mercoledì 21 gennaio 2026

Claudio Magris, una intervista



Paolo Di Paolo
Claudio Magris: "Europa, sei diventata una selva oscura"
la Repubblica, 21 gennaio 2026

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Resiste ancora, all’ingresso di casa, una decorazione natalizia. Si accorge che la osservo, si illumina. Mi dice che il presepe si diverte ancora a farlo lui. Riesumando quello, un po’ malmesso, di quando era bambino. C’è l’impronta dello zio Nello, «il mago della mia infanzia». Lui ci mette del suo: «La statuina di un cane boxer, che non c’entra granché con Betlemme, per esempio. O i re Magi, che diventano sei o sette. Perché limitarsi a tre? La mia ansia di totalità...». La conversazione con Claudio Magris procede così, per lampi, illuminazioni improvvise. C’è sempre un fondo di leggera, temperata ironia. E di autoironia.

Sul tavolino basso del salotto, le copie fresche di stampa di una nuova traduzione spagnola, e quelle dell’ultimo volume, Dura un attimo il giorno (Garzanti): la raccolta – a cura di Maddalena Longo, che lavora con lui da una vita – degli articoli pubblicati negli ultimi anni. In quelle pagine, sotto il titolo rubato al suo antico maestro friulano Biagio Marin («dura un atimo el dì / ma xe eterno l’incanto») si mescolano passioni letterarie, racconti di memoria e di amicizia, intuizioni sul presente.

Lei ha dedicato la vita alla letteratura, ma tende a non assolutizzarla, per ricordare che c’è qualcosa di più importante. Che cosa?

«I rapporti con gli altri, le relazioni. L’unico culto che ho è quello dell’amicizia. Molte pagine del libro sono dedicate a persone a cui ho voluto – anzi: voglio – bene, e che se ne sono andate. Ma tuttora almeno tre o quattro telefonate al giorno le faccio a gente che conosco da decenni. Gli amici di Trieste e di Torino, le mie due città».

A dire il vero, appena si nomina Magris, inevitabilmente viene fuori Trieste. “Lo scrittore triestino”. Le pesa?

«Non mi dispiace. Ciascuno si porta dietro qualche etichetta, può diventare un cliché, o perfino una caricatura, ma dobbiamo accettarlo. A ogni modo, chi mi ha definito un torinese di Trieste non sbagliava».

D’altra parte il suo folgorante esordio saggistico nel 1963, con “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna”, lo deve all’Einaudi.

«Che in sostanza pubblicò la mia tesi di laurea, discussa appunto all’università di Torino. Una tesi obiettivamente eccentrica: tanto che nemmeno il relatore – un maestro per me fondamentale, Leonello Vincenti – aveva ben capito, finché non la lesse, che cosa avessi in mente di scrivere. Quando seppe che me la pubblicava Einaudi, fece un solo commento: “Ragazzo, spazzola!”. Come a dire: non montarti la testa».

La dedica di questo libro è “ai miei genitori”. Fatta a quasi ottantasette anni, nella sua semplicità, commuove.

«Ho dedicato a Marisa Madieri, mia moglie, e ai miei figli molti dei miei libri. Talvolta anche agli amici. In questo caso, mi pareva giusto saldare il mio debito con mio padre e con mia madre. Lei in particolare, che era una maestra, mi ha generosamente aiutato negli anni, battendo a macchina non so più quanti dei miei articoli».

Ancora oggi lei scrive a mano.

«Non mi vanto di non avere mai imparato a usare il computer. Una forma di disinteresse e di pigrizia, direi, che ha costretto e costringe chi lavora con me a decifrare una grafia oggettivamente non facile e a trascrivere tutto».

È arrivato relativamente tardi alla narrativa, al romanzo. Perché?

«Anche nei panni di studioso, non ho mai troppo amato la scrittura accademica. Qualche detrattore del mio primo libro diceva: si legge come un romanzo. Non voleva essere un complimento, ma a me non dispiaceva. Sicuramente ha pesato un certo imbarazzo, quasi un senso di vergogna nell’azzardare il gesto del narratore. Nel libro ricordo l’ironica diffidenza con cui Benedetto Croce, in una nota di diario, raccontava che gli aveva fatto visita lo “scrittore di romanzi” Alberto Moravia».

Di un libro fortunato come “Danubio”, che ora compie quarant’anni, è difficile indicare il genere.

«Parlerei di scrittura mista, impura. Giornalistica, saggistica, narrativa, lirica, a seconda delle esigenze della pagina. Il racconto di viaggio, più di altre forme, espone alle contraddizioni, ai colori diversi delle cose, della realtà. Mi manca l’intensità di quei vagabondaggi mitteleuropei, ma in generale l’avventura dell’ignoto. E sa cosa mi dispiace? Che comincio a dimenticare. Nomi, dettagli... Ma forse esiste anche un diritto all’oblio, alla dimenticanza».

La sua Mitteleuropa, oggi, come le appare?

«Giusto oggi pensavo con dispiacere che da troppo tempo manco da Vienna. Comunque, guardo a quel mondo da lontano, con una curiosità che inevitabilmente si è indebolita e che, glielo confesso, mi fa sfogliare con minor interesse l’ultimo romanzo di uno scrittore austriaco o tedesco di oggi. Con la riunificazione delle due Germanie quell’universo si è sfaldato: sembra un paradosso o forse no, ma sono emerse lacerazioni profonde, si sono rialzati e si rialzano muri, in barba a un’idea di humanitas sovranazionale. L’Unione europea è divisa, non è una vera unione. Se lo fosse, sarebbe la nostra salvezza».

Le turbolenze geopolitiche la rendono ancora più fragile?

«La rendono vulnerabile, una foresta selvaggia e un po’ ipocrita. Ma è un discorso che vale per l’intero Occidente, che si autocontagia di malattie mortali e si vergogna dei suoi valori più alti».

Nel suo romanzo “Non luogo a procedere” c’è un “Museo totale della guerra per l’avvento della pace e la disattivazione della Storia”. Armi e reperti bellici di ogni sorta, monito per “tutti i vivi che impediscono la pace perché per vivere hanno bisogno della guerra”. Un’utopia disperata?

«Vivo una tremenda delusione. La guerra è tornata centrale, i traumi del Ventesimo secolo sembrano rimossi. Aumentano i massacri su larga scala e non c’è alcuna sicurezza – oggi come ieri e come domani – che prevalga l’umanità».

Un’ultima cosa, più leggera. Lei lo sa che lei è l’unico italiano su cui i bookmaker scommettono per il Nobel di letteratura?

«In questi anni, la voce è circolata e naturalmente mi lusinga. È anche capitato che, in attesa dell’eventuale annuncio, i giornalisti venissero a fare la guardia qui sotto casa. Ma ai generosi scommettitori direi che farebbero bene, ormai, a puntare su altri cavalli».

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