giovedì 17 gennaio 2013

Massimo Recalcati, Che cosa resta del padre

Così una figura a rischio di evaporazione può riacquistare un ruolo. Non per reprimere i desideri, ma per guidarli. Andando oltre Lacan, come sostiene lo psicoanalista Massimo Recalcati.

MILANO. Dopo Le correzioni, nel nuovo romanzone di Franzen, Libertà, torna, tra gli altri, il tema della famiglia. Ma, nell'epoca della massima mutazione dei legami, Cosa resta del padre? È la domanda, e il titolo, dell'ultimo libro dello psicoanalista Massimo Recalcati. Che, riprendendo Jacques Lacan, muove da una constatazione: il padre sta evaporando. Non spaventatevi. Tra gli innumerevoli meriti degli scritti di Recalcati c'è anche quello di condurre a un alto grado d'intellegibilità il pensiero lacaniano - come noto, tra i più impervi nel Novecento.
Partiamo dall'evaporazione.
"È la dissoluzione del Padre-normativo, garante, del Padre-Dio. Dissoluzione che non ha certo origini recenti, ma che oggi va ripensata. Senza nostalgie. E alla luce di nuove urgenze".
Per esempio?
"La tendenza a un godimento senza limiti. Il tramonto del Padre come Legge coincide col trionfo capitalistico dell'oggetto. L'oggetto-merce diventa una promessa sempre più potente di soddisfazione e, al tempo stesso, una vacuità che genera solo pseudomancanze. Una volta una paziente mi ha detto: "Vado al supermercato a vedere quel che mi manca"".
Dal regno del Padre a quello del Papi.
"In Berlusconi coabitano un ideale retorico, pubblicitario, di famiglia tradizionale, e un sottosuolo pullulante di oggetti. Tecnicamente siamo in presenza di un godimento incestuoso".
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Anche contro queste derive, lei tesse nel libro un elogio, scomodo, dell'intolleranza.
"Sì, ma non è una manovra di restaurazione del Padre-Legge, del Padre-Padrone, insomma quello il cui mestiere è dire sempre No! Questa è una nostalgia impossibile, che caratterizza tutte le ortodossie e i fondamentalismi. Mentre la funzione paterna autentica è quella di stabilire un limite attraverso la donazione. Un padre non si limita a frenare il godimento, ma autorizza anche al desiderio".
Lei insiste sul valore della Testimonianza. Nella quale il Padre non si pone però come modello di condotta.
"Freud diceva che educare è un mestiere impossibile. Il padre migliore è quello che si fa carico di questa impossibilità. Non detiene risposte sul significato ultimo del vivere e del morire. Ma custodisce questo vuoto di sapere. Un genitore (e nel libro parlo, in senso largo, di funzione paterna, al di là dei legami di sangue o di genere) non dovrebbe trasmettere qual è il senso del mondo, ma dire che al mondo si può conferire un senso".
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Ricostruire dai ruderi del Padre.
"In Lacan l'insistenza sulla funzione simbolica del padre rischia di disincarnarlo. Il mio tentativo è di ripensarlo dai piedi. La funzione paterna deve incarnarsi in qualcosa: una persona, un'esperienza decisiva, un incontro, un libro, un atto...".
Ciò detto, il libro si conclude con una separazione.
"Nel legame familiare la necessità dell'appartenenza dovrebbe favorire e non inibire l'allontanamento. Non c'è ritrovamento di sé senza separazione, strappo, sradicamento".
D'altro canto, nell'epoca in cui i genitori pedalano per il successo della prole, lei tesse un secondo elogio scomodo: quello del fallimento.
"Sartre diceva che se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno dei destini quasi mai felici. La giovinezza dovrebbe essere l'epoca del fallimento, o diciamo il tempo in cui il fallimento è consentito. Non c'è formazione senza fallimento".
Da un lato le famiglie irreali di pubblicità, show, fiction, dall'altro quelle, splatter, della cronaca nera. Da Cogne ad Avetrana. "In famiglia la violenza esplode spesso quando c'è assenza di conflitto. Mentre la conflittualità civilizza la violenza ristabilendo la differenza tra generazioni. Prenda le ultime contestazioni contro la riforma Gelmini: seppur circoscritte, le violenze sono esplose quando gli studenti si sono sentiti inascoltati, non riconosciuti in quanto aventi diritto a un conflitto dialettico".
Un altro elogio del libro è dedicato al conflitto. Benché lei parta da una frase con cui, affrontando il grande Parricidio culturale del '68, Lacan frenava, dicendo: va bene liberarsi del Padre, ma a condizione di servirsene. Insomma, non gettate il babbo con l'acqua sporca.
"È l'assunzione dell'eredità. L'idea che abbiamo giocoforza un debito con l'Altro e che dobbiamo riconoscerlo. Che qualcosa della tradizione dev'essere salvato. Altrimenti a trionfare è davvero il totalitarismo degli oggetti, il Far West del godimento. Per oltrepassare il Padre, bisogna riconoscere il debito che abbiamo con lui".
L'iconoclastia tout court rema contro l'emancipazione.
"Per la psicoanalisi l'odio non libera. Ma vincola. Lascia incatenati alla persona o alla cosa odiata, per l'eternità".

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