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giovedì 14 maggio 2026

La potenza cinese

Max Boot
Un tè allo Zhongnanhai
Cosa rivela un ex analista della Cia su uno scontro con la Cina
Il Foglio, 14 maggio 2026

John Culver è una delle massime autorità mondiali sull’esercito cinese, un tema che ha iniziato a studiare come analista della Cia nel 1985. Dal 2015 al 2018 ha ricoperto il ruolo di direttore dell’intelligence nazionale per l’asia orientale. Da quando è andato in pensione dalla Cia nel 2020, è senior fellow presso la Brookings Institution. Ho parlato con Culver delle capacità militari della Cina e delle lezioni che l’esercito popolare di liberazione sta traendo dal conflitto statunitense con l’Iran.
Può riassumere brevemente come si è trasformato l'esercito cinese dagli anni Ottanta ad oggi?
E’ difficile non cadere nell’iperbole quando si parla della trasformazione rispetto alla forza che ho conosciuto allora, equipaggiata in gran parte con armamenti risalenti alla guerra di Corea e, in parte, al Vietnam. Oggi è difficile individuare un settore – fatta eccezione per i sottomarini e la guerra sottomarina – in cui si possa dire che gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio. Non credo che lo abbiamo nei missili, nello spazio, nel cyber, nella ricognizione eccetera. Ritengo anzi che la Cina ci stia superando in alcune categorie, come i missili ariaaria, i missili terra-aria, le capacità antisatellite e la guerra elettronica. La cosa che dovrebbe saltare agli occhi è la quantità di munizioni avanzate che stanno producendo – con ordini di grandezza superiori a quanto la nostra base industriale può produrre. La Cina ha un solo cantiere navale che produce più di tutti i nostri messi insieme. Ogni anno vara abbastanza navi da replicare l’intera marina francese. Se è vero quello che si dice – che nel conflitto con l’iran abbiamo consumato gran parte della nostra capacità di attacco a lungo raggio e di difesa missilistica – allora non disponiamo nemmeno lontanamente delle scorte necessarie per uno scontro con la Cina.
La risposta che si sente dai militari americani è: certo, hanno la quantità, ma noi abbiamo la qualità. È ancora così?
E’ vero che la Cina non combatte una guerra dal 1979, ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti non affrontano nulla di simile a un avversario pari dal 1945. Quindi, se la Cina volesse combattere una guerra controinsurrezionale, avremmo un netto vantaggio, visto che è in questo ambito che si è concentrata gran parte della nostra esperienza negli ultimi vent’anni. Ma in termini di guerra sul mare o in cielo, non darei a nessuno dei due contendenti un margine significativo. Credo che gli Stati Uniti si concentrino sull’invasione cinese di Taiwan perché è lo scenario che siamo più sicuri di poter sconfiggere. Si tratta di affondare navi, e in questo siamo piuttosto bravi. Ben più preoccupante sarebbe una campagna punitiva cinese che non esponga le sue forze a un attacco diretto da parte degli Stati Uniti, a meno che non siamo disposti a bombardare la Cina continentale.
Cosa intende per campagna punitiva?
Il tipo di campagna che la Cina ha condotto più volte ogni volta che il suo esercito è entrato in guerra. Che si guardi al confine indiano nel 1962, alla guerra con il Vietnam nel 1979 o alle varie campagne di pressione contro Taiwan, l’obiettivo non è conquistare territorio, ma infliggere un colpo durissimo all’avversario. In uno scenario taiwanese, la Cina potrebbe rapidamente impadronirsi delle isole controllate da Taiwan al largo della propria costa, lanciare attacchi su vasta scala contro Taiwan stessa, distruggere gran parte della sua capacità militare e industriale, tentare di eliminare la leadership politica e militare dell’isola. La minaccia che ne deriverebbe – per Taiwan prima, e indirettamente per gli Stati Uniti poi – è che, se scoppiasse una guerra, Taiwan cesserebbe di esistere come produttore di semiconduttori.
È una minaccia devastante, considerato che Taiwan produce oltre il 90 per cento dei semiconduttori più avanzati. 
Esatto. E in qualsiasi scenario di conflitto si porterebbero offline gran parte dei sistemi asiatici. Quindi non si tratta solo degli effetti economici diretti della fine della produzione taiwanese di semiconduttori. La capacità delle navi mercantili e degli aeromobili di transitare nel Pacifico occidentale diventerebbe improvvisamente a rischio. Prendete il problema dello Stretto di Hormuz e ampliatelo di molte volte fino a comprendere il Mar cinese meridionale fino allo Stretto di Malacca e tutta l’asia nordorientale, inclusi tutti i porti del Giappone e della Corea del sud.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth si vanta di tutti gli obiettivi colpiti dagli Stati Uniti in Iran. È una cosa che preoccupa i cinesi?
Hanno investito enormemente nelle difese aeree. Probabilmente lo spazio aereo più difeso al mondo, dopo l’area di Mosca, è la fascia costiera cinese che va dall’isola di Hainan fino a Pechino. Ciò che dà loro vera fiducia, credo, è che questo non è un modo nuovo di fare la guerra. Si potrebbe risalire alla Desert Storm del 1991 o all’operazione Iraqi Freedom del 2003: gli Stati Uniti seguono ancora lo stesso schema operativo, dispiegando in anticipo gli aerei nella regione. L’Iran non dispone di sistemi d’attacco a lungo raggio particolarmente efficaci, eppure, stando al Washington Post, gli iraniani sono riusciti a colpire almeno 228 obiettivi americani in Medio oriente. Se gli Stati Uniti pensano di concentrare le proprie forze aeree in vista di una campagna contro la Cina, stiamo mettendo le uova in alcuni panieri piuttosto fragili. Se dispieghiamo aerei avanzati in Giappone, Australia o magari in Corea del sud, la Cina può fare cose al riguardo in modi che l’Iran semplicemente non può.
E le portaerei americane?
Il problema è che, perché le portaerei siano militarmente rilevanti, dovremmo conquistare almeno una capacità aerea contesa entro circa 1.600 chilometri dalla zona di combattimento. Non esistono zone sicure. La Cina tiene traccia delle nostre portaerei ogni ora di ogni giorno. Credo che parte del pensiero al Pentagono – che potrebbe essersi evoluto da quando sono andato in pensione – sia che, quando si prevede uno scoppio delle ostilità, dobbiamo portare le nostre risorse navali di alto valore fuori dal teatro operativo, per poi dover combattere per rientrare. Da dove, non è chiaro. Nemmeno Guam è un bastione sicuro.
Allora perché stiamo investendo miliardi in portaerei o addirittura in corazzate di classe Trump?
Credo che le Forze armate nutrano una certa nostalgia per ciò che corrisponde alle loro aspettative in termini di carriera. Non so se esista ancora una filiera professionale per un operatore di droni che possa portare a una stella di ammiraglio.
Il budget della difesa da 1500 miliardi di dollari dell'Amministrazione Trump, ammesso che venga approvato, cambierebbe le tendenze in atto?
Probabilmente aiuterebbe in una certa misura, ma temo che potremmo star gettando denaro buono su denaro cattivo. Quello di cui abbiamo bisogno è rafforzare le nostre forze dispiegate in modo che possano resistere a un primo attacco cinese, e poi produrre più munizioni di quante ne riteniamo sensate. Il tasso di consumo di questi sistemi costosissimi è semplicemente sbalorditivo. Chi finisce le munizioni per primo perde.
E i piani del Pentagono di trasformare lo stretto di Taiwan in un "inferno" usando droni e missili per colpire una flotta di invasione cinese?
Suona bene. Probabilmente è stato concepito per intimidire i cinesi e farli riflettere. E questo è sempre utile. Il problema è: di quali droni stiamo parlando, e da dove verrebbero lanciati? Bisognerebbe pre-dislocarli, se non a Taiwan stessa, almeno a Luzon o sulle isole sud-occidentali giapponesi, che sono tutte nel raggio d’attacco cinese. Questa è la tirannia della distanza e del tempo in una guerra nel Pacifico.
Cosa pensa che i cinesi stiano guardando al blocco dello stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti e dell'Iran e a ciò che questo implica per la possibilità cinese di bloccare Taiwan?

Lo Stretto di Taiwan è largo 160 chilometri. Lo Stretto di Hormuz ne misura solo 34. Le differenze sono significative. Ma credo che una lezione che i cinesi potrebbero trarne sia che, grazie ai progressi nelle capacità antinavali e alla naturale propensione umana a evitare i rischi, detenere il ruolo di chi cerca di ostacolare il traffico marittimo – piuttosto che di chi cerca di garantirlo – conferisce un potere reale. Gran parte dell’effetto di un blocco risiede nell’impatto sulle assicurazioni marittime e sulla disponibilità degli armatori ad avventurarsi in una zona di guerra. La Cina può creare enorme caos e tagliare quasi tutti i rifornimenti via mare verso Taiwan semplicemente dichiarando un blocco. Ha più modi per farlo rispettare. Può anche colpire tutti gli impianti portuali di Taiwan. Puoi anche inviare enormi navi da rifornimento, ma non ci sarebbe modo di scaricarle.
Cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti in uno scenario del genere?
La lezione principale è cercare di evitare quello scenario. Mi chiedo quando gli americani potrebbero cominciare a dire che Taiwan è una guerra in cui non vogliono entrare, perché nella migliore delle ipotesi potrebbe essere una vittoria di Pirro. Si potrebbe evitare un’escalation nucleare, ma non è detto. Quindi, a meno di non riuscire a spiegare al popolo americano perché ne vale la pena – cosa che non abbiamo nemmeno tentato di fare con l’iran – non so se sia una cosa che conviene affrontare. Credo che Taiwan sia una crisi che anche Xi Jinping vuole evitare, non un’opportunità che vuole cogliere. E quando si vede quello che ha fatto negli ultimi due anni al proprio esercito, sventrando i ranghi del comando superiore, non mi sembra un uomo che abbia una gran fretta.
Come spiega le epurazioni nelòl'esercito cinese?
L’esercito era diventato sistemicamente corrotto. Credo che la conclusione cui è giunto Xi nell’ultimo anno sia che non può contare sull’esercito per riformarsi dall’interno. Ecco perché sta tagliando così in profondità. Uno studio pubblicato dal Center for Strategic and International Studies nel febbraio scorso afferma che ha rimosso almeno il 53 per cento degli ufficiali a tre e quattro stelle. E’ incredibile. Mao non ha mai fatto niente di simile. Quello che sta facendo non riguarda uno scenario taiwanese, riguarda Tiananmen 2.0. Se si arriva allo scontro diretto, l’esercito potrebbe di nuovo dover salvare il partito, come fece nel 1989. E se non si è sicuri che lo farebbero di nuovo, beh, questa è la risposta sbagliata se si è il Partito comunista cinese: vuoi un esercito assolutamente affidabile e leale.
Alla luce dell'impopolarità della guerra americana contro l'Iran, i dirigenti cinesi pensano che gli americani non abbiano il coraggio per combattere?
Hanno un ritratto molto cupo degli Stati Uniti come egemone globale in declino di potere, sempre più violento nel tentativo di aggrapparsi alla propria supremazia. Li vedono come un paese con un’elevata propensione all’intervento militare, che ha però abbandonato ogni soft power attraverso programmi come Usaid e Voice of America. Pur ritenendo che il pubblico americano abbia una bassa tolleranza per le guerre su larga scala – come si è visto dal Vietnam in poi – continuano a percepire gli Stati Uniti come fortemente inclini al conflitto armato. Questa è una delle ragioni per cui penso che una guerra per Taiwan non è una cosa che Xi Jinping sta cercando.
Crede che la Cina tema di più o di meno gli Stati Uniti dopo la guerra con l'Iran?
Non credo che cambi molto. Quello che hanno visto finora conferma alcune lezioni che avevano già appreso sulla necessità di disporre di grandi arsenali per queste armi sofisticatissime. L’operazione che li ha probabilmente impressionati più di quanto abbiano visto in Iran è stata quella in Venezuela, dove abbiamo condotto un’operazione delle forze speciali che ha portato alla cattura di un capo di stato straniero. Quando hanno saputo che gli Stati Uniti erano riusciti ad hackerare il sistema di telecamere a Caracas, forse si sono chiesti un attimo cosa succederebbe con il loro sistema di telecamere a Pechino. Credo che anche gli israeliani, dopo i loro attacchi alla leadership iraniana, abbiano detto la stessa cosa: stavano violando le telecamere di Teheran per seguire i bersagli. Ci si può sentire al sicuro perché si hanno telecamere ovunque a Pechino, ma cosa succede se un avversario ha lo stesso accesso?
Sembrava che Trump volesse concludere la guerra con l'Iran prima del vertice con Xi. Come vogliono interloquire i cinesi?
Non hanno preso una posizione netta, limitandosi a dire che la guerra è una brutta cosa. Hanno tratto alcuni vantaggi dalla perturbazione dei mercati energetici. E’ stato uno stimolo alle loro vendite di tecnologie verdi. Hanno la più grande riserva strategica di petrolio al mondo, e la stanno riempiendo mentre tutti gli altri la svuotano. Quindi non ho la sensazione che siano sotto pressione estrema. I loro problemi principali sono interni e strutturali. Non è la guerra in Iran.

martedì 6 gennaio 2026

Marco Rubio viceré


Piotr Smolar 
Venezuela: Marco Rubio al centro della riorganizzazione dell'"emisfero occidentale"
Le Monde, 6 gennaio 2026

Sostenitore di lunga data di Juan Guaidó , considerato il vero vincitore contro Nicolás Maduro nel 2019, Marco Rubio è responsabile delle manovre politiche del Venezuela e della sua remota sottomissione, esclusivamente attraverso la deterrenza e lo strangolamento marittimo. Gli Stati Uniti non hanno truppe sul terreno. Trasformarsi o cadere: questa è la scelta lasciata ai resti del regime, in un Paese ora guidato ad interim dall'ex vicepresidente Delcy Rodríguez. Il messaggio vale anche per i Paesi della regione, a partire da Colombia, Messico e Cuba.

Mentre molti commentatori si aspettavano un rapido e aspro litigio con Donald Trump al momento della sua nomina a Segretario di Stato, egli divenne invece una parte essenziale dell'apparato presidenziale: professionale, discreto e capace di evitare qualsiasi fuga di notizie su disaccordi interni. Fu ricompensato per questo incarico ricoprendo sia la sua carica che quella di Consigliere per la Sicurezza Nazionale, dopo le dimissioni di Mike Waltz, e in seguito quella di Direttore degli Archivi Nazionali.

Un altro errore è stato quello di evidenziare la sua incompatibilità con i principi fondamentali del movimento MAGA. Lui, ex senatore falco con tendenze neoconservatrici, che esaltava con prontezza l'eccezionalismo americano e la sua esportazione, si è trovato promosso da un presidente, Donald Trump, la cui posizione costante era il rifiuto di prolungate avventure militari all'estero. La guerra in Iraq era considerata un abominio assoluto: giustificazioni errate, errori di calcolo, conseguenze catastrofiche. Marco Rubio, d'altro canto, aveva sostenuto l'invasione di quel paese.

Figlio di rifugiati cubani

Nel 2015, mentre era candidato alle primarie repubblicane, l'uomo che Donald Trump soprannominò sprezzantemente "Piccolo Marco" si rivolse al Council on Foreign Relations. "Dobbiamo riconoscere il fatto che la nostra nazione è un leader mondiale, non solo perché ha armi superiori, ma anche perché ha obiettivi superiori . L'America è la prima potenza della storia motivata dal desiderio di espandere la libertà, piuttosto che semplicemente di espandere il proprio territorio". In dieci anni, la reazione americana è stata drammatica e la conversione dell'oratore spettacolare. Ma una costante, sia personale che ideologica, ha guidato Marco Rubio, figlio di rifugiati cubani arrivati ​​a Miami, in Florida, negli anni '50: il suo anticomunismo.

Suo padre lavorava come barista nei banchetti, mentre sua madre era casalinga e lavorava come cameriera in un hotel. Fino a quando la stampa americana non ne ha segnalato l'arrivo nel 1956, Marco Rubio aveva affermato che erano fuggiti da Cuba nel 1959, quando Fidel Castro salì al potere. Questo dettaglio biografico non cambia il fatto che il Segretario di Stato consideri Cuba l'ammiraglia di un comunismo morente, al quale ritiene di avere il privilegio di sferrare il colpo di grazia. Alla fine del 2014, quando era senatore, il rappresentante della Florida si è fermamente opposto al desiderio dell'amministrazione Obama di normalizzare le relazioni bilaterali con l'isola.

Dodici anni dopo, "Cuba sembra pronta a crollare", ha affermato domenica Donald Trump. Questo ottimismo è ispirato alla teoria del domino regionale. Neutralizzando il regime venezuelano, Washington priva Cuba del suo principale fornitore di petrolio a basso costo. I leader cubani "hanno seri motivi di preoccupazione ", ha spiegato domenica anche Marco Rubio, descrivendo l'apparato di sicurezza venezuelano come "colonizzato" da agenti di Castro, tra cui le guardie del corpo di Maduro, originarie dell'isola.

Il nemico comunista

Il successo dell'"Operazione Maduro" è innanzitutto un importante risultato dell'esercito e dei servizi segreti statunitensi, ma politicamente rafforza la conversione dell'ex senatore. Nell'ultimo anno, Marco Rubio ha lasciato il segno in questa nuova destra nazionalista e nel movimento MAGA, a cui ha aderito tardi, ma senza scrupoli: nel suo incarico, ha iniziato smantellando l'USAID, l'agenzia per lo sviluppo internazionale, con l'aiuto di Elon Musk e dell'Office of Government Efficiency.

Poi ha dovuto riconoscere il ruolo chiave dell'inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, nei negoziati più delicati: con il Cremlino per porre fine al conflitto in Ucraina, sulla Striscia di Gaza e con il regime iraniano. Nel primo caso, la sua più marcata sfiducia nei confronti della Russia è stata vista come una rara fonte di speranza in Europa. Nel secondo, Marco Rubio aderisce a una classica linea repubblicana filo-israeliana, che lo distingue da gran parte della base MAGA.

Mentre il Segretario di Stato è stato messo da parte per quanto riguarda l'Ucraina e il Medio Oriente, non è così per quanto riguarda l'"Emisfero Occidentale", una priorità della strategia di sicurezza nazionale recentemente pubblicata dall'amministrazione. Liberi da qualsiasi enfasi sulla promozione dei valori liberali e democratici, gli Stati Uniti mirano a dominare sia il Nord che il Sud del continente americano. L'ex senatore, di madrelingua spagnola, conosce tutti i principali attori dell'America Latina e non delega conversazioni importanti. È stato lui a parlare con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez dopo il rapimento di Nicolás Maduro. La Casa Bianca intende evitare gli errori commessi in Iraq, come l'illusoria epurazione dei baathisti all'interno del regime dopo la caduta di Saddam Hussein.

Il motivo per cui Marco Rubio si sente così a suo agio in questa situazione potrebbe risiedere in questo elemento: riabilita il nemico comunista, proprio quello al centro del suo impegno pubblico, anche se la retorica ufficiale preferisce enfatizzare le "  attività criminali  " del regime di Maduro, il narcotraffico o l'immigrazione clandestina. Ora figura centrale dell'amministrazione Trump, Marco Rubio ha l'opportunità storica di rimodellare l'America Latina. Questa vertiginosa dimostrazione di potenza americana probabilmente trascende le sue ambizioni presidenziali e gli fa dimenticare tutto il resto: il diritto internazionale, le prerogative del Congresso in materia di guerra, per non parlare della remota amministrazione di un paese straniero di 28 milioni di abitanti, con vaste risorse petrolifere potenziali, ma con urgenti esigenze immediate.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/01/06/avec-l-operation-au-venezuela-marco-rubio-au-c-ur-du-remodelage-de-l-hemisphere-occidental_6660683_3210.html

Massimo Gaggi
Da «Little Marco» a «viceré» L’ascesa del falco Rubio (che frena per paura di bruciarsi)
Corriere della Sera, 6 gennaio 2026

Da «little Marco» a «segretario di tutto» e ora, addirittura, una sorta di viceré del Venezuela: l’ascesa di Marco Rubio nel sistema di potere trumpiano non cessa di stupire. Dieci anni fa, di questi tempi, i due, in lotta per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2016, si scambiavano accuse feroci e anche insulti. Marco, definito piccolo, sudaticcio, addirittura un automa da Donald Trump, ritirò la sua candidatura dopo tre mesi di sconfitte nelle primarie.

Ma negli anni di Mar-a-lago «The Donald» ha cominciato ad apprezzare Rubio e a fidarsene fino al punto di sceglierlo, una volta rieletto, come segretario di Stato. Non solo: Rubio ha assunto anche la guida di Usaid, l’agenzia internazionale per lo sviluppo, poi di fatto soppressa dal Doge di Elon Musk. E, dopo qualche mese, Trump lo ha nominato anche consigliere per la Sicurezza nazionale. Doppio incarico, al ministero degli Esteri (ci passa le mattinate quando non è in viaggio) e alla Casa Bianca (dove si reca al pomeriggio in un ufficio tra quelli del vicepresidente JD Vance e della chief of staff Susie Wiles, a due passi dallo Studio Ovale): una concentrazione di potere sulla politica estera che ha un solo precedente nella storia americana, Henry Kissinger.

E Trump non si è fermato qui: appena arrivato alla Casa Bianca ha nominato Rubio anche Archivista degli Stati Uniti. Cioè capo degli Archivi di Stato, un incarico fin qui svolto da funzionari di carriera, ma che il presidente considera strategico: gli Archivi custodiscono tutti i documenti, dalla settecentesca Dichiarazione d’indipendenza a tutti gli atti pubblici, compresi quelli relativi alle elezioni congressuali e presidenziali. Materie «sensibili» agli occhi di «The Donald».

È per questo che i giornali hanno cominciato a definire Rubio «segretario di tutto».

Politico abile ma anche spregiudicato (iniziò la sua carriera di senatore presentandosi agli elettori della Florida come figlio di esuli cubani vittime del regime castrista, ma poi il Washington Post scoprì che i genitori lasciarono Cuba nel 1956, tre anni prima della rivoluzione di Fidel), a Marco è riuscito un doppio miracolo politico. Falco della destra tradizionalista, radicale dei Tea Party nell’era Obama, ma anche interventista nei conflitti col marchio dei neocon di Bush, Rubio ha riorientato la sua visione ideologica in chiave populista e «America First».

In secondo luogo, pur comportandosi da fedelissimo di Trump, Rubio è apparso al Congresso (democratici compresi) e anche agli alleati europei allarmati dagli atteggiamenti ostili della Casa Bianca, come il volto dialogante del trumpismo, il più rispettoso del Parlamento, delle regole democratiche: il Senato votò la ratifica della sua nomina a segretario di Stato con un eloquente 99 a zero.

La sua adesione alle mosse più discutibili del presidente — dal sostegno all’idea di Trump di trasformare Gaza in una specie di riviera turistica all’«esportazione» di immigrati detenuti nelle carceri di El Salvador dai lui negoziata col presidente Bukele — fin qui aveva creato sconcerto ma senza radicali revisioni dei giudizi su di lui: costretto a seguire Trump nella sua volontà di affermare la supremazia Usa su tutto l’emisfero occidentale.

Ma con l’intervento in Venezuela e, quello di qualche settimana fa contro l’Unione europea le cui norme sull’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale sono state da lui definite «un eccesso di interventi extraterritoriali da parte di censori esteri che viola la sovranità Usa», sanzionate vietando l’ingresso negli Stati Uniti a funzionari e a un ex commissario Ue, l’immagine di Rubio è sempre più schiacciata sul radicalismo di Trump.

Marco, da sempre nemico giurato dei marxisti latinoamericani, ha sicuramente appoggiato con convinzione la decapitazione del regime di Maduro e ora già minaccia anche il governo cubano. Ma sul ruolo di «viceré» sta frenando rispetto alla spinta di Trump: giustifica lo scavalcamento del Congresso col fatto che ora alla Casa Bianca c’è «un presidente che agisce». E poi a governare direttamente su Caracas si rischia grosso se le cose dovessero andare storte, come in Iraq: Trump, che oggi lo spinge, domani sarebbe pronto a scaricare su di lui la responsabilità del fallimento.