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sabato 26 settembre 2026

Senza libri

Mario Baudino
Dall'Università spariscono i libri

La Stampa, 26 settembre 2026

A quanto pare, gli studenti universitari affrontano gli esami con una preparazione quantomeno mediocre. Lo dice una ricerca su un campione significativo, 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani, svolta da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori. Le conclusioni, presentate in un convegno a Roma, non sono incoraggianti. Assodato che gli esaminandi sembrano meno preparati che in passato, per la maggioranza degli intervistati una delle cause principali è appunto che i manuali universitari non vengono più studiati e neppure letti integralmente – solo il 17 per cento dei professori è di parere diverso. Sarebbe in atto un cambiamento radicale delle modalità di studio, con una sempre minore consultazione dei testi suggeriti o anche indicati come obbligatori, un maggiore ricorso a materiali sintetici e riassunti, difficoltà crescenti nell’affrontare testi complessi o di ampia estensione. Trionfano le slide dei corsi e i tradizionali appunti.

I libri stanno scomparendo dalle Università, o almeno vengono sempre più trascurati. Per i docenti che ne sono convinti (il 68 per cento degli intervistati) le conseguenze sono una ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico, una preparazione nozionistica superficiale, la difficoltà di collegare tra loro gli argomenti e persino, ma viene in coda alla lista dei deficit, una scarsa comprensione dei concetti di base. Ora non si può dare la colpa alla qualità dell’editoria universitaria, che è molto attiva e si rinnova continuamente, e forse nemmeno al prezzo dei libri (fotocopie pirata a parte, ci sono sempre le biblioteche) ma evidentemente alle abitudini di lettura – non solo degli studenti – che scontano un sempre maggiore deficit di attenzione.

Come hanno dimostrato molte ricerche al proposito, si guarda una pagina, magari online, per pochissimi minuti, si cerca la brevità e la semplicità, la soglia dell’attenzione è bassa, e vale per tutti i tipi di testi e di supporto – ne stanno facendo le spese anche i giornali. Che questo accada anche in quello che dovrebbe essere il tempio del sapere e della ricerche, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è una conferma che siamo forse di fronte a una sorta di emergenza cognitiva globale. Il peggio è che ancora non si sa come affrontarla.

Federica Angeli
Riassunti e slide al posto dei libri: studenti universitari sempre meno preparati

la Repubblica, 25 settembre 2026

Arrivano all’esame dopo aver studiato sulle slide, sugli appunti presi a lezione o su testi sempre più sintetici. I manuali, invece, restano spesso sullo sfondo. E per i docenti universitari le conseguenze cominciano a essere evidenti: studenti meno abituati ad affrontare testi complessi, difficoltà nel costruire collegamenti tra gli argomenti e una capacità di analisi e di ragionamento critico che si sta progressivamente indebolendo. È la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori (Aie) su 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani. I risultati sono stati presentati a Roma in occasione del convegno “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, organizzato da Aie per discutere il futuro dell’apprendimento in Italia.

Il modo di studiare è cambiato

Il dato forse più significativo riguarda la velocità con cui stanno cambiando le abitudini degli universitari. L’83% dei professori intervistati afferma di aver osservato, negli ultimi tre-cinque anni, una trasformazione delle modalità di studio. Gli studenti consultano sempre meno i testi suggeriti o indicati come obbligatori e ricorrono con maggiore frequenza a riassunti e materiali sintetici. Parallelamente, secondo i professori, aumentano le difficoltà nell’affrontare testi lunghi o particolarmente complessi. A prevalere sono soprattutto le presentazioni e le slide utilizzate durante i corsi, indicate dal 69% dei docenti tra i materiali più frequentemente impiegati dagli studenti. Seguono gli appunti, con il 52%.

Arrivano all’esame dopo aver studiato sulle slide, sugli appunti presi a lezione o su testi sempre più sintetici. I manuali, invece, restano spesso sullo sfondo. E per i docenti universitari le conseguenze cominciano a essere evidenti: studenti meno abituati ad affrontare testi complessi, difficoltà nel costruire collegamenti tra gli argomenti e una capacità di analisi e di ragionamento critico che si sta progressivamente indebolendo. È la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori (Aie) su 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani. I risultati sono stati presentati a Roma in occasione del convegno “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, organizzato da Aie per discutere il futuro dell’apprendimento in Italia.

Il modo di studiare è cambiato

Il dato forse più significativo riguarda la velocità con cui stanno cambiando le abitudini degli universitari. L’83% dei professori intervistati afferma di aver osservato, negli ultimi tre-cinque anni, una trasformazione delle modalità di studio. Gli studenti consultano sempre meno i testi suggeriti o indicati come obbligatori e ricorrono con maggiore frequenza a riassunti e materiali sintetici. Parallelamente, secondo i professori, aumentano le difficoltà nell’affrontare testi lunghi o particolarmente complessi. A prevalere sono soprattutto le presentazioni e le slide utilizzate durante i corsi, indicate dal 69% dei docenti tra i materiali più frequentemente impiegati dagli studenti. Seguono gli appunti, con il 52%.

I manuali efficaci ma sempre meno letti

Il paradosso emerge dal confronto con il giudizio che gli stessi professori danno dei manuali universitari. L’88% li considera tra gli strumenti didattici più efficaci. Nel 50% dei casi vengono indicati come obbligatori per sostenere gli esami e nel 45% come testi consigliati. Eppure soltanto il 17% dei docenti ritiene che gli strumenti didattici progettati dagli editori siano oggi molto letti dagli studenti. Una distanza crescente, dunque, tra ciò che viene considerato necessario per costruire una preparazione solida e ciò che gli universitari utilizzano concretamente per arrivare all’esame.

Più difficoltà nel ragionamento critico

Per il 68% dei professori intervistati, proprio la progressiva perdita dell’abitudine a leggere e studiare integralmente i manuali rappresenta una delle principali cause delle criticità riscontrate nella preparazione degli studenti. Il problema, secondo l'indagine, non riguarda soltanto la quantità delle conoscenze acquisite, ma il modo in cui queste vengono elaborate. Il 41% dei docenti segnala una riduzione della capacità di analisi e di ragionamento critico. Il 28% riscontra una preparazione nozionistica e superficiale, mentre il 24% sottolinea la difficoltà degli studenti nel collegare argomenti diversi. Per il 19%, infine, emergono problemi persino nella comprensione dei concetti di base. Il rischio è quello di un sapere sempre più frammentato: molte informazioni disponibili, ma una minore capacità di organizzarle, metterle in relazione e trasformarle in conoscenza.

L’allarme dell’editoria universitaria

È proprio su questa trasformazione che si è concentrato il convegno organizzato dall’Associazione Italiana Editori, che ha riunito a Roma rappresentanti delle istituzioni, della politica, dell’università e dell’editoria. Al centro del confronto il ruolo dell’editoria universitaria non soltanto come settore produttivo, ma come infrastruttura della conoscenza in una fase in cui i sistemi di apprendimento diventano sempre più veloci e frammentati. «Non bastano informazioni sempre più accessibili o sintetiche: servono contenuti autorevoli, validati e organizzati in percorsi di conoscenza strutturati», ha spiegato Maurizio Messina, presidente del gruppo Accademico Professionale di Aie. Secondo Messina, l’editoria universitaria rappresenta il punto di incontro tra ricerca, didattica e impresa e costituisce quindi un osservatorio privilegiato sui cambiamenti in corso nel modo di apprendere.

Il nodo della pirateria e il futuro della formazione

Alla diminuzione dell’utilizzo dei manuali si aggiunge un'altra questione sollevata dagli editori: quella della pirateria. Secondo Messina, il fenomeno avrebbe ormai superato, in termini di valore, quello dell’intero mercato del settore. Da qui la richiesta di rafforzare la collaborazione tra editori, università, istituzioni e mondo produttivo, garantendo agli studenti l’accesso ai materiali didattici e contemporaneamente tutelando la produzione di contenuti autorevoli. La questione, del resto, va oltre il destino del libro universitario. Se studiare significa sempre più spesso ridurre centinaia di pagine a poche slide o a un riassunto, il tema diventa quale tipo di competenze l’università riuscirà a formare. Perché conoscere molte informazioni non significa necessariamente saperle comprendere, collegare e mettere in discussione. Ed è proprio su questa distanza tra informazione e conoscenza che si gioca una parte decisiva del futuro della formazione universitaria italiana.