Matteo Marchesini
Cultura e letteratura. Piccola storia ignobile
Il Foglio, 1 luglio 2026
Ogni intellettuale o artista moderno in grado di riflettere sul suo lavoro sa che l’organizzazione della cultura è il contrario della cultura. Il lavoro, quindi, diventa una guerriglia per strappare spazi di visibilità senza perdere gli spazi di indipendenza. Quando molte diverse forze organizzative si contendono il potere, la guerriglia è più facile. Quando invece restano pochi grandi trust, la tentazione di arrendervisi schizza in alto con tutte le sue giustificazioni sofistiche. Allora parecchi intellettuali e artisti deformano a priori le loro opere per stare almeno un po’sotto i riflettori. Presto le energie usate per autorappresentarsi pubblicamente surclassano i motivi che dovrebbero determinare l’autorappresentazione. Se poi l’ambito in cui ci si esprime sta scivolando ai margini della cultura generale, il processo accelera. E’ quel che da mezzo secolo succede alla letteratura. E dagli anni Ottanta, con la fine delle speranze rivoluzionarie, tanti scrittori e funzionari editoriali che ne erano stati contagiati si sono ritrovati soli davanti al mercato. Chi non ha voluto rischiare l’invisibilità si è disfatto della zavorra critico-teorica, e dopo avere stroncato in gioventù Grass o Nabokov ha esaltato Benni o Baricco. Intanto una narrativa “standard” ha cominciato a essere identificata con la letteratura tout court. I termini criticoteorici (engagement, avanguardia) si sono trasformati in pure etichette pubblicitarie, e le poetiche in brand di collane. Per farsi notare dal mondo fuori, nei territori periferici si esibiscono insegne turistiche: nel caso, articoli che non dicono nulla dei testi ma fissano un’immagine di comodo dei contesti. Chi lo fa con più spregiudicatezza e con più soldi, conquista il centro del “campo letterario”. Dalla narrativa giovanilistica degli anni ’80-’90 si è passati ai polpettoni scolastico-pop del dopo 11 settembre, e di qui a un’autofiction non più impietosa ma risarcitoria, la cui messa in scena di patologie e traumi ottiene subito una partecipe ricezione da welfare. Minimalismo, massimalismo, poetese romanzesco: le insegne cambiano veloci. Così i cannibali, vedendo il loro pop goffo invecchiare come un Commodore 64, hanno provato a ri-liricizzarsi; e lo stesso ha fatto la collana che li ospitava. Altre falene del romanzo si sono buttate su un pittoresco da Pro Loco, misto a storie di donne e Resistenza; e qualcuno parassita figure famose romanzandone la biografia. Nel frattempo un’editoria in affanno ha iniziato a imbarcare gli influencer, mentre i critici venivano rimpiazzati da editor che si dànno l’aria di ct della nazionale, che amministrano “botteghe” di narrazione, e che ogni tanto inneggiano a enormi Romanzimostri, in apparenza anti-standard ma in realtà destinati, col loro tonitruante estetismo, a fare l’opposizione di sua maestà alla produzione media. Un po’ ovunque, la griffe che segnala “qui qualità” è una lingua improbabile, divisa tra retorica hard-splatter e leziosità dannunziane dosate con un tatto da elefanti. Ma le vendite restano modeste, la rivoluzione mediatica accumula le sue rovine. Allora certi autori-imprenditori, che di solito sono anche dirigenti editoriali e direttori di festival, capiscono che le librerie e gli spazi di presentazione offrono vetrine ormai indispensabili. Consolidano così una filiera di venditori-intellettuali, con negozi simili a stilosi Barber Shop, che nei fatti sono dipendenti dalle ultime opinioni Verdurin. In questa filiera, i figli del ceto medio riflessivo cercano ciò che i padri trovavano nei partiti. Le nuove commissioni politiche, divenute venticelli di pettegolezzi, scomunicano chi urta i dogmi del giorno (manifesti woke, passaporti antifascisti). La storia clericale italiana si dimostra più forte della cronaca letteraria. Ed ecco che si arriva al pulmino dello Strega.

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