Giunti a circa due terzi de La Certosa di Parma , ciò che colpisce maggiormente è la vitalità che Stendhal infonde ai suoi personaggi. La trama può affievolirsi, le sfumature della vita di corte italiana possono perdere la loro immediatezza, ma alcune figure rimangono vivide: Fabrizio del Dongo, il malinconico Conte Mosca e, soprattutto, la Duchessa Sanseverina.
Simone de Beauvoir, una delle prime e più fedeli ammiratrici di Stendhal, ne elogiò la profonda comprensione della condizione femminile. Ne Il secondo sesso , scrisse che Stendhal, un amico intimo delle donne, non credeva nel mistero femminile: per lui non esisteva un'essenza eterna che definisse la femminilità. Rifiutava la ripetizione pedante di tratti attribuiti a uomini e donne, paragonandola agli errori di valutazione di un parigino che, osservando i giardini di Versailles, giungesse alla conclusione che gli alberi nascono già potati.
De Beauvoir ha inoltre osservato che Stendhal non descrive mai le sue eroine semplicemente in relazione ai suoi eroi: attribuisce loro un destino proprio. Il suo sforzo di immedesimarsi in un personaggio femminile, suggerisce, era unico tra i romanzieri.
Questa è la forza di Sanseverina, e anche di Clelia, la seconda donna che ama Fabrizio. È attraverso queste donne che Fabrizio impara a conoscere il mondo, eppure esse rimangono figure indipendenti, le cui vite sono plasmate da scopi che vanno oltre lui. Anche se Fabrizio dovesse svanire sullo sfondo di Certosa , la storia di Sanseverina persisterebbe, insistente e completa.
Stendhal, La Certosa di Parma, 1839
Umiliato dal rifiuto della duchessa Sanseverina di cedere, il principe di Parma coglie l'occasione per imprigionare Fabrice, nipote della duchessa, per il quale lei farebbe qualsiasi cosa. Il principe crede di poter finalmente costringere la duchessa a obbedire. Ma le cose andranno ben oltre.
In questa scena emerge la figura quanto mai vivida della duchessa Sanseverina, una donna italiana piena di forza e carattere, che configura uno dei personaggi femminili più seducenti di tutta la letteratura coeva.
Capitolo XIV
Quello
che la duchessa diceva lo pensava e alle sue ultime parole i
domestici scoppiarono in pianto; anche lei aveva gli occhi umidi; aggiunse con voce commossa: “Pregate Dio per me e per monsignor Fabrice del Dongo, primo gran vicario di questa diocesi, che verrà domani condannato
alla galera, o ciò che sarebbe già meno stupido, alla pena di morte.
La commozione della servitù si manifestò senza più ritegno e cominciavano già ad udirsi grida poco meno che sediziose quando la duchessa salì in carrozza e si fece condurre a palazzo. Malgrado l'ora indebita, pregò di sollecitarle un'udienza presso il sovrano il generale Fontana, aiutante di campo di servizio; il quale non nascose il suo profondo stupore, vedendo che la duchessa non era in abito di corte. Il principe invece, nonché irritarsi, di quella richiesta d'udienza non fu neppure sorpreso. Stropicciandosi le mani, si disse: "Ora vedrò dei begli occhi piangere! Viene a chieder grazia. La vedrò finalmente umiliarsi questa altezzosa bellezza. Era intollerabile, con le sue arie d'indipendenza! Alla menoma cosa che la urtasse, i suoi occhi che parlano pareva mi dicessero: - Napoli o a Milano sarebbero un soggiorno ben altrimenti piacevole di questa vostra cittadina di Parma - . È vero: io no regno su Napoli né su Milano; ma, insomma, la gran dama viene lo stesso a chiedermi qualche cosa che dipende unicamente da me e ch'essa arde dal desiderio di ottenere. Ho sempre pensato che dalla venuta di quel suo nipote qualche cosa di buono l'avrei tirato".
Sorridendo a questi pensieri e abbandonandosi alle più rosee previsioni, il principe andava su e giù pel gabinetto, mentre il generale Fontana restava ritto impalato sulla soglia come un soldato al presentat'arm. Vedendo gli occhi del principe brillare, e ricordando che la duchessa era in abito da viaggio, il generale credette alla fine della monarchia. Ma il suo stupore divenne sbalordimento quando udì il principe dirgli: - Preghi la signora duchessa di attendere un breve quarto d'ora.
... Passati venti minuti il fido Fontana si presentò all'uscio, ma senza dir motto. - La duchessa Sanseverina può entrare, - declamò il principe in tono teatrale. "Ora si dà inizio alle lacrime" e, come per prepararvisi, tirò fuori il fazzoletto.
Mai la duchessa era stata così vivace, e così bella: in questo momento non aveva venticinqu'anni. Vedendo di che passetto svelto sfiorava il terreno, il povero aiutante di campo credette di sognare.
- Ho molte scuse da chiedere a Vostra Altezza Serenissima, - disse la duchessa con la sua voce agile e gaia; - mi son presa la libertà di presentarmi con un abito che non è precisamente quello che ci vorrebbe; ma Vostra Altezza è stata sempre buona con me che oso sperare vorrà passare anche su questa mia sconvenienza.
Parlava adagio per darsi il tempo di godere della faccia del principe: divertentissima pel profondo stupore che esprimeva in contrasto con quel che restava del piglio maestoso, ancora testimoniato dall'atteggiamento del capo e delle braccia. Il principe era rimasto come fulminato; la sua vocetta agra e impacciata s'udiva scoppiare in dei: "Come! come!" appena articolati. La duchessa, snocciolato il suo complimento, come per deferenza tacque lasciando all'altro yuyyo il tempo per rispondere; quindi, aggiunse:
- Ardisco sperare che Vostra Altezza Serenissima si degni di scusare la sconvenienza del mio abito -. Ma così dicendo le guizzava negli occhi un tal sarcasmo che il principe, a disagio, distolse i suoi e guardò la volta: segno in lui del maggior imbarazzo.
- Come! come! - squittì ancora; poi, per sua fortuna trovò una frase:
- Signora duchessa, s'accomodi dunque! - e spinse verso di lei una poltrona con sufficiente galanteria. Toccata da quel gesto, la duchessa moderò la petulanza dello sguardo.
Un: "Come! come!" venne fuori per la terza volta: il principe s'agitava nella poltrona, pareva non trovasse modo di sistemarvisi.
- Approfitto del fresco della notte per viaggiar con la posta; e siccome la mia assenza può protrarsi alquanto, non ho voluto uscire dagli Stati di Sua Altezza Serenissima senza averla ringraziata di tutte le bontà che in questi cinque anni si è dagnata di avere per me.
A queste parole il principe finalmente capì e divenne pallido: nessuno soffriva come lui di vedersi deluso nelle proprie previsioni. Quindi assunse un'aria maestosa per niente indegna del ritratto di Luigi XIV che gli stava davanti.
"Alla buon'ora!" pensò la duchessa.
- E qual è il motivo della sua improvvisa partenza? - chiese il sovrano d'un tono abbastanza fermo.
- Da tanto avevo questo progetto, - rispose la duchessa, e mi fa affrettare la partenza il trattamento, piuttosto ingiurioso, che si usa a monsignor del Dongo, il quale sarà domani condannato a morte o alla galera.
- E quale città è meta del vostro viaggio?
- Napoli, penso -. Ed aggiunse alzandosi: Altro non mi resta che prender congedo da Vostra Altezza Serenissima e umilmente ringraziarla delle sue passate bontà.
A sua volta parlava con un tono così deciso che il principe capì che entro due secondi tutto sarebbe finito; se la duchessa arrivava a partire, egli sapeva che non vi sarebbe stato più rimedio: non era donna, quella, da tornare sulle proprie decisioni. Le corse dietro e prendendole una mano:
- Ma lei sa, signora duchessa, che io le ho sempre voluto bene; ho sempre avuto per lei un'amicizia alla quale sarebbe dipeso unicamente da lei dare un altro nome. Ora, un omicidio è stato commesso, è cosa che non si può negare: io ho affidato l'istruttoria del processo ai miei migliori giudici...
A queste parole la duchessa si drizzò in tutta la sua alterezza; ogni apparenza di deferenza e in di urbanità sparì da lei in un batter d'occhio; restò solo la donna oltraggiata, ed una donna oltraggiata che parla ad uno ch'essa sa in malafede. Col tono della più viva collera ed anzi del disprezzo disse al principe, calcando ogni parola:
- È per non sentir parlare mai più del fiscale Rassi e d'altri infami assassini che hanno condannato a morte mio nipote, come han fatto per tanti altri innocenti, che io abbandono per sempre gli Stati di Vostra Altezza Serenissima. Se Vostra Altezza non vuole che un senso di amarezza turbi gli ultimi istanti che passo presso un principe sempre cortese e intelligente quando non è ingannato, la prego umilissimamente di non ricordarmi codesti giudici infami che si vendono per mille scudi o per una croce.
Il tono e soprattutto l'accento di convinzione con cui quelle parole furono pronunziate federo trasalire il principe; un attimo temette che un'accusa anche più diretta venisse a mettere in gioco la sua dignità; ma, tutto sommato, la sua sensazione finì per essere di piacere: ammirava la duchessa: fremente da capo a piedi, era in questo momento superba di bellezza. "Gran Dio! com'è bella! - si disse, - bisogna lasciar passare qualche cosa ad una donna quale forse non esiste forse un'altra in tutta Italia.. Con un po' di politica potrei fose farmene un giorno l'amante; c'è una bella differenza tra lei e quella pupattola della matchesa Balbi, che, ancora, smunge ogni anno trtecentomila lire almeno sai miei poveri sudditi... Però, mi sbaglio, o l'ha detto? Di colpo si sovvenne: condannato mio nipote e tanti altri innocenti! Allora la collera ebbe il sopravvento e fui con la fierezza degna del sovrano che dopo una pausa disse: - E che bisognerebbe fare perché la signora non partisse?
Qualche cosa di cui Vostra Altezza serebbe incapace, ribarrè la duchessa col tono della più amara ironia e del disprezzo meno dissimulato.

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