lunedì 11 maggio 2026

Patrizia Cavalli in poesia


Vita meravigliosa
sempre mi meravigli
che pure senza figli
mi resti ancora sposa


Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.


Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.


Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi "Amore mio,
ma che è successo?", sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


É tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.


Prendimi adesso tra le tue braccia
adesso sciolta da me raccoglimi
non per ridarmi forza
ma perché io possa arrendermi.


Quasi sempre chi è contento è anche volgare;
c’è nella contentezza un pensiero
che ha fretta e non ha tempo di guardare
ma passa via compatto e maniacale
e reca oltraggio volgendosi a chi muore
- Avanti con la vita, su coraggio!

Chi è fermo nel dolore non frequenti
gli allegri e disinvolti corridori,
ma solo i passi lenti dei suoi uguali.
Se una ruota s’inceppa e l’altra gira
quella che gira non smette di girare
ma avanza quanto può e trascina l’altra
in una corsa povera e sghimbescia
finché il carretto o si ferma o si rovescia.


Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.


Ma per favore con leggerezza
Raccontami ogni cosa
Anche la tua tristezza.


Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio un nome ma stellarti gli occhi,
esserti firmamento e vista chiusa,
oltre le palpebre, splenderti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.


Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.


Non sono nata per essere ragionevole. Sono nata per amare, per essere felice, per odiare, per immaginare, per inventare, per capire e anche, di tanto in tanto, per essere ragionevole, ma non devo essere ragionevole (Con passi giapponesi)

2020



Matteo Marchesini
Patrizia Cavalli. Una grazia a metà

Snaporaz.online, 11 settembre 2024

...  Sarebbe più utile, lo ripeto, confrontare Patrizia Cavalli con gli scrittori temerariamente affidatisi a una “via della grazia” dalla quale non si può tornare indietro: utile, cioè, per constatare che il suo caso è diverso, misto, e che lei quella via la percorre solo a metà. Qualcosa di simile si può dire per la prosa di Raffaele La Capria. Ma a entrambi è pur capitato spesso di toccare la grazia; e anche quando hanno cantato e scritto un gradino sotto – un gradino sotto Penna, o sotto Parise – lo hanno fatto con una maestà rarissima nella letteratura italiana degli ultimi sessant’anni: confermando che ci si può riuscire solo se si ha la saggezza di mantenere un rapporto reale con sé stessi, ovvero di ritrovare in ogni cosa, anche la più astratta e lontana, la sua relazione con il nostro qui e ora. E per farlo – per stare almeno in parte nel presente – occorre rifiutare il ricatto del futuro che il culturalismo storicista (ideologico ed estetico) ci ripropone in forme sempre nuove. «Ma davvero per uscire di prigione / bisogna conoscere il legno della porta, / la lega delle sbarre, stabilire l’esatta / gradazione del colore? A diventare / così grandi esperti, si corre il rischio / che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire / davvero di prigione, esci subito, / magari con la voce, diventa una canzone» spiega perfettamente Cavalli nell’Io singolare proprio mio. È un modo di vivere non facile da mantenere, specie in quell’ingannevole «Tempo di pace» del lungo dopoguerra in cui si è svolta l’intera esistenza della poeta, e in cui la mancanza di conflitti netti invitava alla superfetazione ideologica, infliggendo ai più sensibili il rimorso di un’esistenza mancata o informe: «Colpevoli / persino della nostra morte, che sia il corpo / a volerlo o sia il pensiero, lento o violento / è suicidio sempre. E in solitudine / non c’è morte innocente».

Noi ormai siamo entrati in un altro tempo, ma con uno spirito che non ha avuto il tempo di cambiare. Da questi versi, però, possiamo imparare almeno a non diventare schiavi zelanti di chi vuole farci credere che la nostra quotidianità, con le sue miserie e con le sue scoperte miracolose, sia meno vera di quella che ci descrivono gli Ambasciatori della Letteratura e della Teoria, i quali fingono di poter sorvolare il pianeta cogliendone l’essenza sociale o metafisica come puri spiriti, e si affannano invece come puri manager. Davanti a tanta morte provocata dai programmi di chi crede di poter controllare il mondo, Cavalli continua a ricordarci che la verità (sperimentabile solo sotto una certa luce, in una certa bella o brutta giornata, in un certo angolo di casa o di città) coincide ancora con la morte dell’intenzione.  

E ancora, Matteo Marchesini, "Una pigrizia astuta", in Poesia senza gergo. Sugli scrittori in versi del Duemila, Roma, Gaffi, 2012, pp. 81-85.

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