Il presidente della Repubblica è un enigma, che rischia di sciogliersi in dramma. I suoi poteri sono nulli o infiniti. Il nulla dei poteri ritagliato per il presidente dai partiti, quando i partiti erano tutto e consideravano l’inquilino del Colle una figura solo rappresentativa, fino al 1978. E il tutto dei poteri, interni e internazionali, dal 1992 in poi, quando il presidente è stato chiamato a colmare il vuoto dei partiti, diventati nulla.

Nella prima scena del film di Sorrentino (ne ha scritto qui Teresa Marchesi) le frecce tricolori lasciano la scia verde, bianco e rossa, mentre nel cielo scorre l’articolo 87 della Costituzione sui poteri del presidente della Repubblica. Solo per lui la Carta utilizza l’espressione capo: «Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale».

Ma a lungo lo stato è rimasto senza capo. Le frecce tricolori aprivano anche Forza Italia!, il film di Roberto Faenza sul potere democristiano del 1978. La pellicola fu ritirata dalle sale il giorno del rapimento di Aldo Moro e della strage di via Fani. Poco dopo il presidente in carica, Giovanni Leone, si dimise, al colmo del discredito delle massime istituzioni.

Il gesto del presidente

All’inizio di La Grazia il presidente Mariano De Santis si fa accendere una sigaretta che fuma clandestinamente, di nascosto dalla figlia. È il gesto del presidente, che conosce il tempo della sospensione e il tempo dell’azione, il gesto per cui un uomo di stato deve sentirsi pronto da sempre: come quando Francesco Cossiga si dimise, Sandro Pertini andò in tv a denunciare lo scandalo del terremoto in Irpinia, Giorgio Napolitano incaricò Mario Monti e Sergio Mattarella Mario Draghi.

È il gesto attoriale di Toni Servillo, perfetto nella sua credibilità, nella naturalezza con cui restituisce l’enigma del presidente, l’ambivalenza che racchiude tutto il dramma repubblicano.

Il presidente è una persona, il presidente è una istituzione. Le persone sono fragili, le istituzioni sono fragili. Il presidente può trovarsi come un uomo solo «en la tormenta», nella tempesta, come scrisse El Pais di Sergio Mattarella nei giorni della pandemia. Nel film la tormenta arriva improvvisa e spazza via il collega presidente portoghese, travolgendo corazzieri, ombrelli, soccorsi, cappelli, tappeti rossi, gli orpelli del potere, sotto gli occhi impotenti del presidente italiano. Nella nostra storia la tempesta politica si è abbattuta più volte sul Colle.

Di chi sono i tempi

Il presidente, fino a Sorrentino, non è mai stato davvero raccontato, in letteratura e al cinema. Ci provò il giurista Guglielmo Negri, nel 1973 dedicò all’inquilino del Quirinale un breve romanzo fantapolitico, La Gabbia: il presidente viveva in una floating room (stanza sospesa) anti-spia a prova di intercettazione, aveva fatto installare al Quirinale una macchina elettronica per controllare i suoi ospiti.

Anche il presidente di Sorrentino si librerà in aria. Si chiama Mariano, come Rumor, e non a caso la figlia si chiama Dorotea. Parla con la moglie Aurora, come il Pereira di Tabucchi, e ne è ancora geloso dopo anni dalla morte: «Aurora, io quando ricordo muoio». Ama Guè: «Chiedo dopo perdono, dopo non prima per favore».

Il presidente è il Divo rovesciato. Nel Divo c’era il tramonto della Prima repubblica, i baci di mafia, una classe dirigente grottesca in mezzo alle tombe, nell’inferno. Servillo dava volto a un Giulio Andreotti cupo che passeggiava in via del Corso con la scorta, nella notte livida che faticava a diventare alba.

Sono passati diciassette anni, nella Grazia anche il presidente-Servillo passeggia in una via centrale di Roma, torna a casa dopo essersi congedato dal Palazzo. Scopre che tutti lo chiamano Cemento Armato, per l’inamovibilità delle sue convinzioni, per i suoi manuali di diritto che coprono una parete.

La Prima repubblica, con gli stili, i riti, le lentezze, la democristianità, oggi non richiama omertà, ma senso dello Stato e delle regole. Sul dilemma di due grazie da concedere e di una legge sul fine vita, sull’eutanasia, da firmare, il presidente frena perché, dice, «servono ulteriori riflessioni». All’epoca sembravano sinonimo di paralisi, palude, immobilismo. Nell’era delle leadership onnipotenti e inconcludenti sappiamo invece che solo «le ulteriori riflessioni» ci possono salvare. Solo chi riflette decide per tutti e non solo per se stesso. «Di chi sono i nostri giorni?», chiede la figlia al presidente. «Nessuno lo sa, proviamo a scoprirlo». I tempi siamo noi.

Di chi sono i tempi

In questo presidente vedovo, professore di diritto penale, con una figlia esigente accanto, c’è un po’ di Mattarella, un po’ di Oscra Luigi Scalfaro, molto di Cossiga, quando il presidente si toglie i sassolini dalle scarpe ed esplode nella stessa parolaccia che Cesare Zavattini esclamò alla radio cinquant’anni fa: cazzo.

Ma c’è soprattutto il presidente mancato, Aldo Moro, negli anni Cinquanta il primo ministro della Giustizia a visitare le carceri, il professore universitario che portava gli studenti a incontrare i detenuti e nelle sue lezioni di diritto e procedura penale distingueva tra «la vendetta dei privati, automatica, smodata, disumana» e «la pena, la calibrata risposta dell’ordinamento giuridico, umana nella sua manifestazione».

Il presidente è cattolico, di una specie particolare. Cattolici in grado di dire di no ai papi italiani che si consideravano, oltre che vicari di Cristo, anche segretari della Dc e protettori della Nazione. De Santis disobbedisce al papa in scooter e con il codino rasta (quanto sono reazionari i papi di Sorrentino!). Cattolico democratico era il giurista Francesco Paolo Casavola, appena scomparso, fu lui da cattolico a firmare la storica sentenza della Corte costituzionale del 1989 che stabilì il principio supremo della laicità dello Stato.

(Il presidente De Santis è pur sempre un democristiano. Uscito dal Quirinale, saprà come eliminare il suo nemico).

La misura del potere

Nell’America di Donald Trump, il presidente soffia sul fuoco della divisione, della polarizzazione. Da elemento di unità nazionale è diventato il primo attore della divisione, come si vede in questi giorni dopo l’omicidio di Minneapolis. Una parabola che dovrebbe insegnare qualcosa all’Italia. Non si guasta il delicato meccanismo istituzionale, non si tocca il presidente che custodisce le ragioni della coesione del paese rispetto agli strappi e alle fratture nella politica e nella società.

Nel libro del profeta Isaia, al capitolo 42, si legge che il re, ovvero il leader, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Mi sembra l’essenza della Grazia. Il potere è in questo equilibrio, in questa misura. La leadership è nel nodo non sciolto, nella candela non spenta, nella canna non spezzata.

Perché è qui, nella tensione tra il finito e l’assoluto, tra il cemento e la leggerezza, tra la terra e il cielo, dove la gravità è assente, dove galleggia una lacrima, è nella coscienza che abita il dubbio. E la grazia è la bellezza del dubbio.