giovedì 29 gennaio 2026

Daniel Pennac insegnante

Francesco Rigatelli
Daniel Pennac: "La scuola ha senso se insegna ai ragazzi la realtà e come viverla"
La Stampa, 29 gennaio 2026

«L'Italia è la mia seconda patria letteraria, grazie a Stefano Benni, che ha fatto conoscere i miei libri a Feltrinelli». Daniel Pennac, 81 anni, nato a Casablanca, residente a Belleville nel multietnico XX arrondissement di Parigi dove ha ambientato la saga famigliare dei Malaussène, sta scrivendo un libro sullo scrittore bolognese scomparso a settembre e domani sarà al Circolo dei lettori di Torino per Francesissimo.

Le piace sempre l’Italia?
«Sì e sono contento di venire a Torino, dove mia nonna mi portava al mercato. Francesissimo è il festival di letteratura e cultura francese gemello di Italianissimo a Parigi, a cura di Fabio Gambaro, che mi diverte molto. Ogni volta che ci vado faccio una lettura di un libro italiano. Stavolta a Torino risponderò a delle domande».

Lei ha insegnato Lettere per quasi trent’anni al liceo, ma quando ci siamo incontrati tempo fa a Parigi in una pasticceria nota per i macaron raccontò di essere deluso da una scuola divenuta un mercato per studenti consumatori. A cosa serve per lei l’istruzione pubblica e ha ancora senso nel mondo digitale?
«La scuola è sempre stata al centro dei miei pensieri, dunque delle mie speranze e delle mie critiche. E non solo delle mie. In Francia come in Italia la scuola è oggetto di disputa permanente. Tra il modello laico e quello religioso per esempio. Tra gestione pubblica e privata. Tra un’idea di istruzione chiusa e aperta, severa e permissiva. Credo però che il punto fondamentale di questo tema sia il rapporto tra l’insegnamento e la realtà. La scuola per me ha senso se contribuisce a incuriosire sul mondo e sul modo di farne parte». 

In qualche caso invece la scuola non serve a molto?
«Se prendiamo la scuola russa o cinese si tratta di luoghi di indottrinamento ideologico. La scuola Usa è talmente deficitaria che un personaggio come Donald Trump è stato eletto. Quella è la misura del disastro dell’istruzione americana. Le conseguenze di un sistema scolastico sbagliato possono essere atroci».

Come influiscono gli smartphone sui ragazzi e quando è giusto permetterli?
«Se lasci un telefono a uno studente quando entra in classe gli dai il mezzo per uscirne subito. Un suicidio scolastico che i governi accettano per non opporsi al commercio. Gli smartphone vanno lasciati fuori dalla classe. E i genitori devono decidere quando permetterli rispettando la dignità loro e dei loro figli».

E se le dico intelligenza artificiale?
«Questione complicata, sarebbe meglio parlarne davanti a un bicchiere. Ogni volta che l’umanità si trova davanti a un grande cambiamento si pone la stessa domanda: che cosa ne faremo? E non lo sappiamo. Con lo smartphone è stato lo stesso e stiamo ancora cercando di capire i cambiamenti cognitivi che comporta. Figuriamoci con l’AI».

In Francia è uscito Le roman des regards scritto con Laurent Mallet, in Italia è stato tradotto Mon assassin, prequel dei Malaussène: non ce la fa proprio a lasciarli?
«Il primo è un romanzo indipendente che verrà presto tradotto dalla mia amica Yasmina Mélaouah ed esplora il potere degli sguardi a partire dalla figura di un fotografo nei musei. Il secondo è un ritratto di tutti i partecipanti alla saga dei Malaussène. Ogni personaggio è nato da qualcuno incontrato nella mia vita, tranne uno: Nonnino, il mio assassino, lo spirito del tempo, così gli ho dedicato questo libro. Un omaggio a tutti i personaggi dei Malaussène e al collega scrittore Stefano Benni».

Collega e amico?
«Un grande amico, tanto che sto scrivendo un libro su di lui. Tra noi c’era complicità, perché eravamo due tristezze che hanno preso la decisione di far ridere».

Come mai?
«La vita è migliore così».

I Malaussène sono una tribù multietnica, caotica e solidale, e la sua famiglia?
«Mia moglie Veronique scrivi libri per ragazzi, mia figlia Alice è musicista e poi c’è una dozzina di bambini che ci ha adottato e che viene con noi in vacanza nel Parco naturale del Vercors vicino Grenoble. Lì trovo il silenzio necessario per scrivere, altrimenti mi adatto al caos di Belleville».

Quando scrive di solito?
«Al mattino, tutti i giorni, non so se per disciplina o abitudine, forse desiderio».

Dopo tanti anni cosa ha capito della scrittura?
«È un altro tempo. Ogni volta che scrivo un romanzo è una piccola eternità».

Il segreto del suo successo?
«Uno scrittore ha soprattutto delle cose che non può fare, ma sarebbe troppo tecnico parlarne. Posso dire che per me un romanzo non è un soggetto, ma è come la vita, deve essere un mondo».

Cosa sta leggendo?
«L’idiota di Dostoevskij».

Cosa ama leggere?
«Vorrei rileggere Zola, poi mi piacciono tanti italiani contemporanei come Erri De Luca, Silvia Avallone e Antonio Moresco».

Un libro per innamorarsi della lettura?
«Tutti i libri. La lucina di Moresco. La lince di Avallone. Poi dipende molto dal lettore, dal momento, in genere amiamo i libri che ci leggeva la mamma».

E il suo qual è?
«Le fiabe di Andersen e la raccolta di quelle italiane di Calvino, così come la sua trilogia fantastica I nostri antenati».

Cosa pensa della Francia di oggi?
«Difficile capire che Paese diventerà. Uno dei giochi preferiti dei francesi è prendersela con il presidente, ma francamente non so giudicare Macron, se non dire che è bravo in politica estera».

Dopo di lui il diluvio?
«È possibile che l’estrema destra stavolta possa farcela. D’altra parte noi copiamo l’Italia. Dopo Berlusconi è arrivato Sarkozy. Dopo Meloni arriverà Le Pen o Bardella».

L’Unione Europea si salverà?
«Da amante di Victor Hugo spero come lui nel futuro dell’Europa».

E l’Ucraina?
«Non va lasciata sola».

Va difesa con armi e soldati?
«Faccio lo scrittore, mica il ministro della Difesa».

Teme la guerra in Europa?
«C’è già, l’Ucraina è Europa. E da tempo la Russia ci minaccia».

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