venerdì 22 maggio 2026

Che cos'è la poesia?

Vittorio Sermonti
La poesia è qualcosa da trovare

La Stampa, 22 maggio 2026

Che cos’è la poesia? Se sapessi rispondere con semplicità a una domanda così semplice, indirei una conferenza stampa, e non scriverei questo libro. Vuol dire che proverò a ruotare intorno alla risposta che non so, aggirarla, raggirarla, circuirla, parlando di un’altra cosa, che non è la poesia, però, diciamo così, è di famiglia: la metrica.

Come succede fra parenti stretti, corre fra poesia e metrica una intimità spazientita. Immagina due cugine (se preferisci immaginare due cugini, fa lo stesso): una stupenda, enigmatica, elusiva e un po’ folle; l’altra con i piedi per terra, né brutta né bella e molto più abbordabile. Una, che non saprai mai dire bene che persona sia; l’altra, che non fa che dirtelo lei. Chissà che tu non riesca a spigolare qualche indiscrezione sull’enigma della cugina bella entrando in confidenza con quest’altra, dandole un po’ di spago.

La quale altra, come si sa, è più o meno il codice di obblighi, norme, commi e sottocommi cui i poeti si sono conformati attraverso i secoli al buon fine di scrivere poesie, e di consentire a chi dovesse leggerle di accorgersi che erano poesie. Codice che d’altra parte, attraverso i secoli, è andato soggetto a un subisso di sottili emendamenti, ma anche di violazioni spudorate; al punto che potrebbe venirci fatto di pensare che l’unica regola che da un bel po’ di tempo a questa parte molti poeti rispettino sia quella di scrivere andando a capo anche se la riga non è finita e non c’è il punto. Tanto, a noi lettori basta quel dettaglio tipografico per riconoscere una poesia da un articolo di giornale o da un contratto d’affitto.

Troppo facile? Troppo. Perché tutti sentiamo che fra una poesia e un contratto d’affitto o l’editoriale di un quotidiano, oltre al dettaglio degli a capo, ci sono molte altre differenze – come dire? – ben più di sostanza.

Pare, ad esempio, innegabile che, per innumerevoli e assortiti che siano i temi su cui la poesia può esercitarsi e, di fatto, spavaldamente si esercita, ne esistano diversi che ben si prestano a essere trattati in poesia, altri che si prestano meno. La malinconia del crepuscolo, ad esempio, sembra prestarsi benone; l’amore anche, e in dosi massicce, specie se infelice o particolarmente rapinoso; bene l’esilio, una tomba cara, la solitudine, le rose, la rugiada, ma anche la guerra, la fame, la morte di Priamo, il mare, la libertà, e analoghe magnitudini, orrori o soavità. Temi invece come il dibattito sul doppio turno elettorale o le oscillazioni della borsa di Tokyo sembrano molto meno malleabili.

Che poi, fra gli estremi, l’esperienza insegna che stazionano una serie di argomenti intermedi (i soufflés, per esempio, la Formula Uno o gli spazzolini da denti), che si prestano o no a seconda di come uno li accudisce. Non è indispensabile essere uomini di lettere per capire che la stessa cosa detta in un certo modo può fare poesia, detta in un altro no.

Sì, e il modo giusto quale sarebbe? Guardiamoci negli occhi: esiste un “modo giusto”? Il caso poesia è molto delicato.

C’è da chiedersi se sia una buona idea quella di affrontarlo da un punto di vista algidamente tecnico, cioè applicandosi a studiare la metrica, sistema di norme complicato e ormai – si diceva – generalmente disatteso. Sono convinto di sì. Spiegare come mai, non è la cosa più semplice del mondo. Se hai pazienza, ci provo.

Dunque, parliamo di metrica.

Ma – dirai – come si fa a parlare di metrica, cioè, bene o male, di tecnica della poesia, senza mettersi d’accordo prima, non dico su che cosa sia la poesia in sé e per sé (quesito ricusato), ma almeno su che cosa intendiamo dire tu e io quando diciamo la parola poesia? Perché sul fatto che qualcosa intendiamo dire non ci sono dubbi; ma tanto più ci risulta difficile definirlo, questo qualcosa, quanto più la parola ci vien detta da sempre e con tutta naturalezza. «Quando diciamo poesia – si potrebbe candidamente rispondere – intendiamo dire poesia». Semplice, no? No.

La metrica, va bene, è la tecnica della poesia. Ma che cosa sia la poesia di preciso io non lo so, sebbene tu ed io usiamo la parola senza farcene un problema. È quel “di preciso” che scoraggia la definizione. Perché di preciso la parola poesia indica oggetti e concetti eterogenei, attivando immagini mentali inassimilabili ma connesse, per non dire complici, che solo il contesto permette di selezionare. Che altre lingue, vive o morte, abbiano più d’un vocabolo per dire quel che noi diciamo con un vocabolo solo, non cambia la sostanza del problema. Visto che il nesso ambiguo fra rima e malinconia del crepuscolo, o, a dir le cose per bene, fra la norma metrica e la struttura logico-sintattica, insomma, tra il suono e il senso conserva comunque la sua trepidante ambiguità, tanto vale – dicevo – averne uno solo, di vocabolo, bello, ricco, seduttivo e inafferrabile.

Paul Valéry (1871-1945) parla con la semplicità dei poeti della «armonia indefinibile tra quello che il verso dice e quello che il verso è»; e crede di scovare l’essenza segreta della poesia nell’impossibilità di definire quella relazione e, insieme, nell’impossibilità di negarla. Facciamocelo amico.

Sia chiaro: l’etimologia più che precisare il significato delle parole rimontandone la genealogia, lo espande e scontorna, e ci suggerisce echi lontani di ciò che la parola sa di noi, l’emozione primaria che la parola che adoperiamo ci stia adoperando. Tanto premesso a titolo cautelativo, spero che tentando di risalire alla radice greco-latina della parola abbiamo imbroccato una o due idee che possono orientarci su quello che diciamo nel dire poesia.

Dunque, poesia è per i greci una attività concreta, materiale, un fare, anzi il fare per eccellenza, che produce oggetti, cose, tecnicamente affini alle composizioni musicali. La spontaneità, l’immediatezza, la freschezza che è buon uso pretendere da una poesia sono bellissime qualità, ma non sembrerebbero sufficienti a qualificare il lavoro del poeta, che si definisce all’origine come produzione di fatti regolati dalle leggi dell’arte: di artefatti.

Nobilissimi artefatti, beninteso, congegni supremi, se addirittura figurano ispirati dagli dèi… Senonché questa storia dell’ispirazione divina, comunque la rigiri, mette in questione un altro requisito della poesia che il nostro buonsenso considera inoppugnabile: l’esercizio incondizionato della creatività.

Se i poeti classici (e chi ha continuato a imitarli) accreditano ai loro versi un che di divino perché glieli han versati dentro le Muse, perché insomma hanno patito la dettatura dell’ispirazione, stanno ammettendo che la loro attività non è creazione pura, dal nulla, anzi è il frutto d’una qualificata passività, d’una resa ben condizionata. E noi, quantunque non siamo più tenuti a credere negli dèi, dobbiamo pur convenire che il poeta, per grande e trasgressivo che sia, non crea il metro e, tanto meno, la lingua in cui scrive: può violarli, manometterli, può giocarseli come crede, ma non se li è inventati lui. A sentire Iosif Brodskij (1940-1996), grande poeta russo e grandissimo lettore di poesia americana, «un poeta il proprio metro non lo sceglie nemmeno: è tutto il contrario, perché i metri sono più antichi di qualsiasi poeta : sono gli equivalenti ritmici di certi stati mentali (inclusi gli stati etici) e offrono la possibilità di padroneggiarli momentaneamente». In altre parole, sono metro e lingua che hanno scelto il poeta, e lo orientano.

E il poeta è, se vogliamo, un singolare strumento musicale d’una musica che lo precede e lo eccede, insomma che è prima di lui e più grande di lui.

Beninteso, esistono mille altre definizioni del poeta più suggestive e memorabili. Resta comunque il fatto che, la poesia, il poeta non se la inventa: la trova. La troverà nel pozzo di sé, dove l’identità profonda è così profonda che non si sa più di chi sia… ma la trova. Anche se trovarla, cioè snidare dal silenzio quell’unica voce che irrevocabilmente gli compete, può pretendere da lui una pazienza ossessiva e una scrupolosa maestria.

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