Deve essere la sbornia da trasmissioni televisive “a premio”, somministrate con pervicace costanza da oltre un ventennio, ad aver plasmato anche la politica. La quale vorrebbe consegnare un “pacco premio” al vincitore delle elezioni per rafforzarlo.

Legge Acerbo


La prima volta del “premio” fu con la legge Acerbo, approvata nel 1923, che assegnava il 66 per cento dei seggi a chi avesse avuto più voti, ma almeno il 25 per cento. Il regime di Benito Mussolini ne trasse beneficio e il suo partito poté strutturarsi al potere, garantendone la stabilità. Nel periodo repubblicano, il tentativo di introdurre un sistema “a premio” fu avanzato nel 1953 dalla Democrazia cristiana (relatore Mario Scelba).

La Dc ottenne la maggioranza assoluta dei seggi nel 1948 (53,1 per cento) con il 48,5 per cento dei voti: l’unica elezione in cui un singolo partito vinse più del 50 per cento dei seggi. Tuttavia, il declino della Dc nelle elezioni locali e il timore di una rinascita neofascista indussero il partito al governo a cercare un sistema che garantisse una maggioranza stabile dei seggi.

La “legge truffa”


Approvata, infine, nonostante la veemente opposizione dei partiti comunisti e socialisti, la “legge truffa” stabiliva che 380 dei 590 seggi della Camera dei deputati sarebbero stati assegnati a qualsiasi coalizione di partiti che avesse ottenuto oltre il 50 per cento dei voti. La coalizione era composta da Dc, Socialdemocratici (Psdi), Liberali (Pli) e Repubblicani (Pri) che in totale giunse al 49,2 per cento (con la Dc partito dominante al 40,1 per cento). Tuttavia, pur mancando solo 204.742 voti per raggiungere ottenere la maggioranza e quindi il bonus di seggi, la legge non entrò in vigore e fu abrogata nel 1954.

Il Porcellum


Mezzo secolo dopo, la legge Calderoli, dal nome dell’ideatore senatore leghista, prevedeva un premio fisso pari al 55 per cento dei seggi alla coalizione (e relativo leader indicato formalmente) che fosse giunta in testa: senza soglia minima, superando persino la logica della legge Acerbo. Infatti, in presenza di più di due coalizioni, di frammentazione e personalizzazione, la lista vincente avrebbe potuto avvantaggiarsi di 240 seggi anche ottenendo una percentuale di voti veramente bassa.

Nel 2014 la Corte costituzionale è intervenuta nella questione della riforma elettorale dichiarando incostituzionale la legge elettorale del 2005, già utilizzata nel 2006, 2008 e 2013. In particolare, la Corte ha dichiarato quella legge parzialmente illegittima, e inapplicabile il premio di maggioranza senza soglia, le liste bloccate e lunghe e ha stabilito che all’elettore deve essere consentito di esprimere un voto di preferenza.

L’Italicum


Il cosiddetto Italicum, fortemente voluto da Matteo Renzi nel 2015, andava nel solco dei sistemi elettorali proporzionali con bonus. Si differenziava però dalla legge Calderoli, in sintesi, in quanto il premio di maggioranza era assegnato alla lista più votata (e non, come nel 2005, a una coalizione di partiti).

Alla lista con la maggioranza relativa erano assegnati 340 deputati su 618, a condizione che raggiungesse il 40 per cento a livello nazionale (non era assegnato alcun bonus se la lista avesse toccato quota 340 tramite la distribuzione proporzionale). Se nessuna lista raccoglieva il 40 per cento, si sarebbe ricorso al ballottaggio due settimane dopo.

Lo Stabilicum


Sistemi elettorali con premio di maggioranza fisso non esistono al mondo, ma l’estrema destra italiana vorrebbe avere il primato (la Grecia ha abolito tale sistema). Il testo, attualmente in discussione in commissione Affari costituzionali alla Camera, prevede che praticamente un deputato su cinque (70) sia scelto dal partito vincente senza che gli elettori/cittadini ne conoscano il nome, il volto, senza che costoro concorrano alle elezioni. Una sorta di listone di paracadutati/nominati che nemmeno nelle assemblee ereditarie dell’Ottocento.

Questi settanta scelti dai capi partito non dovrebbero dare conto a nessuno, tantomeno ai cittadini, ma solo al “capo” del governo, trasformando le istituzioni in un grande Consiglio di amministrazione. In questa lunga serie di scelte politiche atte a introdurre un sistema con premio di maggioranza, esiste un precedente che forse è l’ultimo impronunciabile traguardo, probabilmente intimamente coltivato dal legislatore.

Nel 1929 il regime fascista propose agli italiani non un semplice listino come con la riforma Meloni, ma un vero “listone”. Associazioni ed enti vicini al fascismo indicavano mille candidati e poi il Gran consiglio del fascismo selezionava quattrocento nomi di deputati.

Però gli elettori (maschi) potevano, udite udite, approvare o rifiutare la lista in toto. O meglio, potevano scegliere di approvare recandosi “liberamente” verso la cabina elettorale su cui campeggiava un grande Sì, oppure “liberamente” rifiutare varcando l’urna del No, senza segretezza, e con il rischio di varie manganellate. Un bel premio (alla maggioranza).