Francesco Cundari
Il caso De Luca, l'antisemitismo e la lunga eredità di Netanyahu
Linkiesta, 28 maggio 2026
Ho sempre trovato riprovevole e rivelatore l’irresistibile impulso a rovesciare contro gli ebrei l’accusa di genocidio, e fino a quando Benjamin Netanyahu non ha reso la distinzione una questione di lana caprina, lo confesso, mi è capitato persino di accalorarmi con chi non voleva sentir parlare di massacri, atrocità e nemmeno di sterminio, perché non c’era niente da fare, se non dicevi la parola magica, stavi chiaramente dalla parte dei cattivi.
Una logica peraltro molto diffusa, e non riservata solo alla questione palestinese, questa delle parole-bandiera o per meglio dire delle parole-lasciapassare, indispensabili per attraversare incolumi una folla sempre pronta a linciare chi non si identifichi chiaramente e inequivocabilmente con la tribù dei giusti, prestando il dovuto omaggio ai suoi rituali e ai suoi totem.
Il problema è che ormai, dopo quello che Israele ha fatto a Gaza, comunque lo si voglia definire, e con quello che il governo, l’esercito, i coloni e gli estremisti israeliani continuano a fare indisturbati ovunque, dalla Cisgiordania al Libano, non ho nessuna voglia di fare distinzioni di lana caprina, perché non voglio confondermi nemmeno per un momento con chi, per fanatismo, per abitudine, per qualunque motivo, rifiuta di vedere l’abisso in cui Netanyahu e il suo degno compare Donald Trump hanno precipitato Israele e il Medio Oriente, e si ostina a difendere l’indifendibile.
Dunque non utilizzo il termine genocidio per parlare di quello che Israele ha fatto e fa a Gaza, ma ho smesso di obiettare alcunché a chi lo utilizza. È una situazione, per me e per quei pochi che eventualmente la pensassero come me, senza via d’uscita. Non c’è che da rassegnarsi: scenderemo nel gorgo muti.
Ho seguito dunque con un misto di solidarietà, dissenso e indulgenza la polemica che ha investito Erri De Luca per l’intervista in cui, tra le altre cose, si è definito sionista e ha detto che parlare di genocidio a Gaza «è una distorsione storica e verbale». Affermazione che avrei potuto sottoscrivere, se non fosse stata accompagnata dalla seguente spiegazione: «Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol.
È l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili». Tralascio il delirante parallelo con le guerre in Iraq, Siria e addirittura in Ucraina (e dico delirante proprio perché conosco le limpide posizioni di De Luca a favore di Kyjiv, e dunque non posso che attribuire a una momentanea perdita di lucidità il paragone implicito tra Hamas e resistenza ucraina), ma sostenere che i massacri di Gaza siano semplicemente «l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili» è un modo di edulcorare la realtà, e le responsabilità israeliane, almeno tanto distorto, verbalmente e storicamente, quanto lo è, in senso contrario, definirlo un genocidio.
Dopodiché, mi pare sia successo quello che scrive oggi su Linkiesta Guia Soncini: «De Luca ha visto il suo prossimo libro (in uscita a settembre: i bestselleristi hanno sempre un libro in uscita) non andare in classifica. Ha visto l’abisso, e si è spaventato. Quindi ha fatto la cosa che non bisogna fare mai: un post di precisazioni». Risultato: «La curva pro-isr, che avrebbe potuto in parte compensare le vendite boicottate dalla rivolta della curva pro-pal, lo ha abbandonato considerandolo un vile, e la curva pro-pal è comunque indignata dal suo avere messo in dubbio quella coperta di Linus che è il lemma “genocidio”».
A me però ha stupito soprattutto il modo in cui De Luca si è scusato, nel lungo messaggio-precisazione postato sulla sua pagina facebook – per ben due volte, una in italiano e una anche «pour les amis français» – e cioè: «Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace».
Ora, va bene tutto, ma semmai sarà l’uso del termine «genocidio» che potrà legittimamente offendere la sensibilità degli ebrei, essendo utilizzato proprio a questo scopo già da moltissimi anni (da ben prima che Netanyahu facesse del suo meglio per legittimarlo ex post). L’idea che ci si debba scusare per averlo contestato, l’uso di quel termine, mi pare obiettivamente un po’ troppo. Ma in fondo anche questo rovesciamento dei ruoli e della logica dà la misura di quanto la situazione si sia fatta difficile, per Israele e per gli ebrei.
Diversi osservatori sostengono che il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran segnerebbe la fine politica di Netanyahu, confermando la sentenza di Yair Lapid: «Tre anni dopo il 7 ottobre, Hamas governa Gaza, Hezbollah governa il Libano e al posto di un Khamenei ottantaseienne al governo dell’Iran c’è un Khamenei cinquantaseienne». Ma se anche Netanyahu dopo le elezioni di ottobre dovesse sparire per sempre dalla scena politica, l’odio da lui raccolto attorno a Israele e agli ebrei resterà con noi ancora a lungo.

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