L'intervista di Claudio Cerasa a Mario Monti non è molto diversa nelle intenzioni dall'articolo in cui Ernesto Galli della Loggia paragonava Giorgia Meloni a De Gasperi. Per far fronte ai suoi compiti storici l'attuale maggioranza di governo dovrebbe cambiare natura, trasfigurare se stessa arrivando a incarnare una più alta capacità di iniziativa sul piano interno (Galli) e internazionale (Monti). Questo non avverrà. Il cavallo non beve, non è in grado di bere: non si può forzare qualcuno a fare qualcosa se non è attrezzato, anche se le risorse sono presenti.
Al di là delle apparenze, l’Italia sta vivendo una fase complicata. Non una crisi evidente, fatta di rotture e colpi di scena, ma una difficoltà più sottile, che riguarda gli equilibri politici e la capacità di governo.
Il governo sembra spesso impegnato soprattutto a mantenere la propria posizione. L’obiettivo implicito è trasformare una vittoria elettorale in una stabilità duratura. È un tentativo già visto nella storia italiana, e quasi mai riuscito fino in fondo. Quando il potere cerca di consolidarsi senza sciogliere i nodi di fondo del Paese, il rischio è che l’incertezza aumenti invece di diminuire.
Il punto più delicato resta la collocazione internazionale dell’Italia. Il rapporto con l’Europa, le alleanze, i vincoli economici: su questi temi i margini di manovra sono ridotti. Ogni ambiguità, ogni messaggio contraddittorio, finisce per riflettersi anche sul piano interno, rendendo più fragile l’azione di governo.
In situazioni come questa, l’equilibrio non si costruisce solo a Palazzo Chigi. La nostra storia mostra che spesso entrano in gioco altri fattori: le istituzioni di garanzia, i vincoli europei, le dinamiche internazionali. Il Presidente della Repubblica, in particolare, tende a rappresentare un punto di riferimento nei momenti di transizione.
È probabile, quindi, che il risultato finale non coincida con le aspettative della maggioranza di governo. Più che una svolta netta, potremmo assistere a un lento riassestamento, in cui le ambizioni iniziali vengono ricondotte entro limiti più tradizionali. Una dinamica tipicamente italiana, che si ripete ogni volta che la politica prova a forzare oltre misura un equilibrio già fragile.
Andrea Carugati
Mattarella, il motivatore della Repubblica
il manifesto, 2 gennaio 2026
«Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». Sergio Mattarella, nel suo undicesimo discorso di fine anno dal Quirinale (quasi undici milioni di telespettatori, in crescita rispetto a fine 2024), sceglie un profilo motivazionale. Dopo anni bui, segnati prima dal Covid, poi dalle guerre e dalla crisi economica, il Capo dello Stato coglie l’occasione dell’80esimo compleanno della Repubblica (il prossimo due giugno) per sfogliare «l’album di famiglia» dell’Italia democratica: una storia di «successo» di cui «possiamo e dobbiamo essere orgogliosi». Un percorso in cui la democrazia italiana ha concretamente migliorato le condizioni di vita di milioni di persone. «Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni». Da questa forza occorre ripartire per affrontare le molte sfide di oggi, dalla guerre al clima alle rivoluzioni tecnologiche.
IL SENSO PROFONDO del suo ragionamento è che l’Italia non è alla deriva: ha già dimostrato di poter reagire a crisi come quelle post bellica e del terrorismo, e dunque oggi «riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo».
Come d’abitudine nei discorsi di fine anno, Mattarella si rivolge più ai cittadini che alle forze politiche, in particolare a quanti non credono più nella politica come occasione per un riscatto, e per questo disertano le urne (l’astensionismo è uno dei temi chiave dei discorsi del 2025); e soprattutto ai giovani, che hanno già dimostrato con le grandi mobilitazioni per Gaza di non essere apatici e disillusi come «qualcuno li descrive senza conoscerli». L’appello ai più giovani conclude il discorso, è netto e diretto: «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».
ANCORA UNA VOLTA il lavoro dei costituenti è al centro della riflessione. Non solo come sostanza – la Carta fondante – ma come metodo. «Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale». Torna a farsi sentire l’invito alle forze politiche a preservare alcuni spazi di collaborazione, a partire dalla politica estera. Il 19 dicembre, in occasione degli auguri alle alte cariche dello Stato, il presidente aveva tratteggiato un’agenda minima bipartisan, a partire dalla fedeltà europea e dalla necessità di adeguate spese militari. Ora non si può non scorgere un invito alla collaborazione sulle regole fondamentali.
Mattarella non cita due dei temi chiave dell’agenda politica del 2026, premierato e legge elettorale, su cui si annuncia uno scontro durissimo, di cui si è già avuto un assaggio con il tentato blitz del governo sulla data del referendum sulla giustizia. E se nella storia recente è già successo che maggioranze di diversi colori approvassero modifiche della Costituzione e delle leggi elettorali a maggioranza, si è ancora in tempo per invertire questa tendenza. E qui l’invito è soprattutto alla destra che ha già annunciato di voler cambiare il sistema di voto con una certa disinvoltura.
COSÌ COME SULLE REGOLE, le forze politiche dovrebbero concentrarsi su altri temi che investono qualsiasi governo: il «contrasto urgente» a «vecchie e nuove povertà», le diseguaglianze, la corruzione, l’evasione fiscale, l’emergenza abitativa soprattutto per i più giovani. E qui il riferimento è al piano casa di Fanfani cui non sono seguiti ulteriori sforzi, nonostante gli annunci di Meloni e Salvini. Mattarella cita ancora una volta gli operai, come aveva fatto il 25 aprile a Genova, come protagonisti della storia democratica e del riscatto italiani, le fabbriche come «luoghi di solidarietà e scuole di democrazia», fin dagli anni della Resistenza.
Cita lo Statuto dei lavoratori, l’esigenza «irrinunciabile» di sicurezza sui luoghi di lavoro, l’«equità delle retribuzioni». Quello dei «salari inadeguati» è stato un altro dei temi chiave del 2025 del Quirinale. E poi il sistema sanitario nazionale, che «pone al centro l’idea di una piena uguaglianza». Così come il sistema previdenziale. «Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo», è il messaggio netto rivolto a chi governa. Perché si tratta di «conquiste decisive» e necessarie per preservare la coesione sociale, che è uno degli elementi di forza che «ci hanno consentito di fare dell’Italia il grande paese che è oggi». Coesione sociale come «bene prezioso che non è mai acquisito definitivamente».
LE GUERRE; UCRAINA E GAZA, sono citate all’inizio del discorso, ma in questa occasione non ne sono il centro. «Diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte», il riferimento alla Russia di Putin. Ma prevale il richiamo a «disarmare le parole», preso a prestito da Papa Leone, cui ieri Mattarella ha inviato un lungo messaggio di auguri. E se il discorso del 19 dicembre sulle spese militari (nelle ore in cui il Papa definiva «scandaloso» il riarmo) aveva segnato una distanza nei toni e nei contenuti, nella missiva di ieri il Capo dello Stato si è riavvicinato al magistero papale, definendo la pace come «unico cammino che meriti di essere intrapreso» e il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione.
Ribadendo uno dei temi chiave della sua presidenza, e cioè la necessità di difendere istituzioni e regole nati dopo il 1945 per mettere ordine alle relazioni internazionali dalla «legge del più forte». Un assetto oggi minacciato dal ritorno di vecchie logiche imperiali, in «balia di minacciose derive nella direzione opposta». Una tensione che torna spesso nei discorsi presidenziali: quella tra le necessità del disarmo e della difesa del diritto internazionale dalla legge della giungla.

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