domenica 5 luglio 2026

Il tabù

Il cambio della guardia al Quirinale

Ezio Mauro
Lo sguardo della destra oltre il Colle

la Repubblica, 5 luglio 2026

Ma di cosa parliamo quando discutiamo l’idea di Giorgia Meloni di portare un nome di destra al Quirinale? Apparentemente la questione è semplice, e il sistema politico per il momento si è accontentato di questa lettura semplificata, per cui dal punto di vista delle regole non c’è alcun ostacolo alla nomina di un esponente della destra alla presidenza della Repubblica. Ma subito dopo, se ci si sofferma a riflettere, la questione si complica: perché ci sarà pure una ragione se in questi ottant’anni la destra di cui Meloni è interprete non è mai riuscita ad avanzare una candidatura per il Quirinale, nonostante la via per il palazzo fosse libera da impedimenti formali. Il problema è evidentemente politico, e dev’essere di grande rilievo, se la stessa premier lo ha definito un “tabù”, che dura da quasi un secolo. È esattamente questo nodo politico che la leader della destra vuole affrontare, anche se è partita da lontano, con una miccia lunga, che però illuminerà presto gli aspetti nascosti di questo dossier delicatissimo, attraversando tutta la campagna elettorale per poi esplodere nel triangolo tra il Quirinale, il parlamento e il governo, cioè nel cuore del sistema.

Meloni ha parlato di “destra” senza specificazioni: ma intendeva sé stessa, il suo partito, il mondo residuo che deriva da Salò e che lei ha portato al governo con la vittoria elettorale, egemonizzando Lega e Forza Italia. Quel mondo, proprio per la cultura post-neo-fascista di cui è erede, è perfettamente consapevole di dover affrontare nella salita al Quirinale un interdetto storico e civile: potremmo dire un interdetto repubblicano, perché la repubblica che si definisce “democratica” è nata dalla riconquista della libertà nella Resistenza al nazifascismo, non è una costruzione artificiale a tavolino. La persistenza di un legame col fascismo e il suo carattere antidemocratico cozza contro lo spirito della Costituzione, la sua storia e i suoi principi. Da questo evidente contrasto nasce un interrogativo che dovrebbero porsi per primi i leader della destra: si può essere nello stesso tempo custodi della memoria di quella stagione mantenendola viva, e garanti della Costituzione nata dalla ribellione alla dittatura? Si può fingere di non vedere l’ostacolo, scivolando da una stagione politica all’altra contando sulla capacità di adattamento degli italiani e sull’assoluzione preventiva del mondo intellettuale, compiacente: ma non si sfugge alla sostanza del problema, che infatti insegue Meloni da quando è entrata a palazzo Chigi.

Per la verità la premier ha pronunciato giudizi importanti di condanna di singole atrocità del nazifascismo: ma non ha mai sentito finora la responsabilità di dare un senso politico e addirittura storico a quelle dichiarazioni di buona volontà personale e di necessaria conformità istituzionale. Sarebbe nell’interesse di tutti che questo nodo si sciogliesse nella scelta della democrazia occidentale, senza naturalmente che ciò significhi per Meloni perdere quello spirito ribelle, quasi antisistema, che coltiva con attenzione insieme con il suo opposto, l’esercizio del governo. Per la destra si tratta di accettare compiutamente il codice democratico europeo, imboccando così l’unica vera via di divaricazione e distinzione da Vannacci, compiendo la storia italiana con una parabola che non obbliga la destra sovranista a diventare una forza moderata e tardo-dorotea. Ma qui c’è il secondo problema: Meloni non cerca l’integrazione col sistema, rifiuta l’omologazione: certo per ragioni elettorali, ma soprattutto per motivi identitari. Non vuole essere la leader che porta al Quirinale (dopo palazzo Chigi) una destra estenuata, impallidita, irriconoscibile a sé stessa, convertita e alla fine arresa: punta al testacoda decisivo, guidando alla scalata del vertice istituzionale italiano non un partito o una coalizione, ma una storia intera e intatta, con tutto il peso della sua alterità.

La presidente del Consiglio è perfettamente consapevole che questa scelta le consente di rappresentare insieme l’eccezione e il suo superamento, e soprattutto di portare la contraddizione che ha introdotto nel sistema al punto finale, contro il suo principio costitutivo. Il culto dell’identità prevale sul calcolo delle opportunità. Anche perché c’è un contro-calcolo segreto, riposto in qualche angolo di palazzo Chigi: la possibilità, attraverso questa strada, di rompere la cornice costituzionale portando sul colle più alto dello Stato quell’identità storica e politica estranea alla Carta, fuoruscendo dalla Costituzione per entrare definitivamente nella Seconda Repubblica, troppe volte annunciata e mai veramente iniziata. Una Repubblica che vedrebbe così la destra esclusa nel ‘48 diventare addirittura madre costituente ottant’anni dopo, con la sua storia, i suoi riferimenti e la sua tradizione integri: e con Meloni a capotavola.

Tutto si tiene, a questo punto. La destra italiana realizzerebbe l’obiettivo ideologico delle destre estreme in tutto il mondo, rafforzare la potestà di chi ha vinto le elezioni prendendo quote supplementari di potere, oltre a quelle legittime, fuori dal perimetro della Costituzione. Sarebbe la conclusione della corsa ai “pieni poteri” di Salvini, dell’inseguimento al premierato forte da parte di Meloni. Con la legge elettorale in gestazione, si regalerebbero i voti che mancano in parlamento per mandare la stessa leader della destra sul Colle, da dove controllerebbe il governo con un premier esecutivo gregario. Compiendo di fatto la riforma che non è riuscita a realizzare di diritto.

Manca solo un elemento, che unisca tutti i puntini di questa storia: qual è l’obiettivo finale di questa manovra? Certo non può essere solo il rafforzamento del ruolo di premier, visto che Meloni già oggi non ha veri ostacoli nella sua alleanza. Né soltanto uno squilibrio dei poteri istituzionali, come si è tentato coi torni esagitati contro la magistratura nel referendum, dove la destra è stata sconfitta dal voto popolare. Il vero traguardo è evidente: dopo aver realizzato il cambio di governo, la destra punta ormai al cambio di regime. Da un sistema parlamentare nato dall’antifascismo a una Repubblica neutra, senza più una cultura civile di riferimento e senza legami con la sua storia: che infatti può essere infine ribaltata.

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