giovedì 8 gennaio 2026

Adorazione dei magi nella neve

Luigi Grazioli
Pieter Bruegel, Adorazione dei Magi nella neve
Doppiozero, 5 gennaio 2026

Sono lì, avvolti nei loro pastrani che niente distingue, nella bufera, da quelli di altre figure del loro seguito o che si sono semplicemente messe in coda per vedere anche loro, curiosi attratti dalla fila, da quelle figure esotiche, che se sono venute a visitare qualcuno o qualcosa in quella capanna semidiroccata, sarà certo importante, straordinario, bello, e comunque meritevole. E allora perché no anche loro? Ce ne sono anche che il pastrano se lo sognano, come molti dei paesani che popolano la piccola tela (cm. 35 x 55), intenti alle loro necessità, raccogliere legna, attingere acqua da un buco fatto nel ghiaccio del ruscello, cercare un riparo. Hanno tutti un copricapo impolverato di neve, tranne i due inginocchiati in basso a sinistra, sulla soglia della capanna: uno, biondo con i capelli lunghi, davanti a una donna seduta con un fagotto in grembo, certo un bambino, ben coperto (e vorrei vedere!), l’altro come in attesa del suo turno, osservati, e come sorvegliati, da una figura in piedi accanto alla donna, un po’ arretrato, discreto, come fanno in genere i servitori, umile. 

Bruegel, dettaglio

Ma si tratta di una scena defilata, certo non così importante per la lunga fila che si snoda fino al palazzo diroccato in alto a destra, con soldati, famigli e palafrenieri con i loro animali che trasportano le salmerie, e soprattutto per la gente del villaggio che manco ci fa caso a tutti questi estranei piovuti da chissà dove. C’è persino un bambino che gioca sul ghiaccio seduto in una specie di barchetta fatta con la mascella di un cavallo. Ma la gran parte si ripara dalla bufera, se ne stanno piegati in avanti per non ricevere il vento e i fiocchi negli occhi, le braccia strette al corpo intirizzito, affrettando il passo per raggiungere un riparo. Sono tutte queste scene, e le case, il paesaggio, e soprattutto la neve che sembrano interessare maggiormente il pittore, i fiocchi di neve che cadono fittissimi a coprire ogni cosa e in parte a nasconderla, a velarla, assorbendo tutta la scarsa luce, quasi togliendo consistenza alla loro materialità. Gente ignara, presa dai propri bisogni, dalle necessità della sopravvivenza, sfuggendo quanto possibile ai disagi, ai rischi di qualche malattia o accidente, al composito male che vivere comporta, tanto più in inverno, al gelo.
Non è però che il pittore ha rappresentato in un angolo l’evento più importante perché quello che gli premeva veramente erano lo spazio, l’ambiente, la vita minuta, gli effetti del clima, la sua luce, non la neve ma, più difficile e affascinante, il nevicare, come facevano molti artisti fiamminghi e olandesi del periodo che avevano bisogno di una scusa, di un aneddoto edificante per far transitare il loro oggetto principale d’attenzione, la natura, il paesaggio. E nemmeno che volesse giocare a una specie di indovinello con lo spettatore, come si era divertito a fare in altre occasioni, nascondendo qualche significato o simbolo particolare (sempre quelli, limitati, che una volta scoperti insegnano poco o niente, lasciando tutto come prima, a parte la piccola soddisfazione di averli scovati, un contentino alla vanità). È che è proprio in un angolo discosto da tutto, marginale, quasi invisibile, insignificante, per quanto importantissimo, ciò che di decisivo sta accadendo, il punto di origine dove si aggruma qualcosa di inaudito di cui si comincia qui a dare testimonianza, a diffonderla. Niente di speciale lo segnala, se non quella gente che sbuca dalla bufera del mondo, nella speranza che cessi.
Si parte da sinistra, in basso, dalla donna con il bambino. Tutto comincia lì. Poi si sale, ci si sposta a destra e si scende in basso sul ruscello con i tronchi imprigionati nel ghiaccio, per finire con un altro bambino, che gioca, in tutta innocenza, come se niente fosse.

Pieter Bruegel il Vecchio, Adorazione dei Magi nella neve, 1563, cm. 35 x 55, Collezione Oskar Reinhart Am RömerholzWinterthur, Svizzera



Roberta Scorranese

Pieter Bruegel il Vecchio insegna che siamo tutti piccoli e impotenti di fronte all'inverno (e al miracolo della natura)
Corriere della Sera, 9 gennaio 2026



C’è la neve, c’è il ghiaccio, c’è un cielo lattiginoso che risucchia l’occhio di chi guarda in un inverno rigido eppure «vivo», brulicante di persone, dove la natura sembra un prolungamento degli esseri viventi. Buon anno e buon inverno con questo celebre dipinto di Pieter Bruegel (o Brueghel) il Vecchio, dal titolo «Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli», oggi conservato nel Museo reale delle belle arti del Belgio, a Bruxelles. Cominciamo con la data, qui importante: questo olio su tavola è datato 1565, ovvero l’anno più prolifico di Tiziano, quello nel quale il maestro veneziano terminava la «Maddalena penitente» (oggi all’Ermitage) e il «San Domenico» della Galleria Borghese di Roma. 

Da una parte, quindi, in quell'anno c’era il grande Rinascimento italiano giunto nella sua piena maturità visiva e concettuale e, dall’altra, la pittura fiamminga che attraversava altre strade. L’essere umano — con la sua intima essenza divina — al centro di tutto in Italia e la natura come vera protagonista dell’avventura esistenziale nelle terre del Nord Europa. Un confine invalicabile? Tutt’altro. Anche perché il cammino pittorico del fiammingo Bruegel (1525 circa-1569) aveva trovato nuovo fuoco proprio nel viaggio in Italia che, come molti altri, intraprese dal 1552 al ‘55. 

Ma, a differenza di tanti altri artisti del nord, puntualmente sedotti dai corpi in estasi dei santi o delle voluttuosità mitologiche dipinte dai grandi pittori italiani, Pieter guardava tutt’altro. Disegnava le vedute, era molto attento alla conformazione del paesaggio, osservava da vicino i dettagli della geografia. Il suo biografo, Karel Van Mander (una specie di Vasari del nord), scrisse che «quand’era in mezzo alle Alpi aveva inghiottito tutte quelle montagne e quelle rocce». E non si lasciò incantare dalla raffinatissima anatomia michelangiolesca o dalla grazia di Raffaello, elementi che all'epoca dominavano il cuore dell'Europa. 

Anzi. Bruegel trovò la sua strada nella tradizione fiamminga, nutrita di proverbi e scene di genere, nella rappresentazione di una umanità minuta, vista dall'alto, brulicante nella sua ingenuità e apparente rozzezza: contadini che trascinano le bestie nei villaggi, fattori assopiti per il freddo e per l'alcol, donne deformate dall'età e dalla fatica, animali bizzarri, trappole per uccelli e soldati colti nell'atto più fragile, cioè nell'urinare (come avviene in uno dei suoi dipinti più famosi, «La strage degli innocenti»). 


E in questa raffigurazione dell'inverno troviamo la stessa semplicità di un proverbio di paese: le casette dai tetti spioventi e impolverati di bianco, gli alberi secchi e provati dal gelo, un villaggio che si anima grazie a un divertimento alla buona come il pattinare sul ghiaccio, con bambini e adulti che si mescolano in una gioia che possiamo solo immaginare, perché è osservata da lontano, dall'alto. Nulla assume la pretenziosa grandezza della psicologia o delle emozioni umane. Siamo tutti piccoli di fronte all'inverno, di fronte al grande miracolo della natura che si rinnova e che cambia.

Bruegel ammirò la portentosa grandezza del Rinascimento italiano, ma, semplicemente, non la copiò. E continuò a guardare nel suo cielo: verso la stella di Bosch, prima di tutto, gran cerimoniere della maniera fiamminga, costruttore di mondi paralleli che sembrano provenire da un'altra galassia ma che, in realtà, non sono che la trasposizione pittorica dei tanti paesi delle Fiandre, con le loro credenze superstiziose e con le loro genti impegnate a vivere. Pieter unì la maestria italiana e quella nordica, arrivando a concepire un linguaggio tutto nuovo, dove la vera divinità è nel miracolo delle stagioni, nella grazia della sopravvivenza ad un ennesimo inverno, persino in una guarigione da una malattia. 

Venne apprezzato nel suo tempo? Sì, perché secondo alcune testimonianze già intorno al 1600 era impossibile acquistare opere di Bruegel il Vecchio, anche perché c'era stato un grande collezionista che le aveva comprate quasi tutte: si chiamava Rodolfo II, l'imperatore amante dell'arte. E questo nonostante il fatto che in Italia i pittori olandesi erano definiti «bamboccianti» proprio per le loro scene di genere, fatte di uomini e donne dai tratti somatici grossolani e approssimativi. 

Eppure, i grandi collezionisti e gli artisti più raffinati (come Rubens) lo capirono subito e colsero in queste rappresentazioni apparentemente sprovvedute un grande viatico della modernità, quella che si presenterà di lì a poco. Le guerre di religione, le tensioni internazionali e la «minaccia» ottomana insegneranno che davanti all'inverno siamo tutti piccoli piccoli, indifesi e non servirà fare affidamento sulle preghiere o sui corpi in estasi delle Maddalene e dei san Domenico. Servirà, invece, guardare le cose dall'alto, con quel distacco che più tardi Rembrandt troverà nella luce. 



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