martedì 8 gennaio 2013

Miguel Gotor, Ricordo di Lucio Magri

È trascorso più di un anno dalla morte di Lucio Magri. L’ultima volta che lo vidi fu anche la prima della mia vita e conservo una memoria particolarmente vivida di quella giornata. Non so neppure perché, ma mi ritrovai insieme con mia moglie nella sua accogliente casa in piazza del Grillo, seduto su dei lunghi divani bianchi. Tutt’intorno, la giovane moglie Mara, prematuramente scomparsa, sembrava scrutarci dalle foto sugli scaffali di un salotto che in un tempo ormai dissipato aveva ospitato la sede del primo Manifesto, quando Praga bruciava insieme con la speranza che un altro socialismo fosse ancora possibile.
Al centro dell’ampia stanza stava un uomo triste e solo, disperatamente sofferente, fanciullesco nel suo esibito dolore. Aveva appena terminato quello che sapeva essere il suo testamento umano e politico, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, l’ultima resistenza al vortice di una depressione divorante. Ricordo ancora nitido il disagio di essere ospitati dentro quella tragedia, i nostri tentativi di comunicare con un muro dagli occhi cerulei ancora bellissimi, ma resi smarriti dall’angoscia.
Nella sua decisione di porre termine alla sua vita con il suicidio assistito vidi il solco di un radicalismo e un gusto per l’intransigenza che avevano accompagnato tutta la sua esistenza: dalla giovanile militanza cattolica e democristiana nel gruppo dossettiano nel segno della riforma morale e intellettuale dell’Italia, allo scontro con Fanfani, all’ingresso nel Pci dopo il 1956, conquistato dall’inquieta sensibilità di Franco Rodano; dalla radiazione nel 1970 dal partito all’avventura giornalistica, umana e politica prima del Manifesto e poi del Pdup; dal rientro, all’inizio degli anni Ottanta, nel Pci di Berlinguer, ma non da pentito della sua esperienza nella sinistra extraparlamentare, sino al rigetto della svolta del 1989, all’ingresso in Rifondazione comunista e alla difesa dell’esperienza del comunismo italiano.
[...]
Come ricorda Castellina, Magri è stato un uomo integralmente novecentesco che ha vissuto in modo drammatico la crisi della sinistra, a causa del suo «assolutismo caratteriale diventato un rovello costante». Un rovello, intorno al peso di una sconfitta che era anche un atto di amore nei confronti di una storia. Questo pensai quando vidi i suoi occhi brillare l’ultima volta dall’alto della tromba delle scale, mentre accompagnava la nostra vitalità con un sorriso triste, troppo triste, per non dirci addio: «Io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento».



Il dolore calmo di Lucio Magri
A un anno dalla morte, i saggi del fondatore del “Manifesto”

la Repubblica, 8 gennaio 2013