domenica 10 maggio 2026

Indro Montanelli su Berlinguer

Indro Montanelli
Il carissimo nemico
Il Giornale, 12 giugno 1984

Non sapremo mai se Togliatti designò alla propria successione Berlinguer perché aveva capito chi era, o perché non lo aveva capito. Quel ragazzo cresciuto nella sua segreteria doveva piacergli per molti versi.

 

Prima di tutto perché, appunto, era cresciuto nella sua segreteria, poi perché era un esecutore scrupoloso, silenzioso e zelante delle sue direttive, perché ormai conosceva a menadito la cosa più importante, l’“apparato ”, perché non aveva mai fatto parte di camarille, e forse soprattutto perché non era “reduce” di nulla.

 

Berlinguer non veniva dalla cospirazione antifascista – non ne aveva avuto il tempo – né dal fuoruscitismo, e anche con la Resistenza credo che avesse avuto ben poco a che fare. Il luciferino Pajetta, che non lo ha mai amato, diceva di lui: “Fin da giovanissimo s’iscrisse alla direzione del partito”.

 

Ma forse fu proprio per questo che Togliatti lo prescelse. Il vecchio navigatore formatosi alla scuola di Stalin e sopravvissuto – uno dei pochissimi, di quella leva – alle sue purghe, diffidava dei rivoluzionari e dei dottrinari: è sempre da costoro che poi vengono fuori i dissidenti e gli eretici. Voleva dei commis, come in Francia si chiamano gli alti funzionari dello Stato. Attribuendone le qualità a Berlinguer, vide giusto. Ma non si accorse che gliene mancava una, e forse la più necessaria: il cinismo.

 

Berlinguer è rimasto alla guida del Pci per dodici anni grazie unicamente al regime di monarchia incostituzionale che vige in quel partito, dove solo per putsch il re può essere sbalzato dal trono. Berlinguer, che probabilmente aveva fatto poco per ereditarlo, non ha mai avuto bisogno di fare molto per conservarlo, e dubito che lo avrebbe fatto. Non ha mai dato l’impressione di attaccamento alla poltrona e di disponibilità ai giuochi di potere.


 

La mancanza di ambizioni dovette rendergli ancora più pesanti le croci che via via gli toccò di portare. Fra i veterani della nomenklatura italiana non era amato: lo consideravano, per la sua mancanza di medagliere, una specie di abusivo che aveva saputo sfruttare (e non era vero) le simpatie del Grande Capo. Quanto alla cosiddetta “base”, solo da morto è riuscito a scaldarla.

 

Da vivo, non aveva nemmeno mai tentato. Uomo di sinedrio, più che agitatore di folle, non aveva il carisma né l’oratoria del tribuno, e quando saliva su un podio di piazza, sul volto malinconico e nel mesto sguardo gli si leggeva il disagio. Non giuocò mai al personaggio, mai cercò la passerella e il flash che anzi visibilmente lo imbarazzavano: a Costanzo e alla Carrà non saltò mai in testa d’invitarlo a uno dei loro intrattenimenti.

 

Le circostanze non lo favorirono. Appena entrato in carica dovette affrontare la drammatica emergenza del brigatismo rosso. Un leader più cinico di lui chissà come avrebbe giuocato quella carta. Berlinguer non nascose la sua ripugnanza a servirsene, che poi esplose, col caso Moro, nell’aperta sconfessione della violenza.

 

Credo che quest’ultimo episodio abbia segnato, per lui, una svolta decisiva. Berlinguer è stato certamente l’uomo dell’intesa coi cattolici – il famoso compromesso storico non solo perché a indicargliela erano stati Togliatti e, prima di lui, Gramsci. Ma perché ci credeva. Quello che molti si ostinavano a considerare soltanto uno zelante burocrate, un “secchione” di “apparato”, è stato forse il dirigente comunista che più e prima di ogni altro ha avvertito la crisi del comunismo, e ha cercato di risolverla nell’abbraccio coi cattolici.

 

Era logico che su questa strada incontrasse Moro, il cattolico che più e meglio degli altri sentiva la crisi della Democrazia cristiana e cercava di risolverla nell’abbraccio coi comunisti. In molte cose i due uomini si somigliavano: nel pessimismo, nella sfiducia, nella premonizione della disfatta.

 

La fine di Moro fu, per Berlinguer, quella del suo unico valido interlocutore. E orami chiedo se fu proprio lui a favorirla ponendo il veto a ogni trattativa coi terroristi; o se fu il partito a imporglielo per tagliargli la strada. Per i falchi del Pci, Berlinguer era ormai un personaggio scomodo e pericoloso, specie da quando aveva cominciato ad allentare gli ormeggi che lo legavano a Mosca.

 

Gli era perfino scappato di dire (a Pansa) che voleva in Italia un regime comunista, ma sotto l’ombrello della Nato che lo tenesse al riparo dalle soperchierie del padrone sovietico: la più grave e blasfema di tutte le eresie in cui un capo comunista possa incorrere. Lasciamo volentieri la ricostruzione di queste vicende agli esperti delle Botteghe Oscure, anche se non ne hanno mai azzeccata una.

 

Noi vogliamo solo rendere l’onore delle armi a un uomo che può anche aver commesso degli errori: ma mai disonestà o bassezze. Se è vero – com’è vero – che un buon nemico è ancora più prezioso di un buon amico, dovremo piangere e rimpiangere Enrico Berlinguer: un nemico come lui, su quella sponda, non lo troveremo più.



Davide D'Alessandro
Più re che santo

Huffington Post, 26 giugno 2024


Se “l'Unità”, a caratteri cubitali, annunciava: “È MORTO”, “il Giornale” recava in prima l'editoriale di Indro Montanelli, “Il carissimo nemico”. Da tempo li compravo entrambi, in modo da mischiare il diavolo e l'acqua santa. Li portavo a scuola, li collocavo sotto il banco e li leggevo non durante la ricreazione, ma nelle ore delle noiosissime lezioni di matematica e geografia astronomica.

Oggi a distanza di 40 anni debbo dire che l'articolo di Montanelli è rimasto insuperato, nonostante decine e decine di articoli e libri dedicati al ricordo di Enrico Berlinguer. Se la vignetta di Forattini, per Montanelli, equivaleva a un articolo di fondo, l’articolo di fondo di Montanelli, per me, equivaleva a un libro.

In quell'articolo privo di retorica, così asciutto e vero, come il volto del segretario del Pci, non c'era odore di santità: “Uomo di sinedrio, più che agitatore di folle, non aveva il carisma né l’oratoria del tribuno, e quando saliva su un podio di piazza, sul volto malinconico e nel mesto sguardo gli si leggeva il disagio”. Il direttore, dopo averlo dipinto come piuttosto dimesso, riconosceva al segretario, “caduto” eroicamente in un comizio a Padova, proprio lui che d'eroico nulla evidenziava, di non aver mai ceduto a disonestà e bassezze.

Ora, leggendo “San Berlinguer. L’ultimo capo del popolo comunista”, il libro di Marcello Sorgi, edito da Chiarelettere, noto che l'impostazione, al di là del titolo a effetto, si rifà a quell'editoriale; perciò, è un libro riuscito. Sarebbe ingiusto santificare Berlinguer, che commise errori, ma sarebbe altrettanto ingiusto non sottolinearne i meriti. Ingiustizie che Sorgi non commette. Egli intreccia, almeno inizialmente, la nascita della sua carriera giornalistica, a Palermo, con gli eventi cruciali della carriera politica di Berlinguer, giornalismo e politica che non ci sono più, finiti sotto i colpi impietosi di un mondo in continuo mutamento. Berlinguer, per dirla con Occhetto, “uomo di grandi concetti, di pensieri lunghi, ma capace di piccoli passi”, non seppe coglierlo; al contrario di Craxi, che seppe coglierlo e cavalcarlo da grande leader.

Sui rapporti sempre tesi tra i due protagonisti della sinistra ci sono pagine molto interessanti, come sul tema Urss, sul compromesso storico, sul rapimento e uccisione di Moro, sul Referendum riguardo al divorzio, sul fallito attentato ai suoi danni in Bulgaria, sull’intervista a Pansa, quando si dichiarò più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, e a Scalfari, quando sollevò la questione morale.

Il libro attraversa questi eventi e, grazie alle interviste a corredo (con lo stesso Occhetto, D’Alema, Ferrara, Gotor, Mancina, la più critica, Petruccioli e Veltroni), ricostruisce la parabola altalenante di un signore venuto dalla Sardegna non a miracol mostrare, ma a guidare con misura e sobrietà il partito comunista che divenne il più grande d’Occidente.

La strepitosa vittoria del Pci del 1976, dopo aver conquistato le maggiori città italiane l’anno prima, e la rovinosa sconfitta del 1979, dopo gli anni della solidarietà nazionale, rappresentano le due date che segnarono, nel bene e nel male, la sua storia politica.

Il 17 giugno 1984, a pochi giorni dalla morte, il Pci superò la Dc con il 33,33% a fronte del 32,97%. “PRIMI” titolò l’Unità. Si parlò di voto emozionale. In effetti fu l’ultimo saluto, e l’ultimo ringraziamento, a Re Enrico che, scrisse Montanelli, “è rimasto alla guida del Pci per dodici anni grazie unicamente al regime di monarchia incostituzionale che vige in quel partito, dove solo per putsch il re può essere sbalzato dal trono”. 

Non fu un putsch, ma una morte altrettanto cruenta. Quel finale (con il Presidente Pertini che lo ricondusse a Roma, “lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”) lo rese mito.

Il bel libro di Sorgi non lo mitizza e ricorda in esergo, con Gaber, che “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”. Be’, più di qualcuno.




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