venerdì 29 maggio 2026

Sinner, la debolezza del campione


Sinner eliminato a Roland Garros
Marco Iaria, Gazzetta dello Sport
Il numero 1 al mondo eliminato dallo torneo francese: in vantaggio 6-3 6-2 5-2, a un game dalla vittoria, Jannik crolla per il caldo e non riesce a riprendersi. Sullo Chatrier va in scena un altro dramma per Jannik Sinner. Un anno fa sciupò tre match consecutivi contro Alcaraz in finale. Oggi, senza il grande rivale e con i favori del pronostico per il Roland Garros che manca alla sua collezione, si è arreso al caldo, prima ancora che a Juan Manuel Cerundolo, proprio a un passo dal traguardo. Sembrava una giornata ordinaria, esattamente come quelle che in questi due mesi e mezzo hanno punteggiato un dominio inscalfibile sul circuito: 30 vittorie e cinque titoli consecutivi. E invece, sul 6-3 6-2 5-2, Jannik entra in blackout fisico, uno di quelli che spesso in carriera lo hanno tormentato: la gambe che non girano, la nausea che induce al vomito, il calore insopportabile. Stavolta, però, pur riprendendo a giocare, non riesce a ritrovare le energie necessarie e l’argentino, n.56 Atp e fratello del più quotato Francisco, compie l’impresa vincendo al quinto set, con il punteggio di 3-6 2-6 7-5 6-1 6-1, in 3 ore e 36 minuti. Il numero 1 del mondo esce clamorosamente al secondo turno di Parigi e deve rimandare la missione di completare il “Career Grand Slam”.

Caterina Soffici
Sinner, la grandezza di chi non cerca scuse

La Stampa, 29 maggio 2026

Sinner ha perso, viva Sinner. Quanta forza ci vuole per vincere lo capisci ancora meglio quando la forza ti abbandona. Perché allora è evidente che non è cosa scontata. La giornata no capita a tutti. Perdere fa parte del gioco. Lì, nel rettangolo diabolico come le sue misure (23,77 metri di lunghezza per 8,23 di larghezza), ognuno è solo e può sempre succedere di tutto. Anche se sei in vantaggio e ti manca un game per la vittoria, come è successo ieri a Sinner. Anche se bastavano “solo” quattro colpi vincenti per passare il turno e continuare a sognare la finale e il trofeo Slam mancante alla collezione. Nel tennis non puoi fare melina aspettando il fischio dell’arbitro. Ogni punto te lo devi andare a prendere, e non basta un fisico bestiale, come cantava Luca Carboni. Ci vuole una forza enorme, fisica e mentale. Per questo il tennis è quel gioco crudele e magnifico che ci incolla per ore a seguire una pallina gialla che rimbalza di qua e di là dalla rete.

Gli occhi persi di Jannik Sinner ieri sul centrale del Roland Garros dicevano tutto. Dicevano: non ce la faccio. È il giocatore più forte del momento, lo sappiamo. Rimane il numero uno del mondo, a distanza siderale dagli inseguitori. Ma ieri la forza lo ha abbandonato. Niente di eccezionale se la guardiamo per quel che è: Sinner è pur sempre un umano, fatto di gambe, braccia, polmoni, pelle e tendini, sudore, cuore e testa. Lo pensiamo un robot. Ma non è di acciaio. Né di un’altra lega speciale. Questi ragazzi sono sportivi di ultima generazione, e quindi ce li aspettiamo bionici. Perfetti, precisi al millimetro, allenati da super coach – anche mentali -, muniti di fisioterapisti, scrocchiaossa, integratori, alimentazione impeccabile e tutto il resto. Ma non sono macchine. E neanche super uomini. Qualcuno li pensa come Eroi, e come tali infallibili. In un certo senso sono Eroi, visto come volteggiano in luoghi inaccessibili ai mortali. E fanno cose impensabili. Eppure anche Achille aveva il suo tallone.

Gli occhi sbarrati, le gambe rigide, i movimenti di un automa, Sinner ha avuto comunque l’onestà di rimanere in campo fino alla fine. Ha giocato fino all’ultimo punto. È una grandezza anche questa. Poteva ritirarsi. Non lo ha fatto. Forse ha sperato che le forze ritornassero nel suo corpo sofferente. Un grande campione ci prova sempre fino alla fine e quante partite abbiamo visto ribaltarsi all’ultimo punto dell’ultimo game del quinto set. È rimasto lì, a soffrire per quasi due ore, piegato e tremante, perché uno come Sinner rispetta lo sport e il pubblico.

Se Sinner fosse uno di quei giocatori da circolo del tennis avrebbe cercato la scusa, la scappatoia facile. Era pronta, servita sul piatto d’argento. Il caldo. Che c’era, è innegabile. Un caldo afoso che ci fa ansimare se attraversiamo la strada a passo lento sotto il sole, figurarsi a correre su un campo di tennis alle due del pomeriggio. Una raccattapalle è svenuta, Casper Ruud ha avuto un malore e vertigini («mi sentivo un zombie»), Gabriel Diallo si è ritirato per un colpo di calore, Jacuk Mensik è collassato a terra e l’hanno portato via su una sedia a rotelle. Djokovic da grande saggio e veterano ha chiesto di giocare più match serali. Ci sarà molto da discutere e decisioni da prendere. Lasciamo il caldo e la programmazione dei tornei Atp alle polemiche tra specialisti. Lasciamo il “male oscuro di Sinner” agli amanti dei complotti e ai dietrologi. Lui, il campione sconfitto, ha detto semplicemente: «Qui faceva caldo ma era giocabile, non stavo morendo per il caldo. Oggi è stato uno scenario diverso: può succedere». Ieri è successo a Sinner. Nessun compagno da nascondere dietro una cattiva giornata, nessun alibi tattico, nessuna panchina lunga dove mimetizzare la malinconia.

Può succedere. Punto. Un campione che nella sconfitta torna uomo. Fragile, stanco, imperfetto. È in quel momento che il pubblico smette di misurare i trofei e le strisce di partite vincenti e comincia a riconoscersi nell’uomo. Perdere una partita importante davanti al mondo intero e trovare comunque la forza di andare a rete, stringere la mano all’avversario, accettare gli applausi: non è solo sport, è educazione sentimentale e civica. Perdere da campioni è un talento raro.

Aspettiamo Jannik a Wimbledon, con le parole di augurio di Rudyard Kipling, scritte all’ingresso del Centre Court: «Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro e fronteggiare quei due impostori nello stesso modo».

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