venerdì 11 gennaio 2013

Hannah Arendt, Un'idea alta della politica




... l’azione politica è l’attività specificamente umana, il luogo dell’esistenza autentica dove all’uomo è dato di realizzarsi come uomo e che scaturisce dalla libertà come potere di intraprendere qualcosa di nuovo.
... È proprio perché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo che ci si può attendere l’inatteso dall’uomo: agire, ci fa notare la Arendt, ha proprio il significato di iniziare, come indica la parola greca archein, incominciare, condurre, governare ; e scaturisce dalla pluralità di essere unici, perché «se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, […] allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità» [H. Arendt, Vita Activa]. Per la Arendt, dunque, il discorso e l’azione sono le modalità essenziali attraverso le quali riveliamo questa unicità nella distinzione, come per Aristotele erano le uniche due attività stimate politiche e costitutive del bios politikos, da cui trae origine il dominio degli affari umani nel quale ogni considerazione sull’utile o sulla necessità era rigorosamente esclusa.
"La polis si distingueva dalla sfera domestica in quanto si basava sull’eguaglianza di tutti i cittadini, mentre la vita familiare era il centro della più rigida disuguaglianza. Essere liberi significava sia non essere soggetti alla necessità della vita o al comando di un altro, sia non essere in una situazione di comando. Significava non governare né essere governati. […] Essere liberi voleva dire essere liberi dalla disuguaglianza connessa a ogni tipo di dominio e muoversi in una sfera dove non si doveva né governare né essere governati". [H. Arendt,
Vita activa]

http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/02casale_2.htm#_ftn15
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Il nuovo si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi statistiche e della loro probabilità, che a tutti gli effetti pratici, quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre alla stregua di un miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c’era nessuno. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.
Azione e discorso sono così strettamente connessi perché l’atto primordiale e specificamente umano deve nello stesso tempo contenere la risposta alla domanda posta a ogni nuovo venuto: «Chi sei?» Il rivelarsi del proprio essere è implicito sia nelle parole sia nelle azioni; tuttavia è evidente che l’affinità fra discorso e rivelazione è molto più stretta di quella fra azione e rivelazione, proprio come l’affinità fra azione e cominciamento è molto più stretta di quella fra discorso e cominciamento, sebbene molti, forse la maggior parte degli atti, siano compiuti in forma di discorso. A ogni modo, senza essere accompagnata dal discorso, non solo l’azione perderebbe il suo carattere di rivelazione, ma anche il suo soggetto; non uomini che agiscono, ma robot che eseguono realizzerebbero ciò che, umanamente parlando, rimarrebbe incomprensibile. L’azione senza discorso non sarebbe più azione perché non avrebbe più un attore, e l’attore, colui che compie gli atti, è possibile solo se nello stesso tempo sa pronunciare delle parole. L’azione che egli inizia è rivelata agli altri uomini dalla parola, e anche se il suo gesto può essere percepito nella sua nuda apparenza fisica senza accompagnamento verbale, acquista rilievo solo l’espressione verbale mediante la quale egli identifica se stesso come attore, annunciando ciò che fa, che ha fatto o che intende fare.
Nessun’altra attività umana esige il discorso nella stessa misura dell’azione. In tutte le altre attività, il discorso gioca un ruolo subordinato, come mezzo di comunicazione o mero accompagnamento di qualcosa che si potrebbe anche compiere in silenzio. E’ vero che il discorso è estremamente utile come mezzo di comunicazione e informazione, ma come tale potrebbe essere sostituito da un linguaggio di segni che potrebbe provarsi ancora più utile e conveniente per esprimere certi significati, come in matematica e nelle altre discipline scientifiche o in certe forme di lavoro di gruppo. Così è pure vero che la capacità umana di agire, e specialmente di agire di concerto, è estremamente utile per scopi di autodifesa o per il perseguimento di interessi; ma se non ci fosse niente di più in gioco che il servirsi dell’azione come mezzo per raggiungere un fine, è evidente che lo stesso fine potrebbe essere conseguito molto più facilmente dalla muta violenza: così l’azione non sembra essere un sostituto veramente efficace della violenza, proprio come il discorso, dal punto di vista della mera utilità, sembra un rozzo sostituto del linguaggio dei segni.
Agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l’unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano, mentre le loro identità fisiche appaiono senza alcuna attività da parte loro nella forma unica del corpo e nel suono della voce. Questo rivelarsi del «chi» qualcuno è, in contrasto con il «che cosa» – le sue qualità e capacità, i suoi talenti, i suoi difetti, che può esporre o tenere nascosti – è implicito in qualunque cosa egli dica o faccia. Si può nascondere «chi si è» solo nel completo silenzio e nella perfetta passività, ma la rivelazione dell’identità quasi mai è realizzata da un proposito intenzionale, come se si possedesse questo «chi» e si potesse disporne allo stesso modo in cui si possiedono le sue qualità e si può disporne.
Al contrario è più che probabile che il «chi», che appare in modo così chiaro e inconfondibile agli occhi degli altri, rimanga nascosto alla persona stessa, come il “daimon” della religione greca che accompagna ogni uomo per tutta la sua vita, sempre presente dietro le sue spalle e quindi solo visibile a quelli con cui egli ha dei rapporti. Questa capacità di rivelazione del discorso e dell’azione emerge quando si è con gli altri; non per, né contro altri, ma nel semplice essere insieme con gli altri.
Sebbene nessuno sappia chi egli riveli quando si esprime con gesti o parole, tuttavia deve correre il rischio della rivelazione; un rischio che non può essere affrontato né dal benefattore, che dovrebbe essere ignoto a se stesso e conservare la più completa anonimità, né dal criminale, che deve nascondersi agli altri. Si tratta di due figure solitarie, anche se una è a favore degli uomini e l’altra ostile ad essi; entrambi, quindi, rimangono estranei allo spazio delle relazioni umane e sono, politicamente, figure marginali che di solito entrano nella scena della storia in tempi di corruzione, disintegrazione e bancarotta politica. Data questa sua inerente caratteristica di rivelare l’agente mentre agisce, l’azione ha bisogno per il suo completo manifestarsi della luce splendente che un tempo era chiamata gloria e che è possibile solo nella sfera pubblica.



*estratto da Vita activa. La condizione umana (prima edizione Saggi Tascabili Bompiani 1991, traduzione italiana di Alessandro Dal Lago).