Roberto Barzanti
La religione civile di Machiavelli
il manifesto, 12 luglio 2026
In un massiccio volume Maurizio Viroli torna su una figura tra le più ricorrenti delle sue ricerche, erigendo un monumento a Machiavelli repubblicano (Laterza «Storia e Società», trad. di Stefano U. Baldassarri, pp. XVI-502, € 38,00) in venti capitoli che, in due parti, ne esplorano ogni aspetto: la prima di taglio biografico, la seconda tesa a disegnare gli elementi teorici portanti di un patriottismo mai attenuato: «L’amor patrio era in lui – scrive a conclusione in una epigrafica sintesi sepolcrale – la passione più profonda di tutte. I suoi obiettivi principali erano liberare l’Italia dalla dominazione straniera e Firenze dalla tirannia.
Solo un redentore come quello da lui immaginato, descritto e invocato avrebbe potuto realizzare gli ideali che lo ispirarono nel suo lavoro e per i quali compose le sue opere, da vero cittadino repubblicano, quale egli era». Già il termine «redentore» evidenzia la tensione profetica che si accentuerà nel Machiavelli ultimo, dopo tante sofferte sconfitte. Il suo obiettivo sostanziale restava il radicamento di un senso della cittadinanza repubblicana quale base di una difficile concordia sociale alimentata da una vera e propria «religione civile».
Il Machiavelli di Viroli ha un’unitarietà mai messa in discussione: il repubblicanesimo è spregiudicatamente attualizzato. Se rilanciato sarebbe in grado ancor oggi di resuscitare negli italiani una solida rinascita civile, in grado di assicurare un futuro alla Nazione. L’ardimentoso militantismo del segretario fiorentino è riproposto senza timore di cadere in ambigui anacronismi. Lo stesso rispetto della legalità è affidato ai doveri che il regime repubblicano esige: non a miti populisti o a lotte classiste, ma a una unità spirituale contraria al «potere illimitato degli oligarchi che dominano grazie alla forza del denaro». La storiografia praticata, dunque, ha una chiara ambizione pedagogica e si intreccia drammaticamente con la crisi che stiamo affrontando. Come Machiavelli aveva tratto dallo studio del passato i fondamenti di un’etica da seguire nei suoi tormentati anni, così Viroli, attingendo alle analisi di Machiavelli, ritiene di estrarne indicazioni da valorizzare oggi.
Da questo permanente patrimonio ideale, che egli ben conosce e mise al servizio della Presidenza della Repubblica di Ciampi, sarebbe scaturita una partecipazione al governo della cosa pubblica esente da un allarmante decadimento. Non sfugge il timbro «massonico» e mazziniano di una prospettiva che risente degli anni di insegnamento all’Università di Princeton, ad Austin e nella Svizzera italiana e delle impostazioni, tra gli altre, di un Quentin Skinner, per citare solo il nome di un maestro molto seguito. Non sorprende che convinzioni così alte e minoritarie si siano concretizzate in una miriade di contributi in cui la narrazione della «verità effettuale» si alterna a esortative riflessioni morali: fin dal testo d’esordio sull’eroe ora riportato alla ribalta, l’oxoniense Il sorriso di Machiavelli del 1998.
Questo dichiarato assommarsi di angolazioni produce un monumento che non disdegna difensive messe a punto talvolta non prive di cadenze apologetiche. Val la pena esemplificare con qualche sintomatico sondaggio. Sono rintuzzate le critiche recenti di Robert Black che ammorbidisce le riserve su un pragmatismo pronto a usare ogni strumento pur di assicurare il bene pubblico. A Machiavelli furono lanciate contro, a profusione, malevolenze da parte dei fiorentini: perfino il peccato di non essere credente, scambiando le sue accuse alla corruttela dilagante nella Chiesa come una sprezzante presa di distanza. Viroli non esita a dire che Machiavelli era un uomo buono, tout court, certo usando l’attributo nell’accezione dell’antico lessico romano: potevano dirsi repubblicani solo coloro che desideravano il bene.
Nella lettera all’amico Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 si sfogò senza remore: «Et della fede mia non si dovrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debba imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debba potere mutare natura: et della fede et delle bontà mia ne è testimonio la povertà». Viroli sorvola sulla vorace bisessualità del buon padre di famiglia, lo assolve dalla misoginia che, non a torto, fu notata da Hannah Pitkin e via spulciando. Nei molti incarichi assolti con costante senso del dovere non si riscontra alcun tentennamento in direzione monarchica, al contrario di quanto sostiene uno storico-filologo di indiscussa autorevolezza come Mario Martelli. Il monumento scolpito con esperta dovizia non mostra alcuna pecca.
L’opuscolo De Principatibus invita un Medici delineando uno «stato d’eccezione» che conferma le regole fissate in quella sorta di zibaldone che sono i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio aggiornati e rivisti fino all’ultimo. Se l’opuscolo era mosso da un’occasione da sfruttare al volo, i Discorsi sono il trattato in cui si dispiega una teoria abbracciata toto corde. La tesi è incontrovertibile a patto che sia collocata in uno scenario complesso. Ci sono parecchi Machiavelli e il suo pensiero si deposita nel teatro e nelle poesie, nelle tristi confidenze e nei «nondimanco» che s’intercalano in una calcolata sintassi. Carlo Ginzburg nel saggio d’apertura, appunto, del suo Nondimanco (2018) si soffermò su un passo dei Discorsi che si riallacciava su speranze abbozzate nei Ghiribizzi circa la superiorità delle repubbliche rispetto ai principati, poiché dettata da una concezione pluralistica della cittadinanza: «Quinci nasce che una repubblica ha maggiore vita ed ha più lungamente buona fortuna che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de’ temporali, per la diversità de’ cittadini che sono in quella, che non può uno principe».
La teoria di Machiavelli è il frutto di un angosciato sguardo sul presente e «non nasce deduttivamente dall’interno di una dimensione dottrinaria ma come animosa risposta alla drammatica novità dei tempi: la crisi del sistema politico italiano policentrico, particolaristico e male armato» (Giorgio Inglese, Dizionario Biografico degli Italiani, 67, ad vocem). Machiavelli chiuse i suoi giorni assillato da un allucinante profetismo e scrisse a Guicciardini, nell’imminenza del sacco di Roma, indirizzandogli una lettera (17 maggio 1526) che replicava il grido del Principe: «Voi sapete quante occasioni si sono perdute: non perdete questa, né confidate più nello starvi, rimettendovi alla fortuna e al tempo, perché con il tempo non vengono sempre le medesime cose, né la fortuna è sempre quella medesima». Viroli, a commento, precisa che bisognava attendere il Risorgimento perché quelle invocazioni attecchissero nell’animo degli italiani. L’obiettivo sognato da Machiavelli aveva invero i tratti di una pacificata repubblica. Solo un eroe inviato da Dio avrebbe saputo capeggiare un’impresa impossibile: un profeta armato e disarmante.

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