martedì 6 gennaio 2026

La destra torna in Europa

Mette Fredriksen

Tommaso Ciriaco e Giuliano Foschini 
Trump, virata di Meloni: ora si schiera con la Ue a difesa della Danimarca
la Repubblica, 6 gennaio 2026

C’è un dettaglio che non sfugge a Giorgia Meloni, nelle ultime ore: l’impossibilità di continuare a inseguire Donald Trump nelle minacce a mezzo Sudamerica e all’Europa senza pagare un prezzo politico forse insostenibile con i partner continentali. È una certezza che ha toccato con mano ieri, nel corso di una serie di chiamate ed sms con gli altri leader continentali avuti nel primo giorno a Palazzo Chigi, di rientro dalle ferie in Spagna. Non ci sono conferme ufficiali, ma trapelano contatti con Friedrich Merz ed Emmanuel Macron. E secondo altre voci - negate però a Palazzo Chigi - anche con la socialista danese Mette Frederiksen, sua grande amica con cui condivide le politiche migratorie. Ma soprattutto a capo di un governo, quello di Danimarca, a cui il tycoon ha promesso di invadere la Groenlandia.

Non sono scenari sostenibili, appunto. E quindi Meloni si prepara a firmare con gli altri europei un testo a difesa dell’integrità territoriale del paese scandinavo. L’ha sollecitato ieri anche Antonio Tajani, che il 13 potrebbe riferire sul Venezuela alle Camere. «L’Ue deve prendere posizione e garantire l’indipendenza di quel territorio», ha detto il ministro. La premier potrà ragionarne oggi a Parigi, a margine del vertice dei Volenterosi sull’Ucraina voluto da Emmanuel Macron. Lì porterà la posizione già nota, condivisa peraltro con Matteo Salvini: niente truppe italiane e pressione sulla Russia perché sieda al tavolo. Ma soprattutto: chiudere «al più presto un accordo, perché troppi sono i fronti aperti».

Delle sconcertanti parole del presidente Usa Meloni ha ragionato ieri al telefono anche con Antonio Tajani e Salvini (è una fase di contatti quasi quotidiani). Il messaggio della leader è stato netto: la situazione è drammatica, non possiamo mandare segnali dissonanti. Salvini, si apprende, è tornato a chiedere «prudenza» sul Venezuela, in nome di una linea ostile agli interventi armati: «Soluzioni muscolari o militari producono instabilità«. Quanto alla Groenlandia, la leader ha confermato l’obbligato riavvicinamento con gli europei e maggiore prudenza sulla linea Usa, dopo lo scivolone del comunicato con cui ha giustificato il blitz di Trump senza attendere la sua conferenza stampa.

Quella di muoversi su «uno scenario europeo» è stata anche la strada scelta dal governo in queste ore su quello che è forse il dossier interno più delicato nel rapporto tra Italia e Venezuela, quello sulla liberazione di Alberto Trentini, il cooperante italiano arrestato senza una reale ragione in Venezuela a novembre del 2024 e da allora rinchiuso nel carcere di El Rodeo.

Tajani ha chiesto e ottenuto che la questione dei «detenuti-ostaggi» fosse inserita nella comunicazione dell’Alto rappresentante. E Meloni ha portato il caso Trentini su tutti i tavoli possibili.

La scelta è stata quasi obbligata per evitare di restare stretti tra Stati Uniti e Venezuela. Non a caso ieri è intervenuto il sottosegretario Alfredo Mantovano: «Stiamo lavorando. E ogni parola in più può solo danneggiare la soluzione della vicenda». Silenzio. E attenzione.

D’altronde è quello che Mantovano predica da mesi, visto che è lui – insieme con il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli – a tenere le fila dei rapporti con il Venezuela da un lato, ma anche con la famiglia Trentini. Gli italiani stanno lavorando su un doppio binario. Lo avevano fatto nei mesi scorsi. E lo stanno facendo a maggior ragione oggi, «con il Venezuela che sembra nelle mani di un governo Badoglio», dice a Repubblica una fonte che sta gestendo il dossier.

Da una parte c’è il rapporto con gli americani: di Trentini hanno discusso più volte, a dicembre, quando la procuratrice generale Pam Bondi è stata in visita in Italia, e poi con il segretario di Stato Marco Rubio nei contatti con il ministro degli Esteri Tajani.

Di contro, intelligence e mediatori si stanno muovendo con il Venezuela. Anche se ieri non è stata una delle migliori giornate: si sperava in un’accelerazione che non è arrivata. Forse anche a causa della telefonata della premier con Maria Corina Machado. Anche perché l’Italia, mai come oggi, ha bisogno di non giocare da sola.


Marcello Sorgi
La correzione di linea del ministro

La Stampa, 6 gennaio 2026

on è solo un aggiustamento. Da «intervento legittimo», come a caldo lo aveva definito Meloni, a «non idoneo a risolvere le questioni», come ieri ha precisato il ministro degli Esteri Tajani, sottolineando la necessità, per il Venezuela, di accelerare «la transizione democratica», la correzione dí linea è evidente. Cominciato già domenica dalla premier, con il colloquio con la Premio Nobel e leader dell’opposizione Machado, è chiara la svolta, a proposito del blitz di Trump contro Maduro, del governo italiano che dovrà presto, con lo stesso Tajani, presentarsi in Parlamento per un’informativa su richiesta delle opposizioni. Meloni proseguirà oggi partecipando al vertice dei “Volenterosi”.

A differenza di Salvini, che s’è distinto fin dal primo momento, Tajani è cauto, ma le sue dichiarazioni devono essere state concordate parola per parola con Meloni, per dare il senso di una riserva italiana sul comportamento del Presidente Usa senza però smentire del tutto la prima uscita della premier. Per questo Tajani si augura che la scelta della vicepresidente Rodriguez, a cui è stata affidata la guida del Paese, sia provvisoria e serva a delineare un percorso verso nuove elezioni.

A sollecitare la correzione, e in un certo senso la marcia indietro del governo su Trump, è stata la sua accelerazione sulla Groenlandia. Anche su questo le opposizioni hanno incalzato il governo. E Tajani replica ricordando che la Groenlandia è «territorio della Corona danese» e sollecitando l’Europa a prendere posizione. Tra le righe il ministro degli Esteri lascia intendere di non essere così sicuro che la campagna di Trump abbia come secondo passo la conquista della Groenlandia.

E più in generale che Trump si muova effettivamente prima di verificare le conseguenze a livello globale dell’operazione venezuelana. Conseguenze che non necessariamente potrebbero realizzarsi nell’immediato, ma ad esempio, per ciò che riguarda la Cina, potrebbero richiedere settimane e anche mesi prima di manifestarsi. Ciò che è sicuro è che si è aperta una fase in cui l’Italia sarebbe imprudente a muoversi da sola. E l’Europa, già gravata dalla guerra in Ucraina, non ha ancora messo a punto una strategia: né sui nuovi equilibri globali che si stanno delineando, né sulla parte, appunto la Groenlandia, che la riguarda più da vicino

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