Andrea Colombo
Tra la cavaliera e il generale. Il vicolo cieco della premier
il manifesto, 3 luglio 2026
Non è questione di preferenze. Non è neppure solo questione dei conti che, pallottoliere alla mano, gli alleati di FdI, fanno chiedendosi se non gli converrebbe far finta di niente e votare con una legge, il Rosatellum, che spunterebbe le unghie a Vannacci.
Il fatto è invece che la stretta sulla legge elettorale e l’irruzione sulla scena di un competitor agguerrito a destra fa emergere tutte le tensioni latenti e sin qui nascoste all’interno del centrodestra. Tensioni terragne, perché i seggi da spartirsi, e per FdI da “regalare” agli alleati, saranno comunque molti meno che nell’irripetibile 2022. Ma anche tensioni realmente politiche, perché la presenza di Vannacci sul fronte destro e la fibrillazione di Marina Berlusconi su quello centrista costringono la premier, che adora tenersi nel mezzo, a caratterizzare la coalizione che guida in un senso o nell’altro.
Qualche giorno fa Marina Berlusconi ha preso l’iniziativa, ha telefonato a Meloni non per discutere sul che fare ma per avvertirla che l’eventuale arrivo in coalizione di Fn spingerebbe gli azzurri a tirarsene fuori. È una forzatura della “padrona” nei confronti del suo stesso partito, nelle cui file molti, di fronte allo spettro della sconfitta, sarebbero invece disposti a bere dall’amaro calice.
Ma tant’è. Con sincronia quasi perfetta Vannacci ha assicurato che il suo partito è nato «per dialogare col centrodestra», ponendo però paletti tali, quelle che lui definisce «linee rosse», che implicherebbero un secco spostamento della attuale maggioranza sulle posizioni della destra più radicale: neppure il Rassemblement national di Marine Le Pen ma la AfD tedesca.
In realtà, da quel che filtra dallo stato maggiore del generale, Vannacci preferisce di gran lunga tenersi fuori dall’alleanza, almeno nelle prossime elezioni. Non può né potrà dirlo perché non vuole assumersi apertamente la responsabilità di provocare la sconfitta della destra, a maggior ragione ora che Meloni ha scelto l’all in facendo del Quirinale parte integrante della posta in gioco. «Chi erige muri, chi dice che noi non siamo compatibili, chi dice che non farà mai un’alleanza con noi sono gli altri, non noi», ha tuonato ieri e lo ripeterà di qui alle elezioni.
In compenso Vannacci alzerà sempre più i paletti per costringere la maggioranza a dichiarare impossibile l’accordo. Le «linee rosse», in fondo, servono proprio a questo. L’obiettivo è continuare a crescere, sia che Meloni ce la faccia comunque sia che invece finisca sconfitta, per poi trattare la necessaria alleanza con FdI e probabilmente anche con la Lega partendo da una posizione di forza, in nome di una politica di destra e basta, senza legacci centristi di mezzo.
Per Meloni non si tratta solo di un dilemma tattico in vista delle prossime elezioni. In ballo c’è una scelta identitaria. Lasciare a Vannacci il monopolio della destra radicale, slittando inevitabilmente su posizioni più centriste, è un’opzione che la ex missina neppure contempla. Ma allo stesso tempo non può neppure spostarsi sul terreno dei “futuristi” col rischio di spingere gli azzurri verso la porta d’uscita, di rompere con l’Europa e oltretutto di dover subire continuamente l’iniziativa del rivale.
Il vicolo cieco in cui Meloni si trova oggi è anche conseguenza della rigidità con cui difende una legge elettorale cucita a misura di una maggioranza priva di nemici a destra. Tra le sirene che echeggiano in questi giorni nei ranghi di una maggioranza più allo sbando di quanto appaia aleggia non a caso l’ipotesi di alzare la soglia del premio di maggioranza dal 42 al 45%. Forse per Meloni quella sarebbe oggi l’opzione migliore: probabilmente nessuno raggiungerebbe la soglia e lei, come leader del partito di maggioranza relativa, avrebbe comunque margini di gioco ampi. Ma una simile sterzata contrasta sia con l’ideologia maggioritaria che con il carattere poco elastico di Meloni.
Addossare alla scomoda presenza di Vannacci i grossi guai della maggioranza e della sua leader sarebbe però confondere un sintomo con la malattia. Alle origini della crisi ci sono la sconfitta referendaria e lo scacco matto subìto in politica estera in seguito alla rottura con Trump. Ieri sera, per l’Indipendence Day, a Villa Taverna si sono presentati tutti tranne Meloni e il più perentorio è stato La Russa: «Tra noi e gli Usa non ci sono ponti da ricostruire perché nessun ponte è stato abbattuto». Peccato che non sia vero.

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