mercoledì 2 gennaio 2013

Il gollismo non si addice ai gattopardi

Il centrismo sfuggente del professore



 
Jean Effel presentava così il « matrimonio » di De Gaulle 1) con la Francia (Marianne) 2) davanti al generale Massu 3), uno tra gli insorti del maggio 1958. Marianne era circondata dal radicale Félix Gaillard 4) e dal socialista Guy Mollet 5), tutti e due convertiti alla soluzione gaullista della crisi.
Vignetta di Jean Effel, L’Express, 19 settembre 1958.





 Ma insomma, per come è partito, Monti si pone al centro della scena, oltre che al centro del sistema politico. Vorrebbe quindi disporre ancora del comando. Cosa normale per un politico. Ma su cosa poggia la sua pretesa? Ha salvato l'Italia dal baratro, dice lui. Ma non ha potuto finora dimostrare grandi capacità di decisione. Sul piano dei tagli, come per le liberalizzazioni non ha potuto fare molto. Allora dovrebbe mostrarsi deciso a agire finalmente, ma dovrebbe anche dare un'idea della strada che intende imboccare. E qui il nostro professore diventa sfuggente. Anzi, quanto al suo posizionamento politico, appare confuso. Non si vuole alleare con Berlusconi, d'accordo. Ma si presenta come alternativo alla sinistra. Ha le forze per poter ambire a tale ruolo? Sembra di no. E allora ha solo fretta di accedere nuovamente alla presidenza del Consiglio. Senza avere il profilo del sovrano predestinato che aveva de Gaulle nel 1958. Il quale sull'Algeria non fu molto chiaro. Sembrava propenso a difendere l'Algeria francese, e invece qualche tempo dopo avviò le trattative per il riconoscimento dell'indipendenza. Però de Gaulle voleva riformare le istituzioni. Aveva le forze per farlo. Aveva le idee chiare in proposito e, su queste basi - personale prestigio e volontà di riforma radicale -, affrontò il giudizio degli elettori. Monti al confronto ha il desiderio di mantenere una funzione arbitrale, ma non sembra avere l'ansia di schierarsi più nettamente su terreni difficili. E non ha (ancora) il profilo del sovrano destinato a sciogliere una volta per tutte qualche nodo.

Giovanni Carpinelli
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Monti “il progressista” che non può non dirsi centrista

L’irregolare frase montiana «mi sento progressista» colpisce, ma non regge all’urto. Il doppio test somministrato da Bersani al professore ha fornito un responso inequivocabile sul progressismo percepito da Monti. Il quale al quesito «cosa pensa dei diritti civili» ha risposto, nel documento in sette punti twittato l’ultimo dell’anno, con un’intenzionale linea di vuoto pneumatico, con concessione ai suoi parlamentari della «libertà di coscienza».
Mentre al «dovrà dirci a chi è alternativo», Monti continua a replicare da teorico delle divergenze parallele. Non siamo «contro questo o contro quello», «non vogliamo coprire una posizione di centro tra sinistra e destra», né «inserirci tra due poli», ma «rompere barriere e confini». Questa sindrome del non volersi dire centristi, che riemerge nel documento di fine anno, stride con l’affermazione secondo cui «il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento». La quale, a sua volta, cozza con la vicinanza di Monti al Ppe che del deprecato «vecchio schema» è pilastro europeo. È dura sentirsi progressisti, cercare i voti centristi ma non volersi dire centristi. Ma c’est la vie. È la campagna elettorale, bellezza.

Francesco Lo Sardo, Europa, 2 gennaio 2013