mercoledì 21 gennaio 2026

Democrazia alla prova

Filippo Barbera
C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita

il manifesto, 21 gennaio 2026

Sentiamo ripetere da anni, con toni sempre più allarmati, che la democrazia è in crisi. I sintomi non mancano e, anzi, sono così numerosi che la crisi è ormai simile a una sindrome cronica. Astensionismo crescente, polarizzazione estrema, erosione dei diritti, normalizzazione di pratiche autoritarie, disuguaglianze enormi. Del resto, alle diagnosi basate sulla «crisi» seguono inevitabilmente ricette imperniate sul «ci vuole più democrazia», partecipazione e valori. Ma poi non accade nulla e, anzi, la sindrome si aggrava.

Gli assunti e l’impianto generale del convegno pubblico Democrazia alla prova che si terrà dal 23 al 25 gennaio a Palazzo ducale di Genova, promosso dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Fondazione Palazzo Ducale e curato da Fabrizio Barca e Luca Borzani, seguono una strada diversa. Non si parlerà di crisi della democrazia, assumendo piuttosto che questa sia in perenne cambiamento e adattamento. Di conseguenza, non si invocherà un ritorno a qualcosa di perduto ma si cercherà di mettere a fuoco cosa non funziona nell’adattamento in corso.

Oltre ai contenuti e all’impostazione generale, l’appuntamento si riconosce per un cifra originale anche nel formato e negli interventi che, accanto a ospiti noti come Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov e Vincent Bevins, ha previsto voci e testimonianze di giovani donne e giovani uomini coinvolti in esperimenti collettivi e in organizzazioni che attuano democrazia quotidiana e radicata nei luoghi di vita e di lavoro.

Così, le ipotesi di soluzioni che emergeranno avranno la possibilità di affrancarsi dal quadro, rassicurante ma asfittico, degli ideali astratti da difendere, dei «valori perduti da restaurare» e della partecipazione che non c’è più. Una mossa del cavallo decisiva e coraggiosa, dal momento che nulla ci suggerisce che quella democrazia sia ancora recuperabile solo attraverso con uno sforzo di volontà indirizzato a ottenere più democrazia.

La crisi sempre invocata non è solo un declino istituzionale, una perdita di fiducia tra cittadini e rappresentanti politici o un rapporto capitale-lavoro che si sviluppa nell’alveo di una crescita e di un conflitto non più regolati. La democrazia si è adattata a una trasformazione strutturale del capitalismo, in cui la politica, anziché correggere le asimmetrie del mercato e garantire l’eguaglianza, finisce per incorporarle e riprodurle con una curvatura autoritaria. Lo vediamo bene oggi, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Regno Unito. Ed è precisamente questo intreccio che rende anacronistici tanto gli appelli morali alla «partecipazione», quanto le nostalgie per il ritorno ai partiti di massa del Novecento o l’appello fideistico alla crescita economica che tutto risolve.

Il Novecento non tornerà più perché la modernizzazione capitalistica, la concentrazione del potere nelle mani di oligopoli tecno-finanziari e la trasformazione dei partiti in macchine elettorali senza radicamento sociale hanno eroso la fisiologia della democrazia liberale.

Continuare a invocare «più democrazia» senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe.

Cosa serva davvero per una nuova fisiologia della democrazia, in realtà, nessuno lo sa. E chi proclama di saperlo mente o s’inganna, scambiando l’eleganza o la purezza delle soluzioni con l’astrazione concreta necessaria per attuarle. Le soluzioni sulla carta non mancano, ma rimangono modelli che funzionano in fase pre-clinica e non applicata al problema da risolvere. E il «cosa» senza il «come» fa poca strada.

Possiamo lanciare un sasso nello stagno e sostenere che se si vuole ricostruire il Novecento e la politica di massa occorre passare attraverso un nuovo Ottocento, anche se in una condizione diversa (perché il ‘900 c’è già stato). Le grandi infrastrutture democratiche del Novecento non sono nate dal nulla, come Venere che emerge adulta e completamente formata dalle acque, ma da decenni pregressi di costruzione molecolare, conflitti, sperimentazioni, costruzioni istituzionali e lotte sociali.

Con una differenza cruciale: oggi non possiamo permetterci quella sequenza e quella pazienza. Agiamo certamente in una situazione diversa da quella ottocentesca e, nel contempo, non ci è concesso il lusso del tempo per attendere l’arrivo di un nuovo secolo breve.

La democrazia non si difende invocandola. Si ricostruisce praticandola con urgenza in forme nuove, radicali e adatte al presente.

Il convegno di Palazzo ducale ha il merito di porre la domanda. Speriamo che serva anche a trasformarla in un nuovo cantiere politico.

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