martedì 22 gennaio 2013

Comunicare in attesa di risposta


Qualche anno fa era uscito un bel film intitolato “Lavorare con lentezza” (mutuando uno slogan del movimento del ’77): si trattava in sostanza di un elogio della lentezza, intesa come recupero del gusto di fare le cose senza lasciarsi travolgere dalla smania del fare. Oggi vorrei tentare un elogio della leggerezza e lo vorrei fare dal mio particolare punto di vista: la comunicazione.
Partirei da un assunto molto semplice: tanto più una comunicazione è efficace quanto più è in grado di stimolare una risposta. Sembra una banalità, ma purtroppo non lo è, visto che gran parte dei messaggi che ci arrivano tutto fanno tranne che provocare un’interazione (peraltro né voluta né prevista).
Nell’era di internet 2.0 la tanto sbandierata “collettivizzazione del sapere” sembra quanto mai un’utopia. E se è vero che, come diceva McLuhan, che “il mezzo è il messaggio”, non dimentichiamo che il primo di tutti i mezzi è il linguaggio: non basta aprire una pagina fb o un blog per avviare un dialogo: la tecnologia serve ma non è tutto, ciò che può essere davvero inclusivo (o esclusivo) è il linguaggio e l’atteggiamento. Il fatto è – e qui vengo al punto – che siamo assuefatti a subire la comunicazione: di certi argomenti hanno il diritto di parlare solo quelli che sanno, che usano certe parole… Abbiamo paura di esprimerci perché temiamo il giudizio altrui o di essere trattati con condiscendenza.
Penso sia giunto il momento di ribellarsi a questi presunti signori della comunicazione, abituati a prendersi troppo sul serio: seppelliamoli con una risata. Non fraintendetemi, non sto dicendo di buttare tutto in burla, ma di ribellarsi ai toni tetri e ai linguaggi da conventicola, di recuperare insomma un po’ di quella leggerezza che permette di cogliere il senso delle cose al di là del velo delle parole complicate. Non esistono argomenti tabù come non esistono modi giusti per parlarne. Chiunque può parlare di qualunque cosa secondo quella che è la propria formazione, le proprie idee e modo di essere… l’unico vero tabù è il rispetto per il nostro interlocutore e per l’oggetto del discorso.
Allora facciamola questa rivoluzione: che ognuno si senta libero di dire quello che vuole come vuole e come ne è capace…
Ne guadagneremo di sicuro in termini di arricchimento di idee, nonché in soddisfazione personale: è molto più gratificante sapere di contribuire al dibattito, piuttosto che sentirsi solo spettatori passivi, non credete?