venerdì 29 maggio 2026

Marthe, storia di una prostituta

 


huysmans nei panni di una prostituta

Il primo romanzo. L’esordio narrativo dell’autore di «Controcorrente» racconta la storia di una meretrice con cui aveva avuto una relazione. Il libro, ora tradotto in italiano, fu sequestrato dalla censura, ma ricevette il plauso di Émile Zola

Giuseppe Scaraffia
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

Ventotto anni, una folta barba bionda, occhi grigi inquieti e impazienti, Joris-Karl Huysmans avrebbe voluto essere un bohémien, mentre era costretto a essere solo un modesto impiegato, anche se era finalmente uscito, nel 1876, il suo primo romanzo, Marta. L’ispirazione era recente: dopo alcune esperienze nel mondo della prostituzione, in cui attrazione e repulsione sembravano inestricabilmente intrecciate, aveva pensato che solo l’amore di un’attrice avrebbe potuto salvarlo dagli abissi banali della quotidianità. Per questo aveva iniziato a frequentare un piccolo ritrovo, il Théâtre du Luxembourg, eccitato dalle giovani attrici pesantemente truccate, con le labbra di un rosso oltraggioso e il seno ostentato in una nuvola di pesanti profumi. La rappresentazione veniva spesso momentaneamente interrotta dalle grida e dalle battute goliardiche del pubblico annoiato. Una sera però il tumulto si era inaspettatamente spento all’apparizione di un’attrice dai lussureggianti capelli rossi, «irresistibilmente seducente» con quella bocca umida, rossa e vorace.

Presto fiori, lettere e strane poesie avevano cominciato ad accumularsi invano davanti al suo camerino, finché il giovanotto non aveva avuto l’idea di rendersi utile a quel teatro sempre sull’orlo della chiusura, scrivendo un articolo elogiativo. Nessuno conosceva l’effimera rivista su cui sarebbe apparso, ma in quel modo lo spasimante aveva smesso di sembrare solo uno dei tanti corteggiatori delle esuberanti interpreti, per diventare agli occhi degli attori una specie di salvatore.

Però, quando finalmente aveva ottenuto che l’attrice passasse la notte con lui, il risveglio era stato una delusione, non c’era in lei nulla di eccezionale: la ragazza si rivestiva come le altre e diceva le stesse sciocchezze. Per un po’ di tempo, tuttavia, avevano convissuto e non gli era dispiaciuto, al suo ritorno dal ministero, trovare sotto la lampada una donna gradevole e la tavola apparecchiata. Non riusciva però a sopportare quella nuova specie di disordine, gli abiti femminili sulla sua poltrona e l’odore persistente di cibo. Inoltre dopo cena lasciava tutto in disordine per infilarsi a letto, ma anche lì la sentiva distratta e lontana.

I disagi portati dalla nascita di un figlio non suo avevano accelerato la fine della relazione, mentre scoppiava la guerra con la Prussia. Gli amici cui aveva raccontato quella storia deludente l’avevano esortato a scriverne, ma lui aveva esitato a lungo. Alla fine, per lavorare meglio, aveva approfittato di un congedo dal ministero per impegnarsi più intensamente. Sarebbe stato, pensava, la prima volta che qualcuno osava scrivere la storia di una prostituta di una casa chiusa. Invece poco tempo dopo aveva letto che anche uno scrittore affermato come Edmond de Goncourt stava lavorando a un libro del genere.

Conoscendo la severità della censura francese, aveva deciso di pubblicarlo, a sue spese, in Belgio. Sperava di riuscire a farne passare clandestinamente qualche esemplare in Francia, ma la dogana aveva sequestrato quasi tutte le copie di quell’oltraggio al pudore. La sua offerta di tagliare tutta una serie di frasi era stata ignorata dalle autorità, ma l’eco dello scandalo si era diffuso fino al ministero dove era stato rimproverato: il congedo cui aveva diritto era spirato molti giorni prima. Le stroncature non erano mancate, ma l’autore era soddisfatto: l’ormai celebre Émile Zola, profeta del peccaminoso naturalismo, aveva accolto con favore quel libro, sottolineando le sue «rare qualità di stilista e di colorista» e la sua «delicata psicologia puttanesca».

Malgrado alcune ingenuità stilistiche, Huysmans era mirabilmente riuscito a scandire la discesa agli inferi della prostituzione di quella modesta diva, passata dal palcoscenico alle imposte chiuse della casa di tolleranza. Raccontandolo minutamente, aveva sfatato il mito che riduceva scelta mortificante a una resa della vittima, incalzata dalla povertà. Marthe, infatti, dopo avere sperimentato una convivenza prima esaltante e poi deludente col protagonista, trasparente eco del narratore, e la noiosa esperienza di mantenuta di lusso, preferisce tornare nel bordello da cui era fuggita. «Era stata per Marthe una nuova estasi, un’attrazione per il vuoto su cui ci si sporge, quella vita incandescente con le sue capriole e le sue giravolte… quegli ardori e quelle febbri che la facevano delirare». La frenesia e la vertigine dell’essere a disposizione di qualunque uomo, per brutto e volgare che fosse. La soddisfazione di sapere che l’ultimo cliente, quello che aveva passato la notte con lei, mentre se ne andava senza salutare, disgustato di se stesso e di lei, sarebbe presto tornato. Come aveva rilevato Zola i colori hanno un ruolo importante. Specie il rosso che domina quell’universo chiuso trasformandolo in un inferno banale, dai muri rivestiti di un raso rosso opaco alle gambe fasciate di seta rossa fino alle labbra rosse «come bistecche al sangue». Abbandonata, semisvestita, su un mucchio di cuscini, Marthe fatica a riconoscere nel grande specchio la sua immagine lasciva. In particolare, la spaventa l’inaspettata espressione infantile e ammiccante dei suoi occhi pesantemente incorniciati dal khol. Nel cupo universo di Huysmans, in cui autobiografia e documentazione si fondono, neanche l’annientamento di se stessi è una soluzione: «La realtà non perdona chi la disprezza; si vendica demolendo il sogno, calpestandolo, gettandolo in pezzi in un mucchio di fango!»

Joris-Karl Huysmans

Marthe. Storia di una prostituta, a cura di Filippo d’Angelo
Prehistorica, pagg. 230, €17

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