sabato 9 maggio 2026

Gioconda

Andrea Marcolongo
È un'illusione di gioia amarsi a Salonicco all'alba dello sterminio

La Stampa Tuttolibri, 9 maggio 2026

Gioconda di Nikos Kokantzis, pubblicato nel 1975 e ora riproposto in Italia da e/o con una traduzione dal neogreco di Maurizio De Rosa, nasce da una necessità più profonda di quella puramente letteraria: la fedeltà a un volto, a una voce, a una vita spezzata dal secolo.

In poche pagine di limpida intensità, Kokantzis compie un gesto raro nella narrativa del secondo Novecento greco: sottrarre all’oblio una semplice storia d’amore e, attraverso di essa, restituire una presenza alla città perduta di Salonicco e alla sua comunità ebraica annientata dalla guerra.

Il romanzo appartiene a quella rara categoria di opere che sembrano nascere non da un progetto letterario ma da una fedeltà interiore, da un’urgenza morale - «questa è una storia vera», ecco la dedica del libro.

A prima vista la trama è semplice. Nella Salonicco occupata della Seconda guerra mondiale, un adolescente scopre l’amore. La ragazza si chiama Gioconda, ha gli occhi grigioazzurri, «con un sorriso che illuminava e riscaldava tutto quanto la circondasse»; vive nello stesso umile quartiere, che era «tutte queste cose e molto altro ancora», appartiene alla comunità ebraica della città, ed è poco più giovane di lui. Tra i due nasce un sentimento che cresce quasi senza che se ne accorgano, come accade nei primi amori, attraverso giochi condivisi, passeggiate esitanti, parole trattenute.

Gioconda «fu la mia migliore amica dal giorno in cui imparammo a parlare fino a quello in cui, all’età di quindici anni, fu deportata dai tedeschi con tutta la sua famiglia». Il lettore sa fin dall’inizio che questa storia è destinata a interrompersi. Nel 1943 la comunità ebraica di Salonicco viene deportata nei campi di sterminio, Gioconda e la sua famiglia non faranno ritorno.

È questa consapevolezza a dare al libro la sua vibrazione particolare. Gioconda non è un romanzo costruito sulla suspense, bensì su una forma di tragica chiarezza. Come nelle antiche tragedie greche, il destino è già noto: ciò che importa non è sapere come finirà la storia, ma assistere alla fragile intensità con cui essa si dispiega prima della catastrofe.

Kokantzis scrive quasi trent’anni anni dopo gli eventi, quando la memoria ha già compiuto il suo lavoro di selezione e di silenzio. Il gesto di scrivere nasce allora da un sentimento preciso: non permettere che Gioconda scompaia del tutto. Scrivere significa restituire un volto, una voce, un corpo a quella ragazza conosciuta sotto un albero di fico e che, davanti alla morte, è diventata per lui l’immagine della vita.

La straordinaria forza del testo risiede nella sua semplicità. Kokantzis non cerca mai effetti retorici né soluzioni narrative elaborate. La lingua è limpida, pudica, quasi trattenuta. I gesti dell’amore adolescenziale, la timidezza dei primi baci, la scoperta esitante del corpo dell’altro, la gelosia improvvisa e ingovernabile, sono raccontati con una delicatezza che rende la perdita ancora più acuta.

Attorno ai due giovani il mondo si restringe sotto il peso dell’occupazione: i coprifuoco, la paura, le notizie confuse della guerra. E tuttavia, nel cuore di questa oscurità, nasce una luce inattesa. L’amore diventa uno spazio di libertà improvvisa, quasi clandestina. Ogni incontro acquista una densità irripetibile, perché il tempo stesso sembra diventare più fragile, più prezioso.

È anche per questo che Gioconda occupa un posto particolare nella letteratura greca contemporanea. Per molti anni la distruzione della comunità ebraica di Salonicco, una delle più grandi e antiche del Mediterraneo, rimase sorprendentemente poco raccontata. Il libro di Kokantzis è stato uno dei primi testi letterari a restituire un volto umano a quella tragedia storica.

In questo senso il libro si colloca all’interno di quella linea della narrativa greca del secondo Novecento che trasforma la grande storia in esperienza intima. Ma rispetto agli affreschi più vasti della letteratura ellenica moderna (si pensi, ad esempio, alle opere di Nikos Kazantzakis), Kokantzis sceglie una via opposta: la concentrazione estrema. Gioconda è quasi una miniatura tragica. In poche pagine riesce a condensare ciò che altri romanzi raccontano in centinaia: l’innocenza dell’amore, la violenza del secolo, la lotta fragile della memoria contro l’oblio.

Ed è forse proprio questa dimensione intima a rendere il libro così luminoso. Nikos Kokantzis non scrive per raccontare una tragedia storica. Scrive per dire che Gioconda, «la prima ragazza che in vita mia mi rivolse un sorriso», è esistita.Alla fine della lettura resta una sensazione singolare: quella di aver assistito non soltanto alla fine di un amore, ma alla sua sopravvivenza. Gioconda scompare nella storia. Ma nella letteratura continua a vivere, con la stessa fragile luce dei primi amori che non smettono mai di abitare la memoria.

Nessun commento:

Posta un commento