lunedì 14 gennaio 2013

L'antipolitica da Berlusconi a Monti

Oggi il Corriere della Sera pubblica un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul tema dell'antipolitica. Il principale bersaglio polemico è Monti, presentato come un tecnocrate e ricondotto su questa base alla medesima tendenza fatta propria da altri. Mi è parso utile aggiungere a un estratto di questo articolo due altri brani che in vario modo ribadiscono il punto.  

Giovanni Carpinelli
[Populismo e tecnocrazia nel Monti antipolitico]
 Ernesto Galli della Loggia

...Dietro un omaggio di facciata (per carità, non sia mai detto «scendere», bensì «salire», in politica), in realtà l'intera piattaforma centrista di Monti si fa un vanto esplicito, ripetuto, insistito, della propria (reale?) estraneità alla politica: estraneità che neppure si sforza di nascondere la sua effettiva ostilità alla politica. Ne è espressione eloquente il bando comminato a chiunque abbia seduto alla Camera o al Senato per più di un certo numero di anni.
Monti e i suoi collaboratori hanno aderito all'idea - questa sì tipica di ogni populismo - che la politica non ha bisogno di persone esperte dei suoi meccanismi, persone pratiche del funzionamento delle amministrazioni, conoscitrici dei regolamenti delle assemblee parlamentari. No. Il nostro presidente del Consiglio - parlano per lui le procedure con cui ha voluto formare le liste dei candidati - sembra aver fatto proprio, invece, il pregiudizio volgare secondo cui il professionismo politico sarebbe il peggiore dei mali. Mentre un industriale, un economista, un professore universitario - loro sì, espressione della celebrata «società civile» - sarebbero invece per ciò stesso non solo onesti e disinteressati, e capaci di scelte giuste nonché di farle attuare presto e bene, ma anche in grado di soddisfare quella condizione non proprio tanto secondaria che è il consenso.
Pure per questa via, insomma, affiora nell'insieme del montismo, se così posso chiamarlo, quell'opzione irresistibilmente tecnocratica che, se ne sia consapevoli o no, rappresenta essa pure un esito classico dell'«antipolitica».
...
http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_14/equivoci-antipolitica_c3595e66-5e13-11e2-8040-f298aabecc61.shtml
  
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[ancora su Monti antipolitico]
 Francesco Marchianò, Monti, la politica e l'antipolitica, L'Huffington Post, 11 gennaio 2013

...ciò che è più interessante è la scelta delle varie componenti economiche e liberali che appoggiano Monti di farsi partito. Le élite italiane, infatti, hanno sempre valutato negativamente il ruolo dei partiti politici, giudicandoli portatori di conflitti e preferendo talvolta ad essi anche soluzioni poco democratiche. Adesso, invece, sono costrette a farsi un partito pur di ostacolare la probabile vittoria del Partito Democratico.
...la Lista Monti vive un altro paradosso: vuole competere con il Pd, ma è costretta a contendere i voti al centrodestra e a Beppe Grillo, ossia a due elettorati in buona parte populisti. Questo dimostra il carattere antipolitico del partito del tecnico che, infatti, basa la sua legittimità sull'idea che la politica sia più efficiente se fatta da personalità estranee alla politica come tecnici, appunto, o giudici, o imprenditori. Più si dà legittimità ai tecnici, più si dà legittimità all'antipolitica, tant'è che fino a quando Monti è stato al governo, il partito di Grillo non ha fatto altro che salire nei consensi. Con le sue dimissioni, invece, per la prima volta il Movimento 5 Stelle ha avuto una flessione significativa.

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 [Come funziona l'antipolitica]

Quando la politica manifesta il suo limite, essa viene travolta da spinte opposte e distruttive: da risposte antidemocratiche o da risposte antipolitiche, che diventano a loro volta antidemocratiche. Risposte antidemocratiche, come nel caso dei movimenti rivoluzionari o dei fondamentalismi di oggi. Risposte antipolitiche, come abbiamo potuto vedere proprio nel nostro paese, anche se i segnali in questa direzione si moltiplicano in altre aree geografiche. Ma le posizioni antipolitiche, che teorizzano un mondo privo di conflitti (e dunque privo di politica), si trovano di fronte all’insanabile contraddizione rappresentata dal fatto che si appellano alla politica – come con la famosa «discesa in campo» del 1994 – per produrre la fine della politica stessa. Si promette cioè di giungere a una situazione in cui una buona amministrazione sostituirà una volta per tutte la politica, ma nello stesso tempo si produce un’estremizzazione dello scontro frontale, la demonizzazione dell’avversario, l’esasperazione dei toni per chiamare alla mobilitazione contro i nemici della libertà individuale. In altre parole, ci si propone di cancellare la dimensione politica con l’uso estremo delle armi fornite dalla politica stessa.

Pietro Scoppola, Le ragioni del Partito Democratico, relazione, Orvieto, 7 ottobre 2006


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