ha impresso una sterzata radicale a tempo di record, allineandosi totalmente alla leadership israeliana di Benjamin Netanyahu.
L’11 GIUGNO 2026, il Consiglio dei ministri sloveno ha revocato ufficialmente il divieto di ingresso che il precedente governo Golob aveva imposto a Netanyahu e ai suoi ministri per via delle azioni a Gaza. Subito dopo, il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato l’apertura della prima ambasciata residente a Lubiana, mentre Janša ha confermato l’intenzione di trasferire l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme, rompendo apertamente con la linea diplomatica dell’Unione europea. A rendere lo scenario ancora più opaco concorrono le rivelazioni dei media internazionali, secondo cui esponenti del partito di Janša avrebbero incontrato l’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube durante la campagna elettorale, sollevando denunce di attività occulte che avrebbero influenzato l’esito delle ultime elezioni a favore della destra nazionalista.
UN PAESE che cancella i simboli palestinesi e accoglie i responsabili dello stesso conflitto che ha amputato Amna non può più essere considerato un luogo adatto a garantirle protezione internazionale. Garantire il reinsediamento ad Amna in Italia non è solo un atto di giustizia, ma è l’unico modo per applicare il diritto internazionale e sottrarre una giovane vita palestinese alla violenta strumentalizzazione della geopolitica reazionaria.

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