mercoledì 3 giugno 2026

Marta Kostyuk

 


Briefing sulla guerra in Ucraina: "Il vostro Paese sta uccidendo altre persone" - la stella del tennis attacca i rivali russi


Warren Murray con giornalisti e agenzie del Guardian
1 giugno 2026


  • L'ucraina Marta Kostyuk, neo semifinalista del Roland Garros, ha criticato duramente le sue avversarie russe, accusandole di aver chiarito "da che parte stanno" con il loro silenzio dopo la notte di attacchi con droni e missili a Kiev e in altre città, che hanno causato almeno 23 morti. "Voglio iniziare parlando di questa partita storica che abbiamo giocato oggi con Elina [Svitolina]", ha detto Kostyuk dopo aver sconfitto la sua connazionale . "Abbiamo vissuto un'altra notte molto difficile in Ucraina, soprattutto a Kiev. Tante vittime. Voglio dedicare questa partita al popolo ucraino e alla sua resilienza ... Con tutto quello che sta succedendo, per me essere qui è una vera benedizione e non penso alla vittoria. Sono qui per rappresentare l'Ucraina e per divertirmi".

  • A Kostyuk è stato chiesto un commento sulle sue rivali russe, tra cui Diana Shnaider e la sua prossima avversaria in semifinale, Mirra Andreeva, che in passato hanno affermato di concentrarsi solo sulla pallina da tennis ed evitare discussioni politiche. "Sono tutte adulte. Sanno di cosa parlano. Sanno cosa sta succedendo. Hanno i telefoni. Hanno Instagram. Si informano", ha detto Kostyuk. "Vorrei che prendessero una posizione più chiara su ciò che sta accadendo, soprattutto quando il loro Paese sta uccidendo altre persone".

Gli spettatori del Roland Garros si avvolgono in una bandiera ucraina. Foto: Thibault Camus/AP

  • Kostyuk ha elogiato Daria Kasatkina , che ha cambiato la sua fedeltà dalla Russia all'Australia, come esempio di qualcuno che si è espresso pubblicamente nonostante le pressioni sulla sua famiglia . "Non credo che viva in Russia, ma la maggior parte delle giocatrici non vive in Russia", ha detto Kostyuk. "Non c'è niente che ti impedisca di farlo se non credi in qualcosa... Conosco persone che hanno lasciato la Russia nel momento in cui è iniziata la guerra, che hanno venduto tutte le loro attività, che si sono lasciate tutto alle spalle perché semplicemente non sono d'accordo con quello che il loro paese sta facendo ad altre persone". Kostyuk ha affermato che rappresentare l'Ucraina è diventato più importante dei risultati.

  • I micidiali attacchi contro l'Ucraina di martedì dimostrano come la Russia sia in grado di sfruttare la carenza globale di missili intercettori per la difesa aerea , scrive Peter Beaumont. Il MIM-104 Patriot è stato ampiamente utilizzato dagli alleati degli Stati Uniti, soprattutto nel Golfo, e anche dall'Ucraina. La campagna israelo-americana contro l'Iran, oltre che contro l'Ucraina, ha scatenato una corsa alle scorte sempre più scarse di missili intercettori. Volodymyr Zelenskyy, presidente dell'Ucraina, ha ripetuto più volte il suo appello agli Stati Uniti per un aumento delle scorte di intercettori.

"Non posso respirare"

Ragazzo bianco ucciso da un sikh . Monta la protesta in Inghilterra : "Basta con il razzismo al contrario"

Redazione esteri, Quotidiano Nazionale, 3 giugno 2026

I tribuni della destra populista hanno già pronto lo slogan rovesciato, "White Lives Matter"; ma, strumentalizzazioni a parte, le ragioni per sollevare pesantissimi interrogativi sulla sconcertante fine di Henry Nowak ci sono tutte. Il caso è quello di un 18enne inglese, studente universitario al primo anno, accoltellato a morte con ferocia a inizio dicembre in una strada di Southampton dal 23enne Vickrum Digwa, cittadino britannico di radici indiane e fede religiosa sikh, riuscito poi ad accreditarsi incredibilmente di fronte alla polizia, nell’immediatezza dei fatti, come vittima lui di una fantomatica aggressione razzista. La condanna all’ergastolo inflitta lunedì all’assassino non è bastata a placare lo sdegno della famiglia Nowak.

Intanto nel Regno Unito continuano a montare le proteste alimentate sin dall’inizio della vicenda da esponenti e gruppi del nazionalismo radicale contro le forze dell’ordine. E contro le colpe addossate al "progressismo politically correct". Al centro della bufera c’è comunque in primis la Hampshire and Isle of Wight Police, i cui agenti si fecero fuorviare inizialmente da Digwa, capace di simulare un episodio di razzismo a carico della povera vittima. E finirono per ammanettare il 18enne, già agonizzante, prima di accorgersi delle sue ferite mortali. Alcuni testimoni avevano raccontato con orrore degli ultimi flebili lamenti di Henry. E di come i ‘tutori della legge’ si fossero spinti addirittura a rifocillare l’aggressore, prima di capire l’inganno.

Dettagli che hanno costretto la stessa polizia – dopo le scuse pubbliche nel processo – a rilasciare in queste ore le immagini e l’audio choc registrati dalla videocamera di uno degli agenti intervenuti: registrazione che mostra le manette di plastica strette inconcepibilmente ai polsi dello studente morente, riverso sul marciapiede; e svela le ultime parole sussurrate dal ragazzo – "Non posso respirare" – identiche a quelle pronunciate tragicamente dall’afroamericano George Floyd a Minneapolis nel 2020. Dopo un’altra frase disperata, "sono stato accoltellato", alla quale un poliziotto replica assurdamente: "Non credo proprio, amico".

Il padre, la madre e la sorella di Henry in ogni modo non si accontentano e chiedono azioni concrete, sia agli organi disciplinari della pubblica sicurezza, sia al governo laburista di Keir Starmer: limitatosi per ora a condannare il fatto di sangue e a ribadire l’impegno a combattere la diffusione nel Regno dei "crimini all’arma bianca", spesso commessi e subiti da giovanissimi, per "mettere fine a un ciclo di orribili tragedie". Il caso è approdato pure in Parlamento, dove la ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, ha riconosciuto che la famiglia "ha diritto a risposte precise" dopo la diffusione del video "tragico e choccante" sulla morte del 18enne.

BBC
2 giugno 2026

La famiglia dello studente assassinato, Henry Nowak, ha dichiarato che porterà il dolore "ogni singolo giorno" per il resto della sua vita e ha chiesto al governo di considerare i reati commessi con armi da taglio come un'emergenza nazionale.

La notizia giunge dopo che Vickrum Digwa, 23 anni, è stato condannato all'ergastolo , con un minimo di 21 anni di reclusione, per aver accoltellato un diciottenne a Southampton lo scorso dicembre con una lama di 21 cm (8 pollici) che, a suo dire, portava con sé come parte della sua fede sikh.

Digwa aveva mentito alla polizia, affermando di essere stata vittima di un attacco razzista, e gli agenti hanno arrestato e ammanettato Nowak mentre giaceva morente a terra.

La famiglia dello studente ha definito il trattamento ricevuto dalla polizia "inumano e degradante". La polizia dell'Hampshire si è scusata.

La sorella maggiore di Henry, Olivia Nowak, ha definito suo fratello, originario di Chafford Hundred nell'Essex, il suo "migliore amico" e ha affermato che avevano "un legame indissolubile" in una dichiarazione letta in tribunale, in cui spiegava come la sua morte le avesse cambiato la vita.

Il Commissario di Polizia e Criminalità (PCC) dell'Hampshire e dell'Isola di Wight, Donna Jones, ha dichiarato: "È stata una situazione stressante, ma sono stati commessi degli errori e questi devono essere accertati. Il mio compito non è difendere la polizia, ma garantire che la polizia stia facendo ciò che dovrebbe fare".

Il commissario di polizia ha aggiunto che la donna aveva scritto al primo ministro chiedendo una "revisione urgente sul porto di armi da taglio per scopi religiosi e cerimoniali".

Il Ministero dell'Interno è stato contattato per un commento.

Due stecche

Daniela Preziosi
Lo spettacolo di Mattarella, pop e non divisivo. Ma per fortuna ci sono due stecche

Domani, 3 giugno 2026

Ci vogliono due artisti di classe, l’attrice Paola Cortellesi e il signore della canzone Gianni Morandi per piazzare con consumata esperienza un paio di stecche, bonarie e quasi affettuose, le uniche dello spettacolo «I volti della Repubblica», che tiene quasi tremila invitati fino a mezzanotte davanti al palco montato a piazza del Quirinale. Giochi di luce un po’ Sanremo un po’ varietà del sabato sera, per il racconto in musica e parole degli 80 anni della Repubblica: un racconto preciso, puntuale, decennio per decennio eppure miracolosamente conciliante, non divisivo. È l’Italia che affronta drammi sociali, economici e cataclismi, ma alla fine ce la fa grazie all’unità nazionale, un’Italia in cui a ogni storia di terrorismo «nero» corrisponde una di terrorismo «rosso». In una parola: un racconto quirinalizio.

Del resto in questi giorni di celebrazioni, il presidente Sergio Mattarella ha sparso in tutti i suoi discorsi a piene mani il concetto della «Repubblica casa comune» e la sua pedagogia costituzionale inclusiva. Dunque il mandato agli autori sembra chiaro: questa storia d’Italia e di Repubblica deve andare bene a tutti, anche a quelli della prima fila. Dov’è seduta Giorgia Meloni e sorella Arianna, più un drappello di ministri del governo di destra, a prevalenza post missina, cioè gente che della storia della Repubblica pensa generalmente il contrario di quello che è successo davvero.

E così il racconto affidato alle prudenti alchimie di Rai cultura – siamo in diretta su Rai1 e in Eurovisione –, viene raccontato che è stata una combine fra il direttore Fabrizio Zappi e l’ex direttrice Silvia Calandrelli. Con la supervisione del Quirinale: del resto Giovanni Grasso, il portavoce di Mattarella, è anche uno scrittore con la passione del teatro, si indovina che nella regia e nei testi c’è anche il suo zampino.

Le due stecche, dicevamo, sono brevi e magnifiche. L’attrice e regista Paola Cortellesi parla di partigiane e resistenti, Annuska, Tina Anselmi, Irma Bandiera. Legge testi misogini contrari al voto alle donne, che invece il 2 giugno 1946 viene concesso per la prima volta: le donne  «rubano il lavoro agli uomini». Le basta un gesto e mezza parola per far capire che anche oggi c’è qualcuno che pensa cose simili, stavolta contro gli immigrati: sono appunto quelli delle prime file.

Cortellesi si dà il cambio sul palco con Gianni Morandi, che canta La Storia siamo noi di Francesco De Gregori, e poi C’era un ragazzo: sì, perde una nota, ma chissenefrega, ha una bella età e resta un grande, «oggi festeggiamo una mia coetanea», dice parlando della Repubblica, «anzi no, è un anno più giovane di me». Ma poi non molla il microfono fino a che non dice la sua: «Difendiamo la Repubblica da quelli che vogliono demolirla». Di nuovo, sono quelli della prima fila.

Che ci fa sentire uniti


La serata era iniziata con un tramonto romano vista Gianicolo, e il saluto dal palco di Sergio Mattarella. L’anziano presidente scende dal palazzo con la consueta compostezza, ma la facciata è illuminata con il tricolore e l’entrata scenica è sontuosa. È arrivato in grande forma alla fine delle due giornate di festeggiamenti dell’80esimo della Repubblica: «Ricordiamo un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori che ha superato momenti difficili e vissuto momenti esaltanti, risaldando quel vincolo di solidarietà e di appartenenza che ci rende e ci fa sentire uniti», dice, «facciamoci gli auguri». Un applauso lunghissimo, l’ultimo della lunga serie che ha raccolto in questi giorni, si allarga su tutta Roma, siamo sul colle più alto. 

Meloni entra in piazza al braccio di Ignazio La Russa: nessuna Santanché è stata in grado di dividerli. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti fraternizza il collega dello Sport Andrea Abodi e si butta fra gli atleti, invitati in massa: tutto pur di evitare le domande dei colleghi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli se ne sta fra sé e sé, defilato e solitario. Quello degli Esteri Antonio Tajani parla a voce alta con tutti, per dimostrare che non è intimidito da chi dice che la famiglia Berlusconi non lo sopporta più. Matteo Salvini non c’è, non era alla parata militare e ora non c’è alla festa di Mattarella. C’è Francesco Gaetano Caltagirone, ed è una notizia. 

Platea lato sinistro


Le sedie sono divise per settori, il settore Rai – direttori, dirigenti e aspiranti – è di gran lunga il più zeppo, segno inequivocabile che in azienda si fiutano cambi di potere e ci si muove di conseguenza. C’è anche l’opposizione, quella che la mattina ha disertato la parata militare: Elly Schlein in abito scuro si accompagna a Betta Piccolotti e Nicola Fratoianni, poi si alza per salutare Carlo Calenda. Più in là Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, un passo oltre Massimo D’Alema. Parlamentari democratici alla spicciolata: Walter Verini, Federico Fornaro, Anna Rossomando, Valeria Valente, Laura Boldrini. 

Lo spettacolo è un varietà, ma di lusso: la soprano Cecilia Bartoli si acconcia a cantare Te voglio bene assaje,  i jazzisti Danilo Rea e Paolo Fresu duettano al cielo sulle musiche di Nino Rota, Carlo Verdone racconta la storia della sua vita a Luca Barbarossa, Carolina Crescentini legge Elsa Morante, Luca Zingaretti legge una lettera di Aldo Moro alla moglie scritta negli ultimi giorni di prigionia, che scatena l’applauso più lungo, insieme a quelli sulle immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Giuseppe Bergomi e Alessandro del Piero ricordano le due Coppe del mondo vinte nel 1982 e nel 2006, e non si capisce perché non chiamino sul palco Damiano Tommasi, che ha vinto uno scudetto della Roma e oggi siede in platea con fascia tricolore, è sindaco di Verona. Cristiana Capotondi legge Alda Merino sulle vittime di mafia. Uno strepitoso Flavio Insinna legge Marcovaldo di Italo Calvino sulle folle dei consumatori immaginari, siamo ai tempi del boom econimico. Massimo Popolizio recita un Antonio Manzini da L'amore ai tempi del Covid 19. Giuliano Sangiorgi duetta con Fresu, Meraviglioso, meravigliosi entrambi. Le campionesse olimpiche Arianna Fontana, Federica Brignone e Bebe Vio salgono sul palco per una volta in abito da sera.

Il finale è il filmato di Roberto Bolle che danza il Va pensiero all'interno del Quirinale. Piove, Giorgia Meloni aspetta nervosamente la fine dello spettacolo.

Mattarella resta fino alla fine sorridente, seduto accanto alla figlia Laura. Rifiuta persino l’ombrello: dopo il miracolo che ha fatto, cioè far digerire la storia di ottanta anni di Repubblica a un governo riluttante, che viene dalla storia contro la Repubblica, due gocce d’acqua, che vuoi che siano.

martedì 2 giugno 2026

Venezia, le molte ragioni di una sconfitta

Maurizio Busacca
La terraferma è perduta, Venezia non è più un laboratorio progressista
Dissonanze, 27 maggio 2026

C’era un tempo, peraltro non così lontano, in cui Venezia veniva descritta come un’isola rossa in un mare bianco. Per oltre quarant’anni la città fu un vero e proprio laboratorio politico, in cui si anticiparono i tentativi di compromesso storico con le giunte bianco-rosse (nei Sessanta e Settanta) e dove (negli Ottanta) gli intellettuali scalarono i partiti per diventare classe di governo. Ma anche quella dove si formarono coalizioni progressive in dialogo con l’esercito di liberazione zapatista e movimenti no-global (negli anni Novanta e nei primi Duemila).

Il tratto comune di quelle diverse stagioni fu la capacità di coniugare i punti di vista di gruppi sociali molto differenti: operai, studenti, ceto medio, intellettuali, femministe, no-global, centri sociali, cattolici. Quelle stagioni nascevano da movimenti collettivi e popolari, dove i partiti – in particolare Dc, Pci, Psi e Verdi – hanno avuto la funzione strategica di costruire piazze del confronto e della ricomposizione dei differenti punti di vista. Congressi, seminari, convegni, feste e festival durante i quali si discutevano, si elaboravano e si comunicavano progetti di futuro costruiti collettivamente, tra conflitto e cooperazione. Poi qualcosa si è rotto.

La mappa dei risultati elettorali delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 parlano chiaro: le storiche roccaforti del voto popolare di terraferma (in particolare Marghera e Campalto) sono tutte tinte di giallo (il colore della lista del candidato di centrodestra Simone Venturini, eletto sindaco). Quei ceti sociali hanno scelto di affidare la loro rappresentanza alla coalizione di destra. Di destra, non di centrodestra.

I temi e i linguaggi della comunicazione politica ci dicono che non si tratta di un centrodestra conservatore ma di una destra xenofoba e reazionaria, che pensa a Venezia come a un bancomat, ricaricato continuamente dalle spese dei turisti, e alla terraferma come a un terreno dove coltivare il consenso a colpi di fake-news, al pari di quella sul presunto progetto colonizzatore dei «bangladem».

La vittoria – o la sconfitta, a seconda dei punti di vista – non sembra, tuttavia, essere arrivata solo da lì, sebbene il tema abbia certamente aiutato a galvanizzare una coalizione che a metà corsa temeva davvero di uscire perdente. La sconfitta del cosiddetto «campo largo» è sembrata piuttosto arrivare da un candidato sindaco della parte avversa giovane e molto radicato sul territorio, capace di coniugare i nuovi linguaggi dei social media con i vecchi modi di fare politica, facendosi vedere in strada, stringendo mani, salutando tutti e inaugurando qualunque cosa, anche quanto già era stata inaugurata da mesi.

Così facendo, a dispetto della sua lunga esperienza di governo nella giunta Brugnaro come assessore di punta, ha saputo ritagliare su di sé l’immagine della discontinuità. E in politica oggi più che mai la discontinuità paga sempre. Dall’altra parte, l’opposizione è apparsa fin da subito troppo sicura di sé, convinta di vincere sulla base di sondaggi che, a risultato acquisito, lasciano molti dubbi. Farne una questione di candidato sarebbe ingeneroso e forse riduttivo. Anche nella politica dei leader gli individui sono necessari ma non sufficienti.

Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha trascorsi in regolamenti di conti interni. Ora ne paga le conseguenze

Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha invece trascorsi in regolamenti di conti interni, e ora ne paga le conseguenze. È arrivato a pochi mesi dalla scadenza elettorale senza un candidato, poi scelto attraverso un processo che ha visto coinvolti solo alcuni storici leader locali e i livelli nazionali del partito di maggioranza, il Pd. Leader storici, soprattutto vecchie figure delle precedenti stagioni di governo del centrosinistra, quindi persone sulla scena politica locale da un tempo variabile fra i trenta e i cinquant’anni.

È così risultata evidente la totale autoreferenzialità del ceto politico, incapace di aprirsi a nuove istanze e a gruppi sociali emergenti, che pure in città avevano costruito percorsi di mobilitazione collettivi, in particolare sui temi della sicurezza, della casa, del turismo e della partecipazione.

Nella migliore tradizione partitocratica, alcune figure di spicco di questi gruppi sono stati accolti nelle liste elettorali nella speranza di traghettarvi il consenso, senza però aprire spazi di confronto sul merito e sui programmi. Da tutto ciò è scaturita una candidatura pallida, decisa da lontano e percepita come non capace di discontinuità rispetto al passato. In alcuni frangenti è sembrato che questa inerzia potesse essere invertita, ma senza mai raggiungere lo slancio necessario per rivelarsi efficace.

Alle apparenti differenze fra centro storico e terraferma arriveremo tra poco, dopo avere introdotto quattro spunti di riflessione. Primo. Quanto accaduto a Venezia, dove né destra né campo largo avevano il polso della situazione, testimonia che oggi la politica non vede né capisce più parti ampie di città. Anche negli ultimi giorni prima del voto, chi parlava con alcuni dei sostenitori di Venturini li trovava molto preoccupati di perdere. Sapevano di aver quasi completato la rimonta ma non certo di aver superato l’avversario. Ciò può significare che né destra né campo largo hanno saputo capire gli umori di una città attraversata da profonde divisioni.

Oggi le elezioni le vincono i nati negli anni Ottanta e Novanta, mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta

Secondo. Il campo largo progressista non ha saputo imparare dall’esperienza, propria e degli altri. In questa stagione sembra che le elezioni le vincano le persone nate negli anni Ottanta e Novanta (si pensi al caso di Silvia Salis a Genova o di Michele Guerra a Parma), mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta. I nati negli anni Settanta sono considerati ragazzi, quelli nati nel decennio successivo ragazzini con le braghe corte. C’è certamente un problema di trasmissione generazionale, ma qui emerge anche una certa incapacità di apprendimento.

Terzo. I risultati, in particolare le preferenze, mostrano che ha vinto chi si è andato a prendere piccoli leader locali che hanno trainato il voto. Certo, questo la politica lo ha sempre fatto, anche in passato, ma il tutto veniva allora mediato da un sistema di congressi e di altri luoghi di confronto, che mediavano fra interessi locali e interessi generali. Ora che non si fa più niente di tutto, in questo processo di riproducono piccole forme di populismo a livello locale. Non si tratta di boicottare i candidati «passionali» e «di pancia», anzi; ma riconoscere che servono camere di compensazione per tenere a freno gli egoismi.

A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani

Quarto. A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani e tutti quei gruppi sociali che non si riconoscono nell’ordine mondiale attuale. Questo, di certo, avviene perché per un pezzo del campo largo quell’ordine è giusto e desiderabile, ma avviene anche perché non si è proferita una parola una sull’idea di mondo da costruire una volta assunta la guida della città. La campagna si è concentrata sul livello amministrativo rinunciando alla visione e al futuro, che invece è la domanda politica emersa dalle ultime mobilitazioni collettive.

Oggi, dopo la sconfitta, c’è anche chi canta vittoria per il successo del campo largo nel centro storico e chi da sinistra – temo quella da Ztl o di collina – propone la separazione amministrativa tra le due parti della città. Chi lo fa sembra ignorare che, anche lì, la forbice si è molto ridotta rispetto al passato e che la distanza tra i due schieramenti non è mai stata così contenuta, prologo forse di un possibile futuro sfondamento delle destre anche nella parte di città il cui profilo geografico ricorda la forma di un pesce. In tal modo si testimonia la cattura cognitiva della politica dell’esclusione anche tra le sinistre e i progressisti.

Venezia, secondo tale prospettiva, si salva escludendo dall’equazione gli abitanti di quella parte di città che, in modo ignorante e colpevole, hanno votato nel modo sbagliato; vale a dire quei gruppi subalterni che la sinistra non è più capace di capire e rappresentare.

La risposta dovrebbe essere quella opposta: ricostruire radicamento e leadership politica proprio nella parte gialla della città, che è quella dove vivono gli sfruttati e i subordinati. Per farlo, si dovrebbe puntare sui giovani, consegnando loro le risorse per progettare un mondo nel quale possano essere più presenti rispetto a chi, oggi, si è arrogato le decisioni e si è procurato colpevolmente la sconfitta.