Stefano Stefanini
Dal negoziato capestro al ramoscello d'ulivo: Trump e la diplomazia parallela
La Stampa, 22 gennaio 2026
Accordo raggiunto sulla Groenlandia – e sull’intero Artico; annullamento dei dazi Usa annunciati su otto Paesi europei. Un enorme respiro di sollievo a Nuuk, Copenaghen, Bruxelles, in tutte le capitali europee – e probabilmente anche a Washington. Certo a Wall Street, immediatamente risalita. Chiunque ritenga Davos inutile dovrà ricredersi. Ha fatto cambiare idea a Donald Trump. Non ci erano riusciti gli incontri alla Casa Bianca fra Ministri degli Esteri Groenlandia-Danimarca-Usa, con partecipazione del Vice Presidente JD Vance, non le telefonate dei giorni scorsi di vari leader, non il coro, europeo, canadese, con rara unità a difesa della sovranità danese e dell’autodeterminazione groenlandese, non l’aperta contrarietà all’annessione dell’opinione pubblica americana, inclusa una grossa fetta Maga, e le resistenze in Congresso, dichiarate in campo democratico, sotterranee nei ranghi repubblicani.
O ci sono riusciti tutti insieme? Con la complicità dei mercati che negli ultimi tre giorni avevano chiarissimamente votato contro l’annessione? Non per sostenere la Groenlandia o per la Danimarca ma per timore della guerra dei dazi fra Stati Uniti ed Europa che si stava già accendendo. Fatto sta che nel giro di poche ore Donald Trump ha praticamente capovolto quanto aveva appena detto in circa novanta minuti di discorso, nonché ripetuto alla noia negli ultimi giorni prima di lasciare Washington: che la “proprietà” della Groenlandia era essenziale alla sicurezza degli Stati Uniti per cui il “la dobbiamo avere” sulla scaletta dell’Air Force One in decollo da Washington.
Nel discorso, pur senza toni troppo aggressivi nei confronti dei leader europei, aveva addirittura rincarato la dose: difendere la Groenlandia è indispensabile per la sicurezza mondiale; «solo gli Usa possono difendere» l’isola; per difenderla dobbiamo possederla. A questo si aggiungeva un non tanto velato messaggio, stile Don Vito (Corleone), ai danesi e agli europei: «se ci dite di sì lo apprezzeremo, se ci dite di no ce ne ricorderemo», che li metteva di fronte all’alternativa di dire di sì all’annessione della Groenlandia, e perdere la faccia, e dire di no – per loro stessa dignità - e perdere la solidarietà atlantica, non solo alleanza militare, che li ha accompagnati per ottant’anni. A scanso di equivoci, Trump aveva sottolineato che il “chi se ne ricorderà” è la massima potenza militare ed economica mondiale, mercato che arricchisce il resto del mondo, garante della difesa dell’Europa e delle sorti dell’Ucraina. Concedendo sì che gli Usa non avrebbero usato la forza per prendersi il “pezzo di ghiaccio” – aggiungendo che sarebbe difficile, avete visto cos’abbiamo fatto, e “perfettamente eseguito”, a Caracas non avremmo certo difficoltà a Nuuk. Ma col “ce ne ricorderemo” il Presidente americano aveva messo tutto il resto sul piatto della bilancia: difesa, commercio, Ucraina. Il messaggio agli europei era lapidario: se volete tenere l’America a bordo bisogna cedergli la Groenlandia.
A Davos, dunque, Donald Trump era arrivato chiedendo di acquistare la Groenlandia. Di “negoziare” certo ma “l’acquisto” non altro. Aveva scartato l’idea che possa essere difesa dalla Nato. Almeno, se pensava già che fosse possibile non l’aveva minimamente accennato. All’Alleanza Atlantica chiedeva solo di assecondare il passaggio di proprietà ai fini della messa in sicurezza dell’isola. Quasi che l’Alleanza Atlantica sia un’entità terza rispetto agli Stati Uniti che dal 1949 ne sono il maggiore azionista – l’atto fondante si chiamerà per qualche motivo “Trattato di Washington”, dove il testo originario è depositato. Il Presidente americano continuava invece a parlare della Nato come di una palla al piede che, anzi, «ha trattato male gli Stati Uniti». Appena tre ore dopo queste parole, frammento di quella che è stata una lunga digressione, molto su economia e politica interna, vedi Minnesota, licenziamento di Jerome Powell dalla Fed, in cui ha non ha fatto altro che ripetere quanto detto ventiquattrore prima alla Casa Bianca per l’anniversario del primo anno di presidenza, Donald Trump incontra il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, al quale aveva già fatto un cenno di simpatia durante il discorso, e annuncia che: a) è stato raggiunto un accordo quadro sulla Groenlandia; b) che l’accordo soddisfa tutte le esigenze americane; c) che le tariffe annunciate contro sabato scorso gli otto Paesi europei rei di aver inviato pattuglie ad un’esercitazione danese nell’isola sono revocate. Non sappiamo ancora quali siano gli estremi dell’accordo. Come sempre con Trump, molti dettagli rimarranno da definire, ma di una cosa si può essere sicuri: Rutte, ex-Primo Ministro olandese, non ha certo messo sul piatto della bilancia la sovranità danese sull’isola. E si sarà consultato con Copenaghen. Di conseguenza, chi apparentemente fa una grossa rinuncia a quanto chiedeva – l’annessione della Groenlandia – è Donald Trump. O era il “deal” a cui puntava alzando continuamente la posta? Non lo sapremo mai. Che poi sia comunque in grado di presentare il risultato come una vittoria, come certo farà, è un altro discorso.
Difficile trarre conclusioni dalla vicenda se non la conferma dell’assoluta imprevedibilità delle mosse del Presidente americano. A caldo, tuttavia, si possono fare tre considerazioni. Primo, la Nato ha ancora una certa utilità marginale per gli Stati Uniti, compresa per un’amministrazione poco “atlantica” come l’attuale. Secondo, dietro le quinte, la diplomazia parallela funziona ancora perché persino con Donald al comando un accordo non si tira fuori dal cappello, va abbozzato per canali che evidentemente hanno funzionato. Terzo, la fermezza paga: la coesione europea e canadese – magistrale ieri il discorso, pur non gradito a Trump, del Primo Ministro Mark Carney – è stato un fattore determinante della conversione a U americana. Fermezza e compostezza nei toni. Questa la lezione da trarne per i leader Ue che si riuniscono stasera a Bruxelles in Consiglio europeo di emergenza. Se si riuniscono: l’emergenza erano i dazi e i dazi non ci sono più. Rinviamo ad un’altra emergenza. Non ne mancheranno. Una serata di riposo non fa male a nessuno. E bene al pianeta.

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