lunedì 6 luglio 2026

L'opera di Luca Rastello

Francesco M. Cataluccio
Per Luca Rastello

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 Per Luca Rastello

Undici anni fa, di questo giorno, Luca se n'è andato. Mi manca molto, anche se spesso, pensandolo, mi pare sia ancora qui.
Per ricordare chi era LUCA RASTELLO (1961-2015) vorrei iniziare dalla fine, perché mia nonna diceva che i grandi uomini, come gli attori, si riconoscono da come escono di scena. Luca, dopo una grave malattia durata dieci anni, e affrontata con grande dignità e spavalderia, senza mai perdere la Trebisonda (come amava dire lui che in quella città del Mar Nero c’era andato davvero), ci ha salutati con una lettera aperta alle due figlie per dare a loro, e a tutti coloro che gli volevano bene, coraggio con una riflessione sul senso della vita: piena di ironia, autoironia, ottimismo e persino con una sorprendente riproposione della lettura che il filosofo francese di origine russa, Alexandre Kojève, fece della “dialettica servo padrone” nel celebre libro "La dialettica e l’idea della morte in Hegel". In una lezione tenuta all'associazione PHILO, ai Frigoriferi Milanesi, Luca aveva parlato di Tristram Shandy. Era un romanzo poco letto, diceva, ma capace di esaltare l’arte del narrare. Tristram, generato sotto l'influsso dell'orologio, sa che la morte lo sta inseguendo. L'arte del narrare si è rivelata un'arma difensiva come lo scudo di Achille. Se per descrivere un giorno ci vuole un anno, scrivendo si influisce sul tempo. Perché il tempo di un uomo è destinato a esaurirsi come il tempo di una vicenda narrata, ma lo si può moltiplicare confondendolo, sovrapponendo altri tempi, altre storie. E poi Sterne ha un’ultima trovata, entra nel suo libro. Entra nel romanzo. Tristram non muore più: Tristram è vivo e credo che la principessa indiana si alzi in piedi ad applaudire. Poi Luca aggiunse questa citazione: “In un remoto casolare coperto di stoppie dove vivo costantemente impegnato a lottare contro le afflizioni della cattiva salute e di altri mali della vita con le armi del buon umore, essendo fermamente persuaso che ogni volta che un uomo sorride, ma più ancora quando ride, aggiunge un granello a questo breve frammento che è la nostra vita”.
Luca è stato un bravo e vero giornalista (“un indagatore di contraddizioni” definiva il mestiere che gli dava da vivere) e, da quando si scoprì irrimediabilmente malato, un ottimo scrittore. Ha diretto alcune riviste (tra le quali “Narcomafie” e “La Rivista dei Libri”), ed è stato inviato di “Diario”, poi collaboratore de “La Repubblica” . Negli anni Novanta è stato attivo nell'ambito della cooperazione internazionale: fondatore del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino. Da quell'esperienza è nato il suo primo libro "La guerra in casa" (Einaudi, 1998), ispirato alla guerra nella ex-Jugoslavia. Libro che è frutto di una profonda disillusione. Là (come già aveva intuito quando lavorava a “Narcomafie”) Luca capì che “le cose non tornano” e che il suo compito era quello di “smascherare la realtà”. Facendo cosa? Essendo stato uno dei suoi editori (alla Bollati Boringhieri), posso testimoniare che le quarte di copertina Luca se le scriveva assolutamente da solo. E’ meglio quindi lasciare la parola a lui:
“Il cecchino, figura principe nell'immaginario di una guerra sporca, carnefice per eccellenza, che prova a ricominciare a vivere in Italia. L'incubo di Izmet, prelevato dalla polizia di Spalato e massacrato perché mussulmano. L'assurda fine di Moreno Locatelli, ucciso a Sarajevo sul ponte di Vrbanja, durante una manifestazione di pace da lui stesso ostacolata perché inutile. E chi ha ucciso i tre italiani che trasportavano un carico di aiuti umanitari e avevano i documenti per espatriare una quarantina di vedove con i loro bambini? Grazie al lavoro compiuto da Rastello, questo libro offre una serie di materiali e informazioni "veri", spesso trascurati da televisione e giornali.”
E poi, il suo primo romanzo: "Piove all'insù" (Bollati Boringhieri, 2006), che ebbe un notevole successo perché è la storia disincantata di una intera generazione e del rapporto difficile con i padri (il suo, fu un alto ufficiale dei carabinieri e poi dirigente dei servizi segreti, cosa che Luca scoprì soltanto aprendo i cassetti dopo che era morto): “Le meraviglie del Nuovo Mondo Flessibile si svelano tutte d'un tratto e di solito in maniera traumatica: con una lettera di licenziamento. Può capitare allora di rimanere senza parole, e di non avere altro da fare che cercarle: per dare forma al trauma, per occupare un tempo improvvisamente vuoto, per ricostruire la strada attraverso cui si e arrivati fin qui. È il tentativo del protagonista di questa storia, costretto dal suo stesso smarrimento a orientarsi seguendo una traccia vaga come la trama di certi romanzi di fantascienza psichedelica letti durante l'adolescenza”.
Seguì una raccolta di racconti "Undici buone ragioni per una pausa" (Bollati Boringhieri, 2009): “esiste un tratto quasi terminale della corsa - quando l'inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata - che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. È la sola parte dell'universo e del tempo che possa essere raccontata: le prime cose sono avvolte nella foschia di un passato senza memoria, le ultime accadono per definizione quando non è più possibile riferirne. Penultime cose è il confine dato al racconto: uscirne è prerogativa del titano o, più facilmente, del ciarlatano, non dello scrivano. A lui restano argomenti indubbiamente penultimi ma non privi di peso, come inferno, bontà, attesa, nostalgia, partenze, ritorni, paternità, fantasmi, comunismo. Babbo Natale, calura e febbre. E poi Armenia. Argentina. Asia, Jugoslavia e cerchia dei Navigli. E sogni. Se ne può trarre qualcosa di interessante, guidati dalla domanda sulla finitezza: ultima cosa o penultima? E sull'infinito: penultima cosa o ultima? La risposta è un ago che oscilla fra nichilismo e allegria, e la guida per approssimarla si può trovare nei luoghi più inattesi, come la matematica e le biglie con cui gioca Dio”.
Riprese quindi a scrivere reportage, un po’ particolari. Nella sua attività di volontario-insegnante nelle carceri Nuove di Torino, Luca aveva conosciuto un super trafficante italo-americano (che nei molti anni che si fece di prigione si laureò in Filosofia e Teologia). Da questa conoscenza, che era diventata un’ amicizia, Luca trasse grtan parte del materiale per Io sono il mercato (Chiarelettere, 2009), un grande libro sul narcotraffico: “Questa è la storia di uomini normali, insospettabili padri di famiglia saliti al vertice del narcotraffico internazionale. Una storia "criminale", raccontata da uno dei protagonisti, che svela le astuzie del sistema cocaina, ma anche la vita e le abitudini dei grandi trafficanti. I pesci grossi, quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la droga nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Uno sguardo dall'interno. Un nuovo punto di osservazione per capire come l'economia illegale riesce a infiltrarsi nell'economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare straordinariamente redditizio che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali”.
Un libro ancora di grande attualità è "La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani" (Laterza, 2010), sui diritti dei rifugiati: un libro coraggioso e provocatorio sulle violazioni dei diritti a danno di migliaia di migranti, storie di donne e uomini respinti da un continente intero. Donne e uomini a cui si nega accoglienza, su cui si spara alle frontiere d'Europa, donne e uomini rimpatriati in base ad accordi bilaterali poco trasparenti e spesso riconsegnati alle tragedie e ai carnefici a cui tentavano di sfuggire, donne e uomini a cui viene rifiutato lo status di rifugiati o anche solo la possibilità di avere un lavoro e una casa. Donne e uomini le cui vite dannate segnano la fine ingloriosa di una civiltà giuridica, quella delineata nei trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra o la Carta dei Diritti dell'Uomo, con cui il nostro mondo tentava di darsi un profilo migliore dopo le guerre mondiali. Insieme, in queste pagine, troveremo i dati del primo rapporto complessivo sul tema del diritto d'asilo in Europa commissionato da Caritas e Fondazione Migrantes, i dati delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, l'operato dell'agenzia Frontex, le fonti del diritto internazionale, un glossario, un vademecum di buone pratiche, un vero e proprio manuale per ottenere il rifugio politico o per dare aiuto a chi richiede asilo e una rassegna degli accordi bilaterali tra gli Stati per la riammissione dei migranti.
Seguì un libro “picaresco”, abbastanza ignorato dalla critica e dal pubblico, il "Dizionario per un lavoro da matti" (L’ancora del Mediterraneo, 2010): in queste pagine si incontrano fantasmi, clown, dandy, macchine fantascientifiche, bambini-medusa, mostri mutanti, maghi e altre assurdità che danno vita a una storia tanto grottesca quanto vera. A raccontarla, sotto la guida di Luca Rastello, sono cinque ragazzi venuti a Torino per motivi di studio e che, per mantenersi, hanno passato mesi pulendo mercati, sponde fluviali e scuole, lavorando a stretto contatto con i “matti” della Nuova Cooperativa -fondata trentanni fa dai degenti dell'ospedale di Collegno-raccogliendone le storie e le voci per dar vita a un romanzo polifonico fatto di smorfie e sghignazzi, sudore e sangue ma soprattutto di dignità e rispetto nei confronti di chi è sempre stato considerato diverso.
Luca aveva un’idea molto precisa ed etica del giornalismo e del ruolo dello scrittore (sempre di più, negli ultimi anni, le due attività in lui si sono identificate, associandosi alla sua grande passione per il viaggiare: quando solo stava un pochino meglio, si inventava un pretesto, prendeva lo zaino e partiva).
In "Democrazia: che cosa può fare uno scrittore", scritto con Antonio Pascale (Codice, 2011) sostiene che la parola, veicolo di conoscenza e informazione, sembra oggi aver perso il proprio potenziale critico e analitico, e la sua fondamentale funzione di sprone e stimolo. Negli ultimi vent'anni l'informazione giornalistica e la televisione l'hanno ridotta a puro strumento retorico, volto a creare consenso oppure a offrire slogan consolatori e di facile presa. Lo scrittore -sia egli letterato, giornalista o divulgatore- può ancora contribuire alla crescita di una coscienza democratica diffusa e matura? O siamo condannati a subire questo svuotamento di significato, e a rinunciare ad ogni desiderio di sapere? L’impegno oggi più urgente è quello di allontanare la parola dalla retorica e dalla spettacolarizzazione, per fare in modo che si riappropri della propria natura di strumento descrittivo e conoscitivo.
Frutto di una serie di viaggi fu "Binario morto" (Chiarelettere, 2012), scritto con Andrea De Benedetti: un réportage sul corridoio 5 dell’alta velocità tra Lisbona e Kiev. Luca lo spiegò così: “Algeciras (Portogallo), poco lontano da Lisbona. Parte da qui il viaggio-inchiesta degli autori di questo libro, attraverso i buchi e le incompiute dell'Alta velocità. Un reportage narrativo, l'occasione per raccontare la decadenza dell'Europa a partire da quel sogno partorito all'inizio degli anni Novanta (con il nome altisonante di Corridoio 5) e naufragato oggi, tra nazioni che si defilano (poco prima dell’uscita del libro, il Portogallo ha annunciato l'abbandono definitivo di ogni progetto di Alta velocità) e altre che non ne vogliono sentir parlare (l'Ucraina, per esempio). Quello dell'Alta velocità che voleva unire l'Atlantico alle steppe russe oggi è un incubo. A ovest una ragnatela di infrastrutture. A est si viaggia con mezzi di fortuna. Da Trieste a Lubiana in corriera. E poi un dedalo di stradine che portano agli snodi cruciali dell'Alta velocità che non c'è”.
L’ultima sua fatica è stato il secondo romanzo, il discusso "I buoni "(Chiarelettere, 2014), titolo che rimanda alle Eumenidi di Euripide, e al più recente libro Le benevole di Littel: per Luca, il suo romanzo era anche una riposta a quell’orribile libro. Così Luca lo presentò: “I Buoni lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano "progetti", il loro dio è la legalità. A guidarli c'è don Silvano. Lui è l'uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell'ambizione: a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di conciliazione: Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare”.
Luca aveva una solida preparazione filosofica e matematica.
In generale: una cultura assai ramificata, frutto di una curiosità inesuaribile.
Abbiamo ragionato spesso assieme sull’ETEROGENESI DEI FINI, che è diventato anche il tema principale dei miei libri.
Semplificando, l'eterogenesi dei fini è fare il Bene con il Male e fare il Male con il Bene.
Questa è la chiave per comprendere tutta la sua opera: un percorso di viaggio, soperta, denuncia, racconto, iniziatoconn La guerra in casa e terminato con I buoni. Luca citava spesso due frasi di Nietzsche: “Se guardi per molto tempo l’abisso, prima o poi l’abisso guarderà te. Se lotti troppo a lungo con il drago, tu diventerai il drago” ("Aurora").
Questo è il tema de "I buoni": una vicenda che, ispirandosi al suo impegno in organizzazioni che combattono la droga, le mafie e le guerre ad esse collegate, mette il luce spietatamente una questione scomoda e dolorosa sulla quale, come avviene con la Morte, tutti cerchiamo di non riflettere: spesso il Bene si fa con il Male. A questo rischio, più o meno coscientemente, sono esposti coloro che al Bene dedicano tutte le proprie energie. Purtroppo però, spesso, il Male si fa cercando di fare il Bene. Come dice Mefistofile (nel Faust di Goethe, e che Michail Bulgakov mise questa frase ad esergo del suo Il Maestro e Margherita): “Sono quella forza che opera costantemente il Male e fa continuamente il Bene”. Questa è la cosa più importante che Luca ha capito e ci ha raccontato

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