Alessandro Litta Modignani, Il Foglio, 30 ottobre 2019
Pubblicato
per la prima volta per Longanesi nel 1982, Un’avventura
di Amadeo Bordiga è
un divertissement politico-poliziesco, un “noir a Berlino” che
viene ora riproposto in una versione completamente rivisitata e
ampliata. Diego Gabutti è spiritoso e irriverente, spietato nel suo
sarcasmo verso il comunismo. Il suo Bordiga è pigro e saccente,
dottrinario e dogmatico, napoletanissimo nelle espressioni dialettali
e nell’antica arte di preparare il caffè. L’autore lo sfotte
allegramente lungo tutto il libro, ma ne rispetta il coraggio e
l’onestà intellettuale nei confronti dei bolscevichi. “I
proverbi mentono come Palmiro Togliatti”, sostiene Bordiga.
L’ambientazione ricorda il celebre film “Il terzo uomo”:
impossibile non immaginarlo in bianco e nero, con lunghe ombre e
sottili lame di luce. Anche qui siamo nella capitale tedesca, in una
gelida notte del 1926, mentre comunisti tedeschi e sicari staliniani
colpiscono nel buio. L’atmosfera è quella tipica della Chicago
anni Venti, con agenti segreti e guardie del corpo al posto dei
mafiosi: cappelli a tesa larga, baveri rialzati, ma soprattutto
coltelli e pistole. “E poi, Amadeo, la rappresaglia è il vino più
dolce. La lotta di classe, all’origine, era un sistema di vendette
mafiose, e in molte parti del mondo lo è ancora: il sindacalismo
americano, gli anarchici spagnoli. Niente di strano, se qualcuno di
noi torna un po’ alle antiche abitudini”. Fra i personaggi si
incontrano alcuni noti esponenti del comunismo internazionale, e
qualche sorpresa.
“Stava per ordinare il terzo cicchetto,
quando un uomo alto e severo, dall’aspetto impassibile, gli si
fermò accanto e lo osservò per un momento. Era un tizio sui
trent’anni con una pronunciata tendenza alla pinguedine. Indossava
una camicia bianca di pizzo sotto un completo scuro dall’aspetto
costoso. Aveva una cravatta verde cupo e un’orchidea gialla
all’occhiello. (…) Vi ricordate di me, signor Bordiga? – disse
l’uomo in un italiano fluente – Il mio nome è Wolfe. Nero
Wolfe”. Nella notte berlinese accade veramente di tutto.
Gradualmente, il romanzo si trasforma in un grottesco Grand Guignol,
fra colpi di pistola e raffiche di mitra. I comunisti, come sempre,
sono divisi in due categorie: gli idealisti e i cinici. “Rise,
sinceramente divertito. ‘Dovremmo essere banditi a vita dal
banchetto proletario, per come fu condotta la faccenda a Zurigo.
Manovre con lo stato maggiore tedesco, imbrogli, scherzi da prete ai
danni dei compagni. Non indietreggiammo di fronte a niente’. Sembrò
riflettere. ‘Naturalmente non è un pensiero che ci abbia mai tolto
il sonno. Abbiamo vinto, dopotutto. Che importa come?’”.
Diego
Gabutti, Un’avventura
di Amadeo Bordiga, Milano, Milieu edizioni 1919
Geminello Alvi
Eccentrici
Adelphi, Milano 2015
A nessun altro riesce così bene
come a certi italiani d’essere settari e al contempo astratti,
ovvero irreali, snervanti e però simpatici come fu Amadeo Bordiga
che nacque il 13 giugno 1889. Figlio di un insegnante
piemontese alla scuola agraria di Portici, si sdegnò subito: Napoli
gli parve «fetida metropoli». Ne incolpò con qualche ragione,
perchè di ragioni c’è in Italia sempre abbondanza, le clientele
massoniche per cui i socialisti anche al Sud erano evoluti in rapaci
arpie. E intanto dedicò ai teoremi di Marx la stessa devozione che
aveva per l’equazioni differenziali. Ovviamente nel ’14 al
congresso d’Ancona fu per espellere i massoni e si sentì in
simpatia con Mussolini, tra l’altro reciproca. Ma l’anno dopo se
ne disgustò e scelse una posizione che «coincideva con quanto Lenin
definì disfattismo e negazione della difesa della patria…»
Coerente si felicitò per Caporetto. A trent’anni si ritrovò
dunque perfetto per divenire capo della frazione astensionista del
Psi e si ridisse per la rivoluzione: «La tesi centrale della nostra
frazione non era l’astensionismo ma era invece la scissione del
partito». L’occupazione delle fabbriche nel dopoguerra, voluta a
Torino da Gramsci e gli altri, gli parve troppo poco, comunque un
gesto non marxista ma idealista. Dovevano occupare questure e
prefetture, non industrie; e infatti Giolitti non assecondò gli
industriali che volevano sgombrarle. L’esperimento morì nel
ridicolo proprio come Bordiga aveva previsto. Al congresso di Livorno
fu quindi molto fiero di aver lui letto la irrevocabile dichiarazione
che decise la scissione del partito socialista. Ma vide Gramsci
camminare su e giù contorcendosi le mani dietro la schiena indeciso
nel retro di quel teatro San Marco dove si fondava il partito
comunista il 21 gennaio 1921. Finì male. Il settarismo di Bordiga
talora era però pratico: fu per il ritorno dei deputati comunisti
dall’Aventino. Inoltre, con perspicacia, si accorse che la formula
del socialismo nella sola Russia era una rovinosa follia. Così
rifiutò recisamente la vicepresidenza dell’Internazionale
comunista che Zinoviev gli offerse. Era chiaro che sarebbe stato
rimosso da Stalin e che il sistema in Russia stava evolvendo verso un
dispotismo, ma non marxista. S’accorse inoltre di come Gramsci
fosse bravo a inventare dottrine per plagiare la borghesia italiana,
non per esautorarla. Eppure fu suo amico, era un settario italiano,
commosso dai sorrisi che illuminavano gli occhi azzurri del sardo.
Con lui finì confinato ad Ustica, a dissentire fermamente ma con
garbo, oziando. Non si sorprese che i fascisti gli saccheggiassero la
casa. Nel ’26 al congresso di Lione, malgrado un intervento di
sette ore, fu battuto dalla corrente di Togliatti in una assai dubbia
consultazione. Il fondato ricorso di Bordiga all’Internazionale non
fu preso in considerazione: a Stalin per dirigere il partito
servivano gesuiti obbedienti. Nel 1930, finito il confino, apprese
dai giornali d’essere stato espulso dall’Internazionale.
Così
per provvedere a sé, e ai suoi, dovette tornare a fare l’ingegnere.
Sorvegliato di polizia, ma senza avversioni, perchè giudicava che il
socialismo scientifico non concedesse alcun rammarico o altro
personalismo. Dalla lettura di Marx dedusse anche che il partito
comunista non era più tale: che oramai la sinistra e la destra erano
due frazioni borghesi. Nel secondo dopoguerra la calunnia e le
prepotenze del Pci evitarono ogni influenza ai suoi seguaci, che del
resto erano come Bordiga. E pensavano alla rivoluzione come a una
reazione chimica da attendere e che non poteva essere forzata.
Napoletanamente e con una prosa enfatica Bordiga deprecava di vedere
e sentire «il nome di Marx e di Lenin e le loro tesi possenti, sulle
labbra di quelli che ne hanno fatto inaudito scempio». E riconobbe
non solo le arpie del Pci ma anche quelle del consumismo. «Il ciclo
del capitalismo ha condotto al mostruoso volume di una produzione per
nove decimi inutile alla sana vita della specie umana. Ha determinato
una sovrastruttura dottrinale che richiama la posizione di Malthus
invocando, a costo di chiederli alle forze infernali, consumatori che
inghiottano senza posa quanto la produzione erutta». Era abbastanza
per piacere agli studenti che però non piacevano a lui. Scrisse:
«Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento
studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle
sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei
successori di Stalin» Riconobbe nei leader sessantottini le
identiche arpie di cui da ottant’anni biasimava gli atti. Ma era
marxista e quindi poco badò ad Ariosto che invece aveva capito già
prima tutto: «Oh famelice, inique e fiere arpie ch’all’accecata
Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni
mensa alto giudicio mena». Orlando Furioso XXXIV, 1-4. E invece
ribadì: «Attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che entro
il ’75 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale,
monopartitica e monoclassista». Morì in attesa, il 23 luglio 1970,
ma ammise: «Se fosse cosa attendibile che io dia un giudizio storico
sulle mie stesse qualità e qualificazioni, dichiarerei che trovo
gradita la definizione di settario…»

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