Giovanni Orsina
Il cinismo trumpiano e la sfida all'ipocrisia
La Stampa, 25 gennaio 2026
Sottoporre i discorsi di Donald Trump a un’accurata verifica fattuale è esercizio di gran moda. È facile e gratificante, il presidente americano essendo un bugiardo seriale. Ma non risolve, anzi aggrava, il quesito di fondo: come un mentitore seriale sia mai potuto diventare, e per ben due volte, il leader della più antica e forte democrazia del mondo. Rispondere che agli elettori piacciono i bugiardi non è bello per la democrazia e non aiuta chi voglia difenderla. È invece possibile che al di sotto delle menzogne si annidi una verità e che Trump sia stato votato per questa verità più che per quelle menzogne.
Come nella celebre fiaba di Andersen, Trump mostra che l’imperatore è nudo. L’imperatore in questo caso è il multilateralismo fondato sulle regole, un’idea benevola e civile di ordine globale incistata in una più ampia dottrina liberale egemonica soprattutto dopo il 1989. Quella dottrina faceva forza anche sull’ipocrisia per raddrizzare il legno storto dell’umanità. Partiva da una premessa tipica della tarda modernità, che la realtà possa esser cambiata cambiando i discorsi sulla realtà. Che costruendo e diffondendo, per certi versi imponendo, il racconto di un mondo migliore sia possibile mutare radicalmente il modo in cui gli esseri umani pensano e si comportano arrivando così, infine, a un mondo davvero migliore.
Gli eventi degli ultimi vent’anni hanno mostrato che gli oggetti sono ben più refrattari e gli esseri umani assai meno plasmabili di quanto non si sperasse, che non basta narrare di un mondo incantato perché quello si materializzi. Ha preso forma così la sensazione crescente di un fallimento storico. E poi di uno iato sempre maggiore fra realtà e racconto: quella dominata da potere, ingiustizia, prevaricazione, violenza; questo ricolmo di pace, diritti, tolleranza, dialogo.
La divaricazione tra discorsi pubblici ansiosi di confermare lo spesso velo d’ipocrisia e conversazioni private, fra gli stessi che pronunciavano i discorsi pubblici, ben più realiste quando non ciniche ha rappresentato un segno evidente di questo iato. In ogni civiltà c’è distanza fra quel che si dice in pubblico e quel che si dice in privato, ma nessuna civiltà può tollerare a lungo che la distanza diventi eccessiva, com’è accaduto negli ultimi trent’anni.
La verità di Trump consiste nello squarciare il velo d’ipocrisia. È un’operazione di portata storica che fa impallidire le sue mille bugie. Ed è un’operazione necessaria che prima o poi avrebbe fatto qualcun altro, se non la stesse facendo lui. Possiamo rammaricarci dei modi, ma dobbiamo sapere che quando il tessuto della storia si lacera non lo fa mai in maniera simpatica. Si dice spesso che la politica di potenza trumpiana sia un rigurgito del Novecento, il riemergere dai sepolcri di un cadavere corroso dai decenni che rifiuta di accettare la propria morte. È un errore madornale: non c’è nulla di più contemporaneo del trumpismo, viviamo nell’epoca di Donald Trump. Appaiono semmai disperatamente fuori tempo quanti ne condannano le iniziative richiamandosi invano ai racconti di ieri, com’è avvenuto soprattutto in occasione della deposizione di Nicolás Maduro.
Il trumpismo non è un punto d’arrivo ma un passaggio rivoluzionario, denuncia l’insostenibilità del vecchio ordine ma sul suo brutale cinismo non se ne può costruire uno nuovo. Lo dimostra la babele di opzioni culturali che si affollano oggi intorno alla Casa Bianca, dai conservatori cristiani ai tecnoutopisti, dai nazionalisti ai liberisti, dagli accelerazionisti ai reazionari. Lo dimostra l’impossibilità di conciliare un’interpretazione radicale dell’America first con la manutenzione di un quadro di alleanze del quale gli Stati Uniti sanno bene, in realtà, di aver bisogno.
Se vogliamo preservare nell’ordine futuro una parte almeno dei caratteri liberali dell’ordine passato – e per quel che vale lo vorrei – dobbiamo sapere però che non possiamo difenderli per com’erano ieri ma dobbiamo ripensarli in una forma adeguata al nuovo mondo. Lamentare il tradimento di un diritto internazionale che è sempre vissuto nelle rappresentazioni ipocrite assai più che nella realtà, sperando con l’indignazione di resuscitarlo, è gratificante ma non ci porta da nessuna parte. Il compito ben più difficile che ci affida il nostro tempo è come si possa costruire un nuovo ordine non negando una rivoluzione trumpiana che comunque non possiamo fermare ma prendendone atto, assorbendola e cercando di superarla.

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