lunedì 6 ottobre 2014

Stendhal, politica e passioni. La Certosa di Parma

Irving Howe
Politica e romanzo 
traduzione di Giulio De Angelis
Lerici, Milano 1962 [Politics and the Novel, 1957]

Stendhal (1783-1842), pochi mesi prima della sua morte a Civitavecchia, luglio 1841. Disegno di Henri Lehmann, Grenoble, Museo Stendhal

La Certosa di Parma esprime il distacco più completo di Stendhal dal mondo contemporaneo e il suo trionfo più completo su di esso; il romanzo è l’espressione più completa della sua alienazione rispetto alla sua epoca e del suo rifiuto di lasciarsi bloccare da quella alienazione. La Parma di Stendhal non appartiene né al XIX° secolo né, come hanno sostenuto alcuni critici, all’epoca di Machiavelli; è indipendente dal tempo e dallo spazio, un modello in formato ridotto di governo autocratico; qui la politica, per un paradosso che è la molla segreta della grandezza di Stendhal, si presenta ai nostri occhi con l’evidenza rappresentativa di una parabola e con la stilizzata illogicità di un’opera lirica. La maggior parte dei romanzieri che volgono la loro attenzione alla politica - penso soprattutto a Conrad - tendono a considerarla un ostacolo che il mondo interpone sulla strada che porta alla felicità. Anche Stendhal vede la politica sotto questa luce, ma il suo modo di considerarla e di accostarsi ad essa è molto più complesso. La politica impedisce al conte Mosca e alla duchessa Sanseverina di godersi quella felicità che sarebbe alla loro portata, impedisce a Fabrice di fuggire con la sua cara, piccola Clelia; la politica è quella forza dei mondo esterno che impedisce agli uomini di seguire i loro più sani istinti ma è anche qualcos’altro e di ciò si tendono conto pienamente solo Stendhal e Dostoevskij tra i romanzieri dell’Ottocento: è un modo di sfogare quelle stesse passioni che essa soffoca; essa non è solo un ostacolo per la volontà ma anche uno stimolo e una sfida; essa non è semplicemente un invito alla pusillanimità ma, a volte, un invito all’eroismo.
Le possibilità di azione politica sono assai limitate nella Parma stendhaliana: non ci sono partiti veri e propri, si diffida delle idee, la gente è stupida e il monarca, pur non essendo un sovrano assoluto, ha abbastanza forza da influenzare a suo piacimento la vita quotidiana dei suoi ministri e della sua corte. La delusione crescente per il mondo della politica da parte di Stendhal (La Certosa occupa nella sua carriera letteraria un posto analogo a quello de La tempesta nell’opera di Shakespeare) fa sì che in tutto il romanzo egli studi il potere nel suo aspetto meno favorevole, come una vile assurdità da parte di coloro che lo esercitano, una continua minaccia per gli uomini intelligenti e una sicura fonte di corruzione per i deboli. Il potere è qualcosa che bisogna imparare a sfuggire o a blandire, o ci si sottrae ad esso o ci si viene ai patti. I protagonisti del romanzo si preoccupano ripetutamente del problema che avrebbe affascinato Stendhal nei suoi ultimi anni: come gabbare chi ci governa. L’atteggiamento di Stendhal nei confronti del potere non è quello di chi è in cima alla scala sociale o in fondo ad essa, ma piuttosto di chi vi si trova al margine.
Le tre figure centrali rappresentano tre atteggiamenti possibili nei riguardi del potere e tre diversi modi di distanziarsi da esso. Mosca lo domina e lo manovra, pur considerandolo, in privato, una farsa; la Sanseverina lo tollera ma è sempre pronta a contrastarlo con tutta la forza dei suoi appetiti; Fabrice si piega davanti ad esso con l’inchino del cortigiano e del chierico ma rimane fondamentalmente indifferente alle sue istanze. Stendhal partecipa di tutt’e tre questi atteggiamenti ma di nessuno dei tre esclusivamente.
Mosca è un uomo che crede nella stabilità, se non nella saggezza, del mondo sociale. In gioventù ha combattuto negli eserciti di Napoleone, ora « i traveste come l’attore che recita una farsa per conquistarsi un’elevata posizione sociale e qualche migliaio di franchi all’anno». La parola chiave è «farsa», che Mosca usa ripetutamente nel parlare delle cose di Parma, ed è una chiave che Stendhal offre ai suoi lettori i quali però di rado ne fanno l’uso dovuto. Mosca ha dovuto adattarsi all’ambiente ma non ne accetta l’ipocrisia. Egli sa che quando si occupa della ricerca notturna degli assassini sotto il letto di Ernesto IV, tanto lui quanto il monarca si rendono ridicoli. Egli mal sopporta il peso del potere; per lui è già un tormento atteggiare il viso all’espressione solenne richiesta dalle circostanze; ed egli sa che la prudenza continua impostagli dalla sua posizione politica finirà per indebolirlo sia come uomo pubblico che come privato. Egli è coraggioso ma non eroico, intelligente ma non produttivo. Non si illude affatto di coprirsi di gloria o di ammantarsi di bontà e come molti uomini che non sono troppo cinici ma si sentono obbligati ad accettare compiti estremamente sgradevoli, egli posa a cinico e cosi riesce a prevedere, accentuare e quindi disarmare le critiche che possono esser mosse contro di lui. Poiché egli conosce il viver del mondo: quando Fabrice suggerisce di esser inviato davanti a « dei magistrati che giudichino secondo coscienza », Mosca replica con disarmata dolcezza: « Lei mi farebbe cosa gratissima... se mi desse gli indirizzi di quei magistrati; scriverò loro stasera, prima di andare a letto».
Mosca ha un concetto altissimo dell’onore personale e sa che nel suo mestiere, come nel suo ambiente, esso non può non ricevere gravi colpi; ma la grande difficoltà - che per poco non lo manda in rovina - consiste nel fatto che, avendo perso lo slancio liberale della sua giovinezza, egli ora si preoccupa dei meccanismi più che degli scopi del governo. Egli non è ubriaco di potere, non desidera offendere né umiliare nessuno, si sforza d’impedire a Ernesto IV di far disonore al posto che occupa ma agisce più per impulsi disordinati che per una convinzione morale. Mosca è una brava persona, ma gli manca una fede. Egli non sa mai resistere alla tentazione - quella del professionista - di indicare al monarca da lui disprezzato come meglio svolgere la sua spregevole politica; ad esempio, egli dice ad Ernesto IV che il problema dei Carbonari può esser risolto in due modi: facendo uccidere diecimila ribelli o facendo concessioni liberali al popolo. Il consiglio è intelligente; noi sappiamo con certezza quale di queste due alternative preferisca Mosca ed è probabile che egli abbia esagerato il numero delle vittime necessarie per indurre alla mitezza Ernesto IV; ma il guaio è che Mosca pensa in termini di pura « arte del governare », escludendo dal suo orizzonte quegli essenziali problemi di valore che gli imporrebbero di formulare anzitutto un vero e proprio giudizio sui Carbonari. [...]
Numerosi critici hanno detto che nella figura di Mosca Stendhal impersonava una sua visione machiavellica della politica; Arnold Hauser, uno dei migliori critici di tendenza sociologica della nostra epoca, afferma che i romanzi di Stendhal sono « corsi di lezioni di amoralismo politico » e cita sottoscrivendola l’osservazione di Balzac, secondo cui La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Machiavelli se fosse vissuto nell’Italia del XIX secolo e ne fosse stato messo al bando. [...]
La Sanseverina, superba figura femminile per la quale i critici letterari hanno veramente perso la testa, s’intrufola anch’essa negli intrighi politici parmensi, ma né lei né nessun altro si chiede mai quale valore essa annetta alla politica. Essa si interessa alla politica non come un mezzo per indagare i conflitti sociali o per placare desideri sfrenati di potere, ma come ad una forma d’azione che dà il massimo rilievo al profilo del carattere umano. Essa giudica Ernesto IV più come uomo che come monarca (e non giova molto), essa sfrutta il timore reverenziale del plebeo Arcivescovo Landriani di fronte ai titoli nobiliari, essa è affascinata dal liberalismo da Robin Hood di Ferrante Palla, essa valuta con ammirevole esattezza quanto Fabrice sia distaccato dal mondo. In tutte le sue reazioni essa è sempre molto immediata e naturale: è una delle figure meno snob di tutta la letteratura mondiale. 
La Sanseverina è una romantica che incarna nei rapporti personali l’ideale napoleonico o, per lo meno, quel principio come viene inteso e sublimato da Stendhal. La grande passione della sua vita è il suo sentimento per Fabrice, che è più di un amore incestuoso, pur essendo certamente anche questo, in quanto implica il desiderio di trovare un sostegno spirituale in un’altra persona e in tal modo ricostruirsi un’esistenza. In virtù della forza di un altro essere essa vorrebbe tornare alla condizione della sua giovinezza, non per dominare Fabrice ma per entrare in comunità spirituale con lui. Essa ammira la generosità, l’impetuosità, la gaiezza, la passione - e una certa mancanza di scrupoli e di pietà nel conquistarsele. Alla fine del libro, essa accetta il suo destino che è quello di sposare Mosca e abbandonare Fabrice. Come si esprime mirabilmente Stendhal « la contessa, a farla breve, appariva esteriormente felice in tutti i sensi ».
Il predominio della Sanseverina su Mosca rappresenta la vittoria dell’espagnolisme sull’astuzia calcolata, la forza con cui il desiderio si fa beffa dei freni della cautela. Nel disegnare il personaggio con un’affettuosità di cui è difficile trovare l’uguale in letteratura, Stendhal ci lascia capire che dovunque la passione sia piena e vitale, la moralità ne soffre un po’. La Sanseverina sembra oltrepassare spesso i confini della morale; ma abbiamo l’impressione che nel suo caso si tratti più di una impenetrabilità alle esigenze morali, come se fosse una qualche maestosa forza di natura, che d’un nietzschiano mutamento di segni di valore.
Fabrice si tiene lontano, e parecchio, dal mondo della politica. Non che manchi di opinioni politiche: Stendhal si preoccupa che ne sia debitamente fornito. Ma Fabrice non si interessa seriamente di politica; il mondo gli impone le sue esigenze molto meno che a Julien Sorel. A differenza di Julien egli è in genere una figura passiva, e lo è nonostante la sua partecipazione a Waterloo e la sua fuga dalla torre. Egli comincia a far uso della sua volontà solo quando si tratta di conquistare Clelia - cioè, di abbandonare il mondo di Mosca e della Sanseverina, il mondo della politica e della cosa pubblica. Come Il rosso e il nero, La Certosa di Parma termina con una strana cerimonia sacrilega nella quale vi è nondimeno una vena notevole, anche se soffocata, di sentimento religioso. I sermoni di Fabrice sono violentemente falsi, sono sermoni neri, poiché egli non è un uomo religioso; ma essi esprimono una genuina esigenza sentimentale, un autentico bisogno di purezza e di esaltazione, un desiderio di predicare, sebbene in realtà egli non abbia alcun messaggio, né per sé né per i suoi ascoltatori, esclusa l’espressione pura e semplice di quel desiderio.
Psicologicamente Fabrice soffre di una auto-alienazione acutissima: egli sembra spesso disimpegnato rispetto a ciò che fa, come se stesse assumendo una serie di ruoli dai quali il suo io interiore è nettamente staccato. Dal punto di vista sociale egli è un reietto ancor più di Julien Sorel, poiché mentre Julien è afflitto dall’incapacità di conquistarsi un posto nel mondo, Fabrice dubita che valga la pena di occuparne uno. Fabrice è un giovane in cui si cela, sopito, un germe di aspirazione morale che un’epoca diversa potrebbe far crescere e fruttificare; egli si fa prete, trasformando la sua vita in una parodia della fede, e non a caso, poiché ha la vocazione religiosa, sia pure in una forma distorta. Sebbene non sia un sognatore, Fabrice è dedito ai sogni - ha l’abitudine di sprofondarsi dentro se stesso fino a raggiungere il bozzolo della fanciullezza e dell’innocenza. Forse la scena in cui più la sua figura si impone, (certo una delle più belle del romanzo) è quella in cui egli torna all’albero di noce sotto il quale giocava da bambino ed ora compie un rito per riacquistare le forze vitali, esprimendo cosf il suo bisogno non solo di affermare la propria virilità della quale, come del resto lo stesso Stendhal, egli non è mai certissimo, ma anche il profondo senso religioso che prova nei confronti della sua fanciullezza e di quel poco che gliene resta.
Mosca, la Sanseverina e Fabrice, incarnano tutti e tre un notevole gioco reciproco di valori: mondanità, passione personale e una specie di folle innocenza. Sono tre persone disperse in un mondo ostile, persone consapevoli del fatto che è rimasto loro poco in cui credere eccettuato un desiderio di afferrare a volo qualche frammento di felicità per se stessi e per gli altri. Come osserva con finezza Martin Turnell, essi costituiscono «una élite estremamente civile e aristocratica e puntano tutto su una sola carta... la felicità attraverso i rapporti personali... Sono figure tragiche proprio perché non credono a nulla. Infatti, non possiamo dire che credono” nei rapporti personali; vi sono appassionatamente attaccati, ma sono anche profondamente consapevoli dell’assenza di una mistica e della precarietà del loro tipo di vita qualora si scontri  col dispotismo ».
[...]
A me sembra che Stendhal fosse assolutamente consapevole della dimensione politica nella sua opera. Solo un uomo della più alta intelligenza politica avrebbe potuto concepire l’idea di far diventare governatore della Cittadella il capo ufficiale del Partito Liberale e fargli riferire settimanalmente a Ernesto IV le misure prese per tener chiusi i liberali nelle loro gabbie. Nessuna denunzia di quella viltà morale che ha caratterizzato cosi spesso il liberalismo moderno ha mai avuto l’efficacia definitiva dell’immagine inventata da Stendhal, per così dire, en passant: il generale Fabio Conti, capo dell’opposizione, lacché del re, guardiano della sua prigione.

Egli è, in parte, ciò che avrebbe voluto essere Stendhal (l’uomo che resta all’opposizione per principio, senza preoccuparsi dell’assurdità della sua figura) se non ci fossero state a distrarlo la realtà di una bocca da sfamare e le tentazioni del teatro d’opera e del salotto. Per quanto comico possa sembrare Palla è anche una figura esaltante, un incitamento alla resistenza; egli è l’unico uomo la cui temerarietà fa il paio con quella della Sanseverina, ed è sintomatico di Stendhal il fatto che sia il primo ministro e non il fuorilegge a conquistare la Duchessa. Per mantenere la sua intransigenza liberale, Palla deve diventare una figura ridicola, perfino farsesca, tuttavia è proprio la sua prontezza nell’indossare il costume della farsa a dargli una dignità tale da redimerlo. Nel mondo di Parma, l’eroismo si presenta con la maschera della parodia di se stesso.


domenica 5 ottobre 2014

Cristina di Belgiojoso nelle parole di Henry James

William Wetmore Story and His Friends,by Henry James
Houghton, Mifflin and Co., Boston 1903, pp. 162-163

 
 
Henri Lehmann, Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1843)



the strange, pale, penetrating beauty, without bloom, health, substance, that was yet the mask of an astounding masculine energy [...] the great political or social agitator is most often a bird of curious plumage, all of whose feathers, even the queerest, play their part in his flight.  

quella insolita, pallida, penetrante bellezza, senza fioritura, né salute, né spessore, che pure nascondeva una incredibile energia virile [...] il grande agitatore politico o sociale è molto spesso un uccello dall'insolito piumaggio, tutte le penne del quale, anche le più strane, hanno un ruolo da svolgere nel volo.

Argia Coppola

... Con il suo charme e la sua delicata bellezza (misteriosa e mista a sottile diplomazia) seppe fare del suo salotto di via d’Anjou un luogo dove schermare l’impellente questione politica che riguardava l’Italia con la leggera atmosfera da accademia musicale, dove insieme ai politici e agli storici si riunivano musicisti esuli come lei (Liszt, Chopin), poeti in voga (Heine, de Musset) e perfino religiosi (padre Coeur). Mentre c’era chi entrava e chi usciva da vestiboli e porte di servizio, importanti decisioni determinavano il destino dell’azione rivoluzionaria italiana. Ma anche Parigi finì per stancare la principessa (e forse pure Parigi si stancò di lei). Un evento, comunque, la distoglie brevemente e forse in maniera insolita dalla sua attività politica e letteraria. Nel 1838 a Parigi dà alla luce la sua unica figlia, Maria, che acquisirà il cognome Belgioioso solo molti anni più avanti, quasi negli anni ’60, dopo una lunga battaglia legale con [il marito separato] Emilio. La vera paternità resta velata d’incertezza e mistero, per quanto la maggior parte degli storici la attribuiscano allo storico Mignet. Dopo un viaggio in Inghilterra la principessa rivoluzionaria torna a Locate, il paese d’origine della Bassa Lombardia, dove indossa l’abito della riformatrice sociale. Fonda per i suoi contadini un falansterio, dove organizza il lavoro, e quindi scuole, asili per i figli dei contadini. Un periodo di ripensamenti della frenetica vita parigina ma anche un periodo di preparazione alla scalata politica che la vedrà protagonista nel 1848 durante la rivoluzione milanese. Convinta sostenitrice dell’idea che il Lombardo-Veneto potesse liberarsi dall’austriaco solo con l’aiuto dell’esercito piemontese organizzato, fu anche quella che dopo le cinque giornate, alla testa di 200 napoletani volontari a bordo di un piroscafo, raggiunse Milano in aiuto della popolazione insorta, segno indelebile di una tela, quella della libertà e dell’unità, il cui ordito e trama dovevano essere composte a partire da tutti i punti della penisola. Nel 1849 durante la Repubblica Romana la vediamo impegnata a organizzare le ambulanze e gli ospedali sotto la direzione di Mazzini. Mise accanto, in quest’opera (la prima che ricordi l’esempio della Croce Rossa italiana) suore e prostitute, convinta dell’urgenza del momento e della necessità di agire non da benpensante ma da soggetto civile. Dopo un’altra delusione, quella dell’esperienza romana, con il ritorno del papa Pio IX, comincia la fase discendente della sua vita dal punto di vista politico. La rivoluzionaria si ripiega su di sé e segue la strada di una ricerca lontana dall’Italia. Si rifugia prima a Malta, poi ad Atene, quindi a Costantinopoli, sempre portandosi dietro la figlia, e una istitutrice inglese, Miss Parker. Si stabilisce nel remoto paese di Ciaq Maq Oglu, nei pressi di Ankara, e vi resta fino al 1855. Tiene un epistolario con un’amica parigina che viene pubblicato sulla Revue des Deux Mondes e riporta un insolito spaccato d’Oriente, molto poco esotico e magico, ma più selvatico e barbaro. Qui subisce un grave incidente (sette pugnalate inflitte ripetutamente in diversi punti del corpo). In Europa si grida al tentato omicidio politico, ordito dall’Austria, ma è cosa passionale: è il magazziniere bergamasco, amante della Parker, che vuole vendicarsi di essere stato licenziato dalla Belgiojoso. L’attentato cambia la sua fisionomia, facendola precipitare in una repentina vecchiaia, che nulla più conserva della seduttrice di un tempo. Muore sessantatreenne nel 1871 nella Villa Pliniana sul lago di Como, dove abita la figlia Maria, quasi in solitudine, mantenendo con il mondo politico che porterà l’Italia all’Unità una fredda relazione di partecipazione lontana e ai margini, non più attiva. Come sentisse - lei più di tutti - la profonda ambiguità e contraddizione che quell’evento, l’Unità italiana e la liberazione dall’Austria, non veramente coniugato con gli ideali di uguaglianza e libertà civile che da sempre lei aveva perseguito.

http://www.turindamsreview.unito.it/sezione.php?idart=556

sabato 4 ottobre 2014

Goethe, Grigia è la teoria

Urfaust
traduzione di Andrea Casalegno
 
LO STUDENTE
Vi trattengo con troppe domande, perdonatemi,
eppure debbo ancora importunarvi:
non mi vorreste sulla Medicina
dire una parolina confortante?
Tre anni sono un tempo così breve,
e, Dio mio, il campo è tanto vasto.
Ad aver solo un orientamento
uno già si sente un pezzo avanti.

MEFISTOFELE fra sé
Il tono professorale mi ha stufato,
devo ricominciare a fare il diavolo.

Ad alta voce

Afferrare lo spirito della Medicina
è facilissimo. Studiate a fondo
il macro e il microcosmo, e poi lasciate
che vada avanti come a Dio piace.
Vano è darsi da fare sudando per la scienza,
ognuno impara solo quel che può.
Ma colui che afferra l'attimo,
quello sì che è un uomo in gamba.
Siete piuttosto ben proporzionato,
e non vi mancherà certo l'ardire;
abbiate solo fiducia in voi,
e anche gli altri si fideranno.
Soprattutto imparate a trattare le donne!
I loro eterni ohi e ahi,
che non finiscono mai,
si curano tutti da un unico punto.
Se lo farete in modo a metà rispettabile
le avrete in pugno tutte quante.
Un titolo dovrà prima convincerle
che come l'arte vostra non ce n'è,
poi tasterete, a mo' di benvenuto,
le cosucce a cui gli altri girano attorno gli anni.
Imparate a premere il polso dolcemente
e con sguardi focosi e maliziosi
abbracciate deciso i fianchi snelli,
per vedere quanto la stringe il busto.

LO STUDENTE
Comincio ad orientarmi più che in filosofia.

MEFISTOFELE
Grigia è, mio caro amico, ogni teoria,
verde l'albero d'oro della vita.


LO STUDENTE
Ve lo giuro, mi sembra di sognare.
E potrò ritornare a incomodarvi,
per dare fondo a questa vostra scienza?

MEFISTOFELE
Farò quello che posso volentieri.

venerdì 3 ottobre 2014

L'ironia

Erik Satie, o l'ironia
 
Ma il vero aedo dell'innocenza è per Jankélévitch Erik Satie. Il filosofo gli dedica un lungo saggio intitolato Satie et le matin, scritto intorno al 1960, nonché innumerevoli citazioni in tutti i suoi testi.
Il rifiuto del romanticismo in Satie è più radicale che in Debussy o Ravel e coincide con il rifiuto di sviluppare la melodia e di esprimere i sentimenti. Dal punto di vista musicale ciò si traduce in una monotonia molto accentuata e in una brachilogia spesso ai limiti del laconismo. Contro la loquacità romantica Satie propone l'istantaneità dei momenti musicali, e contro la continuità di tipo accademico le ripetizioni, le rabâchages e le impassibili giustapposizioni di accordi perfetti, o di quarte e quinte, che danno alla sua musica una certa arcaica staticità.
Ma l'ossessione, l'immobilità, la secchezza del suo stile - che spesso producono fastidio - hanno solo una funzione incantatoria e ipnotica, servono solo a catturare l'ascoltatore imponendogli un esercizio di rinuncia e quasi di ascesi. D'altra parte tutti questi aspetti non si rivelano essere altro che artifici e camuffamenti, aventi scopi indiretti: mistificare per purificare, travestirsi per far rinsavire e in ogni caso «combattere la nostra naturale inclinazione all'intenerimento» (MH, 28). Jankélévitch quindi interpreta la musica di Satie come una generale «disintossicazione», raggiunta grazie alla «volontà d'alibi» e all' «esponente della finzione» che disorienta l'ascoltatore per potergli poi indicare una strada diversa e segreta.
Erik Satie corrisponde quindi alla figura dell'ironista descritta nelle pagine de L'ironia (I, 127-132): qui Jankélévitch intende l'ironia come «la cattiva coscienza dell'ipocrisia», nel senso che mira a fare emergere le intenzioni nascoste dalla malevolenza e dalla cattiva fede. Infatti «l'ipocrita vorrebbe sfuggire allo scandalo di cui si sa portatore e che è la sua onta; ma l'ironista lo tallona e smaschera ogni momento l'impostura...». Ciò avviene in base a una specie di conversione della finzione: «Ma nel momento in cui, per interesse o vanità, le coscienze preferiscono recitare dei ruoli, l'ironista si intromette tra loro e recita la parte delle loro parti, decide di essere falsamente ipocrita perché il vero ipocrita ridivenga leale, rincara quindi l'ipocrisia e si gioca del suo gioco». Tuttavia questo gioco alla seconda potenza non è fine a se stesso, poiché l'ironista, come Socrate, «non urta per il solo gusto di urtare»: il suo scopo si pone su un piano differente rispetto alla pura provocazione o alla semplice canzonatura; «la vera ironia procede attraverso l'antitesi verso una sintesi superiore...», mentre «l'estremismo conformista» opera con delle «antitesi meccaniche e del tutto superficiali», e per questo non fa che tornare al punto di partenza. Si tratta quindi di un'ironia all'ennesima potenza che pone il musicista di Arcueil a fianco di Socrate, al quale fra l'altro ha dedicato il suo capolavoro. Se la parola «ironia» designa «l'atto di interrogare», la musica di Satie per Jankélévitch è «naturalmente interrogativa» (ib., 39).
E come per Platone lo stupore sta all'origine della filosofia, così per Satie il candore è la sorgente della musica: essa esprime quella freschezza con la quale un bambino apre la sua piccola coscienza al mondo. Ma essa sa anche esprimere l'ineluttabilità della morte e la serenità della coscienza.

Carlo Migliaccio, L'odissea musicale nella filosofia di Vladimir Jankélévitch

L'ironia, o il sentimento dell'alterità

Questo ci porta a un’altro dono della nostra civiltà: l’ironia. C’era già una potenziale vena ironica nella Bibbia ebraica, che poi venne amplificata dal Talmud. Ma un nuovo tipo di ironia domina i giudizi e le parabole di Cristo, che guardano allo spettacolo della follia umana e ci dimostrano ironicamente come accettarla. Un esempio significativo è il giudizio di Cristo nel caso della donna adultera: "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra". In altre parole: “Non fatemi ridere; non avete mai voluto fare ciò che ha fatto lei, o forse l’avete già commesso nel vostro cuore?”. Alcuni suggeriscono che questa storia è un’inserzione successiva – una delle tante che i primi cristiani selezionarono dalle riserve di saggezza attribuite al Redentore dopo la sua morte. Anche se fosse vero, questa ipotesi si limita a confermare l'idea che la religione cristiana ha fatto dell’ironia un punto centrale del suo messaggio. E’ stato Søren Kierkegaard, un inquieto cristiano dell’epoca post-illuministica, a vedere nell’ironia la virtù che univa Socrate a Cristo.
L’ultimo Richard Rorty considerava l’ironia come uno stato psicologico intimamente connesso alla visione postmoderna del mondo – un venir meno del giudizio che nondimeno porta a un tipo di consenso, a un accordo comune sul non giudicare. Ma il temperamento ironico è più conosciuto come una virtù, una disposizione dell’animo tesa alla soddisfazione pratica e al successo morale. Se dovessi azzardare una definizione di questa virtù, la descriverei come l’abitudine di riconoscere l’alterità di qualsiasi cosa, persino di se stessi. Anche se sei convinto che le tue azioni sono giuste e le tue opinioni veritiere, guardale come le azioni e le opinioni di qualcun altro e quindi riformulale di conseguenza. Definita in questo modo, l’ironia è abbastanza diversa dal sarcasmo: è un modo di accettare più che di rifiutare le cose. Mostra tutte e due i lati della medaglia: attraverso l’ironia, imparo ad accettare l’altra persona su cui rivolgo il mio sguardo, e imparo ad accettare me stesso, cioè chi mi sta guardando. Con tutto il rispetto di Rorty, l’ironia non è libera dal giudizio: semplicemente riconosce che chi giudica sarà giudicato e giudicherà se stesso.

Roger Scruton, Il perdono e l'ironia hanno reso migliore l'Occidente e ora possono salvarlo, l'Occidentale, 11 Agosto 2009

 

giovedì 2 ottobre 2014

Mallarmé, due poesie


BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi

5
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura

10
l’àncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi

15
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, trad. di L. Frezza, Feltrinelli, Milano 1980)



BRISE MARINE

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir ! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce cœur qui dans la mer se trempe
Ô nuits ! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai ! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots!

1866 

Il componimento presenta suggestioni legate all’immagine del viaggio e del mare che rinviano alla ricerca dell’Assoluto. Dopo avere sperimentato tutto, il poeta è colto da un profondo senso di stanchezza: non lo interessano più né le passioni carnali («carne») né quelle intellettuali («libri»), è preda di un’insoddisfazione che lo scoraggia. A tutto questo, egli oppone il suo forte desiderio di viaggiare verso terre lontane e sconfinate, poste tra cielo e mare, dove la libera creatività possa finalmente esprimersi. Né gli affetti familiari né i rischi dell’avventura lo frenano.
Questo contenuto viene espresso da Mallarmé in un discorso poetico che rinnega i normali nessi logici per ricorrere all’uso di simboli e astrazioni. In questa sua invocazione il diretto interlocutore è il suo cuore (v. 5 e v. 16): è a lui che si rivolge, perché possa imparare a volare tra il mare e i cieli («l’ignota schiuma e i cieli») da quegli «uccelli ebbri» che assaporano ogni giorno il gusto della libertà e perché dia ascolto al «canto dei marinai», simbolo di speranza per ogni uomo che aspiri a dare una svolta alla monotonia della vita.

APPARITION

La lune s'attristait. Des séraphins en pleurs
Rêvant, l'archet aux doigts, dans le calme des fleurs
Vaporeuses, tiraient de mourantes violes
De blancs sanglots glissant sur l'azur des corolles.
- C'était le jour béni de ton premier baiser.
Ma songerie aimant à me martyriser
S'enivrait savamment du parfum de tristesse
Que même sans regret et sans déboire laisse
La cueillaison d'un Rêve au coeur qui l'a cueilli.
J'errais donc, l'oeil rivé sur le pavé vieilli
Quand avec du soleil aux cheveux, dans la rue
Et dans le soir, tu m'es en riant apparue
Et j'ai cru voir la fée au chapeau de clarté
Qui jadis sur mes beaux sommeils d'enfant gâté
Passait, laissant toujours de ses mains mal fermées
Neiger de blancs bouquets d'étoiles parfumées.


1883

traduzione inglese

The moon was getting sad. Weeping cherubs
were dreaming, bow in hand in the quiet vaporous flowers
Played from their dying viols,
white tears rollied on the sky-blue petals

– That was the sacred day of our first kiss
And I became martyr to my own dreams
which fed on that perfume of sadness
which, even without regrets or mishaps, leaves
picking up a dream to the heart who picked it.

Here I was, wandering, with my eyes riveted on the ancient cobbles
When with sunshine in your hair, in the street,
and in the night, you appeared to me, laughing
And I thought I saw the fairy with a hat of light
That once visited my beautiful spoiled childhood’s slumbers
And from whose half closed hands
Kept snowing in white bunches of scented stars.

 

mercoledì 1 ottobre 2014

Gli zingari che rubano i bambini

Chiara Saraceno
Se lo zingaro diventa un capro espiatorio
la Repubblica, 1 ottobre 2014

GLI zingari che rubano i bambini. Uno stereotipo tanto radicato e diffuso quanto privo di ogni fondamento, di ogni evidenza empirica e persino di ogni plausibile spiegazione. Perché mai gli zingari dovrebbero rubare i bambini, infatti, come se non ne avessero abbastanza dei loro? Eppure, sembra essere la prima cosa che viene in mente, che viene ritenuta plausibile, non solo quando un bambino, effettivamente, sparisce, ma anche quando un bambino della comunità zingara è troppo biondo e chiaro di pelle “per essere davvero figlio loro”, scatenando ipotesi fantasiose di rapimento. È avvenuto tempo fa in Grecia quando una bambina, appunto, “troppo bionda per essere zingara”, venne individuata in un insediamento rom, scatenando accuse di rapimento e ricerche dei “genitori veri”, salvo scoprire che questi erano effettivamente diversi da quelli che avevano la custodia della piccola, ma, zingari anch’essi, la avevano ceduta in una sorta di affido famigliare informale, perché non erano in grado di provvedere per lei. Da segnalare che tutte le sollecite preoccupazioni per il benessere della bambina sparirono quando si scoprì che, dopo tutto, era solo una rom. Un caso molto simile scoppiò nello stesso periodo in Irlanda, salvo scoprire che gli zingari “rapitori” erano i genitori a tutti gli effetti, biologici e legali. Non stupisce allora che uno stereotipo tanto radicato possa essere utilizzato come una copertura plausibile da un adulto che cerca di coprire le proprie responsabilità. Come ha fatto il padre che qualche giorno fa, per nascondere di aver perso di vista il proprio figlioletto di tre anni e il suo amico ad una fiera di paese nel torinese, dichiarò di averlo salvato dalle grinfie di uno zingaro che lo aveva rapito. Dimostrando la stessa incoscienza e irresponsabilità della quindicenne che, qualche anno prima, per nascondere di aver fatto l’amore con il proprio ragazzo, denunciò per stupro un giovane rom, scatenando una rappresaglia feroce e incivile contro il campo nomadi. Fortunatamente, questa volta la polizia è riuscita a smascherare la bugia prima che le pulsioni antizingare si organizzassero e partisse la spedizione punitiva.
La spiegazione della diffusione dello stereotipo dello zingaro come quintessenza della brutalità malvagia non va ricercata in qualche esperienza effettiva in un passato più o meno lontano, e neppure, forse, nella società contadina. Mito letterario costruito dai commediografi italiani e spagnoli tra cinque e seicento, nel periodo di prima formazione degli stati moderni, con le loro esigenze di controllo sia del territorio sia della popolazione, esso è assimilabile ad altri stereotipi di cui sono state e sono oggetto altre minoranze: gli ebrei che rubavano i bambini (cristiani) per nutrirsi del loro sangue, i mendicanti che li rubavano per mandarli ad elemosinare. Gli zingari sembrano condensare in sé tutte le caratteristiche di una minoranza designabile insieme come altro da sé e come capro espiatorio: sono (o meglio erano) nomadi, di una etnia diversa da quella prevalente nei luoghi in cui transitano o abitano; sono poveri e chiedono l’elemosina; hanno abitudini e comportamenti spesso molto diversi da quelli prevalenti. Lo stereotipo è talmente forte, per altro, che mentre si accetta senza battere ciglio che vivano in condizioni spesso spaventose (tanto sono “come animali”, “sub-umani”), purché i loro insediamenti siano a debita distanza da quelli dei “civilizzati”, si considera una pretesa fuori luogo che chiedano invece di poter vivere in condizioni civili. Così come si ignora che molti rom e sinti, non solo non sono più nomadi, ma sono insediati accanto a noi, in abitazioni simili alle nostre, mandano i figli a scuola, hanno, o vorrebbero avere, una occupazione regolare e non vorrebbero essere costretti a vergognarsi, a nascondere, di essere rom. Gli stereotipi condannano i rom alla propria diversità, alla immagine negativa che la accompagna e che li rende insieme vulnerabili e scarsamente legittimati a ricevere sostegno. Una diversità, per altro, oggi resa più complicata dal fatto che i campi rom sono sempre più affollati da migranti dei paesi dell’Est, non sempre rom essi stessi, che solo in questi luoghi spesso di estremo degrado trovano una qualche, per quanto fragile e rischiosa, accoglienza.

Pronostici di ieri al futuro: frasi memorabili

Giorgio Dell'Arti
Come sarà il 2014
Edizioni Clichy/La Stampa

Giuseppe De Rita

Del resto sa chi elegge il presidente della Repubblica?

Chi?

I tre giornali: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa.

Giuseppe Galasso

Siccome io me la sono sempre presa con il vittimismo meridionale, passo per un napoletano antimeridionalista. Ma i primi responsabili della stato in cui si trova il Mezzogiorno siamo noi meridionali!

A proposito di magistrati, dica qualcosa sul futuro di Napoli e del suo sindaco De Magistris.

Io la pregherei di non farmi questa domanda.

Lucio Caracciolo 

Che vogliono gli americani?

Gli americani hanno paura che in Europa si saldi un asse russo-tedesco. Russi e tedeschi condividono parecchi interessi geo-politici.