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| = Mussolini ha sempre ragione |
Mattia Ferraresi
La psico-bufera di Trump destabilizza il mondo
Domani, 22 gennaio 2026
La sequenza degli ultimi tre discorsi di Donald Trump induce nelle persone sobrie il desiderio di sottoporsi all’alcoltest. Giusto per togliersi il dubbio. La raffica di sproloqui e flussi di incoscienza proposti in rapida sequenza fra Washington e Davos lascia il mondo con una sensazione di confusione e ubriachezza, ma senza euforia.
La sintesi politica della tremenda abbuffata di parole messe insieme per libera associazione è che il presidente è passato nel giro di qualche ora dalla feroce pretesa della proprietà totale e immediata della Groenlandia, con tanto di immagini artificiali di lui che pianta la bandiera su quel pezzo di ghiaccio, ai festeggiamenti per aver raggiunto una «cornice di accordo» che ha definito «infinita» e «per sempre».
«Cornice di accordo» è uno dei tanti eufemismi di Trump: significa, in realtà, che un interlocutore dotato del giusto livello di servilismo – Mark Rutte compete per l’oro in questa particolare disciplina – è faticosamente riuscito a convincerlo a rimandare la questione fino al prossimo cambio d’umore. Non è chiaro quale sia il fattore che ha determinato la svolta, ma potrebbe essere legato all’aggiunta di nuove forze Nato per garantire la sicurezza dell’Artico, cosa che poteva essere fatta molto prima, bastava chiedere.
Nel frattempo ha scongiurato l’aggiunta di dazi punitivi, non è poco, ma la «cornice di un accordo» è l’equivalente del famoso «concetto di un piano» che Trump diceva di avere sulla sanità in campagna elettorale. La vicepremier svedese, Ebba Busch, intuendo che dopo la sbronza di solito arrivano i postumi, ha detto: «I progressi di oggi possono essere i mal di testa di domani» e ha mandato un messaggio al presidente: «È ora che ti riprendi e ti dai una calmata. Non cambieremo la nostra politica domani con un tweet».
La sensazione è che in questa fulminante tripletta il presidente abbia mostrato al mondo una mente anche più errabonda del solito. C’è un mercato fiorente di giornalisti e analisti che si esercitano nel genere “ho letto il discorso di Trump così voi non dovete farlo” (Chris Cillizza, ex della Cnn, su substack fa un servizio impagabile su quel fronte) e anche i masticatori professionisti delle maratone sermonistiche di Trump segnalano livelli di confusione oltre la soglia.
Alla Casa Bianca prima di partire ha mostrato una estenuante serie di fotografie degli “worst of the worst” a cui gli agenti dell’Ice stanno dando la caccia, ripetendo un numero sconsiderato di volta la parola “somalians”, con la voce rauca a Davos si è vantato che dopo dodici mesi di governo l’economia sta facendo boom (gli americani non la pensano così), la crescita «sta esplodendo» (la previsione per il 2026 è +2 per cento), l’inflazione «è stata sconfitta», come se fosse un nemico da abbattere o un territorio da conquistare (e peraltro non è vero). Scambiare ripetutamente la Groenlandia con l’Islanda è probabilmente il meno preoccupante dei segnali.
Nel discorso per la presentazione del Board di Gaza ha fatto il solito sfoggio di firme con il pennarello – per marcare la distanza dall’autopen di Joe Biden, che è “sleepy” ma anche “corrupt”, tutte cose citate il giorno prima – di fronte a soli 19 paesi firmatari, fra cui soltanto due europei – Ungheria e Bulgaria, con tutto il rispetto – e ha annunciato che quando il board sarà completamente formato «potremo fare più o meno tutto quello che vogliamo» e lo faremo «in accordo con le Nazioni Unite», ha spiegato. Per poi specificare: «Ho sempre detto che le Nazioni Unite hanno un potenziale tremendo e non lo hanno mai usato, ma hanno un potenziale tremendo».
Nelle bozze che circolano, però, il board di Gaza si arroga arbitrariamente compiti che spetterebbero alle Nazioni Unite: evidentemente il presidente non crede poi tanto in questo potenziale. Su queste ennesime parole in attesa di essere ritrattate il mondo attonito lo ha visto andare via da Davos, non sull’elicottero ma sull’auto, causa maltempo, adeguata cornice meteorologica per la psicobufera di Trump.



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