domenica 30 novembre 2025

La debolezza dell'opposizione

Massimo Cacciari
Il riformismo che manca all'opposizione
La Stampa, 30 novembre 2025

L'Italia non sarà più il laboratorio politico di cinquant’anni fa, però qualcosa di interessante sta avvenendo tra Alpi e Lilibeo. Si delineano potenzialità e contraddizioni che potrebbero mutare lo stato delle cose. Le recenti elezioni hanno pure dato qualche segnale a proposito. Il primo riguarda l’eccezionale gravità dello stacco tra opinione pubblica e sistema politico.

I cosiddetti partiti fingono di non vederlo, poiché il Dio acceca coloro che vuol perdere, e continuerebbero a raccontare di vincitori e vinti anche laddove andassero a votare solo i candidati e i loro famigli. Ma non potranno durare nella farsa ancora a lungo. In un Paese dove il reddito reale del lavoro dipendente e della grande massa dei pensionati è in caduta da una generazione, dove il lavoro dei giovani continua a essere precario e sottopagato, e a migliaia emigrano, dove anche il sistema dei servizi essenziali, scuola e sanità, si sta rapidamente adeguando al modello americano: li ha chi paga, ebbene in un simile Paese l’insoddisfazione, la frustrazione, il disagio potrebbero in ogni momento assumere una forma assai più dura del non voto. Dipende, è ovvio, se esiste chi sappia dar loro forma e organizzazione politica.

Meloni è forte, ma trina. Questo dice con chiarezza il risultato elettorale. Non si ripeterà con lei il caso Berlusconi. E il risultato nel Veneto rende anche incerto che possa domani rivendicare primati in Lombardia. Meloni ha fatto il pieno che poteva dell’elettorato altrui, ora inizia davvero per lei la faticosa età del necessario compromesso. E le contraddizioni da superare sono stridenti. Con sé stessa anzitutto! Tutta la sua carriera politica e la sua affermazione si sono svolte all’insegna di un’idea di “destra sociale”. Il suo governo si è accreditato sul piano internazionale (e cioè presso le grandi potenze economico-finanziarie) per una politica che contraddice quella idea dai fondamenti, sul piano teorico e pratico.

Quanto potrà avere ancora corso la pura e semplice menzogna che la Meloni di prima è la stessa di ora? Il governo si è pienamente arreso al grande corso del neo-liberismo scatenato, e questo spiega anche perché Tajani regga così imprevedibilmente, saltellando tra i suoi giovani alleati.

Naturalmente, che questa evidente contraddizione, intrinseca alla forza fondamentale di governo e al suo stesso elettorato, si esprima politicamente oppure no dipende dall’azione del cosiddetto “campo largo” e del PD in primis. Se affrontare il nodo di radicali riforme in politica fiscale e ridistributiva resteranno anche per loro un tabu, Meloni potrà vivere tranquilla. Relativamente, tuttavia – poiché si è resa esplicita con queste elezioni la contraddizione di fondo tra Fratelli d’Italia e Lega.

Non si tratta di rivendicare primati su sovranismo, nazionalismo o altro. Questa è tutta fuffa ideologica. La Lega è Nord. Le elezioni dicono in via definitiva che la Lega per sopravvivere e contare deve tornare a essere nordista. Non contano i nomi, Salvini o Zaia, ma lo stato di necessità. Proprio questo pone problemi sempre meno rinviabili a Meloni. Fino a che punto le rivendicazioni della Lega in materia di autonomia regionale, rivendicazioni che sarà impossibile silenziare, e che sono evidentemente tutte pensate in chiave nordista, potranno essere digerite dal suo governo e dal suo elettorato?

Su questo terreno l’iniziativa dell’opposizione avrebbe spazi enormi. Se non si limitasse a essere opposizione. È una linea di radicale e coerente riformismo che essa dovrebbe assumere. Contro lo pseudo-federalismo della Lega e il centralismo statalistico-burocratico che procede per inerzia in Italia, stante l’impotenza riformatrice del ceto politico. Non ha alcun senso contrastare il disegno leghista difendendo l’attuale assetto regionalistico; e così neppure è ragionevole opporsi ai presidenzialismi d’accatto di Meloni sotto la solita bandiera della “Costituzione più bella del mondo”.

Alla Lega va opposta una cultura federalista reale, che comporta Regioni pienamente responsabili per le proprie entrate, una Camera delle Regioni, l’eliminazione dell’attuale Senato. Soltanto su questa base, con Regioni e Parlamento forti, non succubi delle decisioni finali dell’Esecutivo, avrebbe senso in Italia discutere anche di un modello presidenzialistico. Se l’opposizione cessasse di inseguire e costruisse una propria strategia riformatrice, potrebbe far leva sulle contraddizioni che l’attuale governo occulterà con fatica sempre maggiore e rimescolare le carte nella stessa opinione pubblica, anni luce lontana dai vecchi schemi di destra e sinistra.

La vera politica, infine, è sempre stata politica estera. Questa contraddistingue la forza di un Paese. E su questa una strategia riformatrice dovrebbe essere misurata. L’opposizione attuale semplicemente non ne ha. Aspirazioni generiche, richiami a “diritti delle genti” che non si incardinano in alcuna proposta concreta.

Una opposizione di governo dovrebbe ragionare in questo modo: mi siedo al tavolo delle trattative, quale la mia idea per porre fine al conflitto russo-ucraino? Come intenderei sistemare Crimea, Donbass, rapporti Ucraina-Nato? Quale posizione assumo nei confronti di quei leader europei in preda a un delirio russofobico? E sulla tragedia palestinese? Oltre alle ovvie condanne di eccidi di civili e di efferati atti di terrorismo, che si rincorrono gli uni agli altri, rimane o no ferma l’idea che solo la formazione di un autonomo Stato palestinese può aprire alla speranza, peraltro assai debole, di una qualche pace?

Anche qui c’entra l’interesse nazionale, non ideologie di destra o sinistra: la grande maggioranza degli italiani conosce le conseguenze di queste guerre e della impotenza europea anche solo a cooperare per porre a esse termine. Spendere in armi, aggravare il nostro deficit energetico, aumentare la spinta inflattiva, non ha nulla a che vedere con le sofferenze dei popoli che vivono la tragedia della guerra, ma neppure li aiutano, come i fatti clamorosamente dimostrano.

La linea del governo galleggia tra subalternità a Stati Uniti e moderazione in ambito europeo, cioè non ha alcuna linea. E quella dell’opposizione se domani vincesse? Fino a che alla domanda non vi sarà risposta, la Meloni può vivere serena.

Il gioco del cerino

Francesco Cundari
Il confronto Meloni-Schlein (per ora) è saltato. Evviva

Linkiesta, 28 novembre 2025

Ero già rassegnato a sorbirmi un anno e mezzo di confronti, finti battibecchi e amabili duetti tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, stanca replica del format già andato in scena nella legislatura precedente, solo con Enrico Letta al posto di Schlein – cioè, tecnicamente, nel ruolo del pollo a poker – quando la realtà mi ha regalato due liete sorprese.

La prima sorpresa è che Meloni è ormai talmente accecata dalla propria faziosità e dal desiderio di fare cappotto da avere gettato via l’occasione che lei stessa si era creata e aveva così bene sfruttato la volta scorsa, quando era riuscita a far credere a Letta che dalla polarizzazione Pd-Fdi avrebbe tratto qualche beneficio anche lui.

E così, invece di cogliere al volo la sfida di Schlein per un confronto ad Atreju ha risposto con una provocazione infantile, dicendo che allora avrebbe dovuto partecipare anche Giuseppe Conte. Perché anche negli anni passati, «a differenza di Elly Schlein», Conte era andato ad Atreju senza imporre alcun vincolo, e perché non spettava a lei, Meloni, «stabilire chi debba essere il leader dell’opposizione, quando il campo avverso non ne ha ancora scelto uno». Motivo per cui, bontà sua, si diceva disponibile «a un confronto unico con entrambi».

So che su molti giornali leggerete che si tratta di una manovra raffinatissima, ma a me sembra proprio, nel tono e nella sostanza, una ripicca da asilo, che pone una condizione – lei da sola contro due diversi leader dell’altro schieramento – che nessun avversario con un minimo senso di sé potrebbe mai accettare, e che infatti Conte ha accettato subito. Ma questa, ovviamente, non è una sorpresa.

La seconda lieta sorpresa cui accennavo all’inizio è invece che Schlein ha risposto nell’unico modo ragionevole, invitando provocatoriamente Meloni a portare anche Matteo Salvini, e magari estendere l’invito ad Antonio Tajani da un lato e ai leader di Avs dall’altro, così da fare un confronto tra coalizioni, se proprio ci tiene, per concluderne che in verità la presidente del Consiglio, davanti alla sfida del confronto, ha preferito scappare.

In compenso, la non sorprendente disponibilità di Conte a fare il gioco di Meloni, contro Schlein, la dice lunga su quanto il leader del Movimento 5 stelle sia intenzionato a vender cara la pelle, prima di cedere la guida della coalizione (con implicita candidatura a Palazzo Chigi) alla segretaria del Pd. Vedremo. In ogni caso, anche solo una piccola sosta nel rito demenziale delle nostre campagne para-presidenziali e dei dibattiti all’americana, che producono solo questo eterno bipopulismo alla sudamericana, è una buona notizia che merita di essere festeggiata.


Gramsci comunista a suo modo

Stefano Montefiori
Antonio Gramsci frainteso in Francia e amato in India

Corriere della Sera La Lettura, 30 novembre 2025

Il «mondo grande e terribile» della Prima guerra mondiale, della rivoluzione d’ottobre 1917 e della vittoria del fascismo dopo la marcia su Roma, visto attraverso la vita e le opere di Antonio Gramsci. I due studiosi francesi Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini animano, da una dozzina d’anni, un seminario sui Quaderni del carcere di Gramsci presso l’École normale supérieure di Lione. Nel libro L’opera-vita di Antonio Gramsci, uscito ora in Italia per Einaudi, scrivono una biografia dell’uomo che è anche la storia del suo pensiero e dei decenni tragici che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale.
«L’edizione italiana del saggio, tradotto benissimo da Giulio Azzolini, comprende una parte sul giovane Gramsci in Sardegna che non è presente nell’originale francese», dice Jean-Claude Zancarini. Il corso alla Normale di Lione e il libro che ne è scaturito prendono le mosse dalle richieste degli studenti, «che venivano a chiederci di questo autore che scriveva in inglese e si chiamava Gramsci. Abbiamo pensato allora di raccontare la vita e lo sviluppo delle teorie di un pensatore che aveva un grande ruolo in Europa, al di là del suo successo in inglese in India. Abbiamo cercato di ricostruire i rapporti, anche difficili, che ha avuto con il comunismo internazionale e il suo stesso partito, e anche la vita personale».
Quale evento della vita personale di Gramsci ha avuto più influenza sulla sua vita intellettuale? «Direi l’esperienza che Gramsci ha fatto a Torino del “biennio rosso”, quel periodo di lotte operaie dopo la Prima guerra mondiale, nel 1919 e 1920 — dice Romain Descendre —. Poi, venire a contatto con certi dirigenti russi spiega anche in parte perché, ancora prima di essere arrestato nell’ottobre 1926, si senta capace di scrivere a Mosca “state sbagliando, la direzione che state prendendo, non tanto sulle scelte ideologico-politiche ma sui modi di fare e continuare la rivoluzione, non va bene”. Quello è fondamentale anche per le cose che vengono scritte anni dopo in carcere».
Un Gramsci autonomo, marxista certo ma libero, fondatore di quella tradizione di progressiva indipendenza che caratterizzerà la via italiana al comunismo fino a Enrico Berlinguer. È ragionevole fare risalire a lui questo atteggiamento? «Avere nella propria tradizione intellettuale uno come Gramsci certo fa comodo e aiuta a prendere le distanze, quando diventa necessario e improrogabile. Certo ce ne è voluto di tempo...», dice Jean-Claude Zancarini. «Nel 1953 c’è la morte di Stalin, nel 1956 l’Ungheria, e nessuno batte ciglio. Solo negli anni Sessanta, un po’ prima della morte di Togliatti, si comincia a riflettere se possa esistere un comunismo con una specificità italiana e europea, e poi Berlinguer riprenderà quel percorso. Ma prima sono stati tolti i libri di Trotsky dalla biblioteca dell’Istituto Gramsci, perché “non vorremo mica fare propaganda a quel traditore...”».
L’apporto di Gramsci può essere stato quindi strumentalizzato, a posteriori, per accreditare una versione del comunismo italiano più originale e soprattutto più libera di quanto non lo sia stato in realtà. «Ma il fatto che Gramsci possa essere stato usato così non impedisce che sia vero che ci sia stata una specificità, un’autonomia, le due cose non si escludono. E di questa autonomia lo stesso Gramsci era consapevole, cioè era conscio della necessità di pensare il comunismo senza costruire un’ortodossia che fosse immediatamente usufruibile».
Al di là dell’uso politico passato di quell’esperienza, l’interesse per Antonio Gramsci è sempre molto elevato, un po’ per le vicende biografiche e la morte in carcere, naturalmente, un po’ per il suo contributo teorico. Qual è l’attualità di Gramsci, oggi? «In un certo momento, come dicevo all’inizio, l’influenza di Gramsci è stata grande in lingua inglese — dice Zancarini — e l’hanno adoperato molti marxisti indiani per capire qualcosa della loro storia. Serviva Gramsci perché non si poteva più fare riferimento, almeno in modo così naturale, a Stalin, a Mao Zedong... Quindi andava bene un comunista marxista, sì, ma che parlava di gruppi sociali accanto alle classi sociali, di subalterni più che di proletariato. Cambiando il vocabolario, ma anche il modo di riflettere del marxismo, Gramsci ha avuto molta influenza presso chi non poteva più servirsi del Libretto rosso di Mao o dei testi di Stalin. Per questo Gramsci è stato molto letto anche in tutta l’America latina, perché si rimaneva in famiglia, nell’alveo comunista, ma in modo diverso da quell’ortodossia».
«Il grande contributo di Gramsci, che ne fa anche la sua attualità, è che l’atteggiamento deve essere sempre critico e mai dogmatico», aggiunge Romain Descendre. «Il marxismo come pezzo fondamentale di una critica radicale ma sempre autocritica, e autocritica vera, non autocritica sovietica. Il secondo punto, ma i due sono legati tra loro, il primo più teorico, il secondo più politico, è l’antisettarismo, è il pensare all’unità, sempre. Pensare all’unità della sinistra, perché se non ci si preoccupa dell’unità della sinistra nella difesa delle classi subalterne e nella proposta di un movimento progressista, alla fine c’è sempre la sconfitta».
L’altra grande attualità di Gramsci è, paradossalmente e suo malgrado, a destra. In Francia, in particolare, Gramsci è citato di continuo, da qualche anno, a proposito dell’uso che ne ha fatto l’estrema destra del Rassemblement national. Quando i suoi rappresentanti, Marine Le Pen in primis, si vantano di avere vinto «la battaglia delle idee» e di avere lottato con successo contro la sinistra per «l’egemonia culturale», lo fanno citando esplicitamente Antonio Gramsci e la rubrica La battaglia delle idee nell’«Ordine nuovo» di Gramsci e poi nella «Rinascita» di Togliatti. «Ma è una tradizione che affonda le sue radici nel neofascismo italiano del dopoguerra, nel circolo intorno a Pino Rauti e poi alla nouvelle droite del francese Alain de Benoist — dice Zancarini —. Una confusione alimentata dal fatto che Rauti chiamò Ordine nuovo la sua fazione. E poi a un certo punto citare Gramsci a destra è stato un modo per darsi un tono, cercare una rispettabilità intellettuale che si faticava a conquistare. L’attenzione della destra per Gramsci è arrivata fino all’Eliseo con Patrick Buisson, a lungo consigliere politico di Nicolas Sarkozy, emerso dai ranghi dell’estrema destra. Ma ben pochi di quelli che si sono riempiti la bocca con Gramsci in realtà lo hanno letto davvero».
La «battaglia delle idee» e la lotta per l’egemonia culturale, in particolare per combattere quella presunta di sinistra, in questo momento è molto viva in Francia, dove molti media in particolare appartenenti alla galassia Bolloré cercano — con qualche successo — di porre al centro del dibattito politico i temi identitari e la tutela delle tradizioni nazionali contro «l’invasione migratoria». «Ma controllare le coscienze è un concetto gesuitico, non gramsciano — dice Descendre —. Si torna all’idea che per conquistarsi una qualche legittimità si usurpa e si impoveriscono fondamentalmente il pensiero e la figura di Gramsci. A venire usata è l’idea di unione, stavolta non della sinistra, ma della destra: sanno bene che solo un’unità della destra e dell’estrema destra riuscirà a conquistare il potere e a realizzare il loro programma autoritario. Ma in questo modo si tradisce il vero contributo di Antonio Gramsci».

https://machiave.blogspot.com/2024/05/gramsci-comunista-speciale.html

Una profezia di Hannah Arendt

Budapest 1956, il popolo ungherese nella sua ora più gloriosa 

Federigo Argentieri
Hannah Arendt non conosceva la parola genocidio

Corriere della Sera, 30 novembre 2025

Johannah Arendt, assai meglio nota come Hannah, nacque il 14 ottobre 1906 a Hannover, all’epoca Impero germanico. Il caso volle che il 19 marzo di quell’anno, nella cittadina di Solingen, situata a 260 chilometri di distanza, fosse nato Adolf Eichmann, il famigerato responsabile della «soluzione finale», al cui processo Arendt avrebbe dedicato il suo libro forse più famoso, per l’appunto La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (ultima edizione Feltrinelli, 2023).
Rileggendo questo scritto, tanto fondamentale quanto controverso, affiorano dettagli curiosi e non comunemente noti: ad esempio, che una giovane guardia del carcere dove il gerarca nazista fu rinchiuso, appena arrivato in Israele dall’Argentina, dove si era rifugiato ed era stato rapito dal Mossad, guardia «incaricata del suo benessere mentale e psicologico», per distrarlo gli diede una copia di Lolita, il romanzo di Vladimir Nabokov. Eichmann glielo restituì dopo due giorni, dicendo che era un libro unerfreuliches, ovvero «sgradito». Oppure, che sia Reinhard Heydrich che Hans Frank, rispettivamente principale architetto della «soluzione finale» e governatore generale nazista della Polonia, avevano sangue ebraico e trascorsero i loro ultimi giorni — il primo in un ospedale praghese e il secondo in un carcere di Norimberga — nel rimorso per gli spaventosi delitti commessi verso il «loro» popolo.
Rileggere questo libro porta anche a chiedersi per quale motivo Arendt, fuggita dalla Germania nel 1933 e riparata a Praga, Parigi e infine New York, dove morì cinquant’anni fa il 4 dicembre 1975 (vedi la recentissima e completa biografia di Thomas Meyer: Hannah Arendt. Una vita filosofica, Feltrinelli), non avesse probabilmente mai sentito parlare di Raphael Lemkin, anch’egli ebreo rifugiato nella stessa città, che nel 1944 aveva coniato ex novo il termine «genocidio»; il quale inoltre aveva lavorato instancabilmente per farne inserire il concetto in appendice alla Carta dell’Onu nel dicembre 1948. Questo termine non è mai usato da Arendt, probabilmente a causa della scarsa notorietà di Lemkin, personaggio tanto meritevole quanto forse restìo alle apparizioni pubbliche. Ancora più deludente il fatto che Arendt non avesse avuto notizia, o non si fosse accorta, del grande raduno di rifugiati ucraini svoltosi a New York il 18 gennaio 1953, per ricordare il ventesimo anniversario dello Holodomor, nel corso del quale Lemkin parlò apertamente e per la prima volta di genocidio sovietico in Ucraina, un evento che apparteneva a pieno titolo alla grande riflessione storica contenuta ne Le origini del totalitarismo di Arendt, la cui prima edizione era apparsa due anni prima.
I due testi citati, di gran lunga e a buon diritto i più noti dell’autrice, ebbero inizialmente fortuna diversa in Italia. Quello su Eichmann fu subito tradotto e pubblicato, forse perché non presentava, in particolare per il Pci, i seri problemi di contenuti nell’altro, la cui prima edizione italiana vide la luce soltanto nel 1967, per iniziativa delle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Inoltre, va detto senza infingimenti che il termine «totalitarismo» fu respinto per decenni dall’area culturale del Pci, poiché implicava l’equiparazione tra il nazismo e lo stalinismo.
Per quanto riguarda il fascismo italiano — con il quale Arendt è forse troppo generosa nel libro su Eichmann, in relazione alla politica antisemita di Mussolini — esso, come il periodo leninista in Urss, non viene da lei incluso nel fenomeno totalitario, ma «relegato» a semplice dittatura, per due motivi principali: la mancata distruzione completa dell’ordine sociale precedente, resa peraltro impossibile dalla presenza della monarchia e della Chiesa cattolica, e l’assenza di un regime di terrore permanente, condito da «purghe» periodiche, nonché di un sistema concentrazionario paragonabile ai campi di lavoro e di sterminio, che tra il 1939 e il 1945 si estendevano dalla Baviera alle estreme propaggini siberiane. Tale interpretazione è stata contestata dallo storico Emilio Gentile, il quale espose il suo punto di vista in un ottimo programma televisivo Rai di una decina di anni fa, che si trova in rete. In buona sostanza, se Arendt riconobbe che con le leggi razziali del 1938 anche Mussolini rientrò nella categoria del totalitarismo, il termine fu usato per la prima volta nel 1923 da Giovanni Amendola e Gentile ritiene che, nonostante quanto sostenuto da Arendt, il regime fascista fu totalitario dall’inizio.
Naturalmente, l’opera di Hannah Arendt è molto più ampia dei suoi due libri più famosi e, dopo le iniziali difficoltà editoriali, è da tempo completamente disponibile in traduzione italiana presso vari editori, a testimonianza della vivacità e dell’attualità del suo pensiero.
A questo proposito, va segnalata la recente e lodevole iniziativa dell’editore Raffaello Cortina, che lo scorso anno ha dato alle stampe un libro dal titolo La rivoluzione ungherese e l’imperialismo totalitario, a cura di Simona Forti e Gabriele Parrino. Si tratta di una seconda versione leggermente riveduta che era già uscita (con un’altra traduzione) sulla rivista «MicroMega» n. 3, 1987, su segnalazione del sottoscritto. Ma esiste anche una prima stesura del saggio di Arendt (pubblicata su «The Journal of Politics» nel febbraio 1958) che ho incluso nel mio volume Il proletariato contro la dittatura (Golem edizioni, 2021).
In questa analisi di un altro evento contemporaneo, Arendt dette prova di un approccio ispirato a Rosa Luxemburg, non distante dalle posizioni di un socialismo radicale, ma democratico, professate dalla dirigente tedesca, uccisa assieme a Karl Liebknecht quando Hannah aveva tredici anni. L’enfasi nei confronti dei consigli operai ungheresi, sorti in maniera spontanea in opposizione al regime, quello sì totalitario, dell’Ungheria satellite, era il segnale di un entusiasmo non dissimile da quello espresso dal suo quasi omonimo e più moderato Raymond Aron, che Arendt aveva conosciuto a Parigi prima dell’invasione nazista. Ma il punto più importante di questo articolo stava nel paragone tra l’imperialismo coloniale della borghesia capitalistica occidentale, costretto infine a recedere sia di fronte al desiderio di indipendenza dei Paesi assoggettati, che in base ai propri princìpi di autodeterminazione e democrazia, e l’assenza di ogni scrupolo esibita dall’imperialismo sovietico, pronto a ricorrere ripetutamente alla forza bruta per mantenere il proprio dominio sui cosiddetti Paesi satelliti.
Il saggio si concludeva con una profezia assai lucida: «Se i drammatici avvenimenti della Rivoluzione ungherese (...) promettono qualcosa, è più un crollo drammatico e improvviso dell’intero regime (...). Un tale catastrofico sviluppo (...) non comporterebbe necessariamente il caos — sebbene sarebbe piuttosto incauto aspettarsi dal popolo russo, dopo quarant’anni di tirannia e trent’anni di totalitarismo, lo stesso impeto e la stessa alacrità politica che il popolo ungherese ha dimostrato nella sua ora più gloriosa».

sabato 29 novembre 2025

La crisi della conversazione

 



Marjorie Philibert
David Le Breton, sociologo: "La conversazione è diventata un lusso anacronistico."
Le Monde, 29 novembre 2025

David Le Breton è professore di sociologia e antropologia all'Università di Strasburgo, specializzato in rappresentazioni e rappresentazioni del corpo umano. È autore di *La fine della conversazione? Il discorso in una società spettrale* (Métailié, 2024).

Come definiresti la conversazione?

La conversazione è, per sua stessa natura, un'interazione faccia a faccia. Quando parliamo faccia a faccia, prestiamo attenzione all'altra persona, la guardiamo negli occhi. Quando camminiamo fianco a fianco, ci scambiamo regolarmente occhiate per osservare le espressioni facciali. C'è posto per il corpo, ma anche per il silenzio. Nella conversazione, il silenzio non è un'anomalia, ma semplicemente un respiro, un modo per lasciare che lo scambio segua il suo ritmo. La comunicazione è l'esatto opposto: il volto, il corpo scompaiono. Siamo nel regno dell'utilitarismo, della raccolta di informazioni. Mentre la conversazione è il flusso e riflusso del significato: siamo nel regno dell'incertezza, della spontaneità. Quando attacchiamo una conversazione con il nostro vicino in treno, non sappiamo che direzione prenderà lo scambio. La conversazione è un gioco di equilibri, un piacere, un'arte di vivere.

In che modo si sta estinguendo oggi?

I nostri contemporanei si ascoltano sempre meno. La conversazione è diventata un lusso anacronistico, non una necessità vitale. L'avvento di Internet, e poi dello smartphone, è stato un fenomeno globale che ha creato un vero e proprio confinamento sociale all'interno delle nostre società. Lo smartphone ci divora, ci ipnotizza. Per strada, le persone passano come fantasmi, senza prestare attenzione agli altri. Quando ci si incontra, c'è sempre un interlocutore fantasma che è lì senza esserci: lo smartphone. Lo tiriamo fuori dalla tasca, lo consultiamo a piacimento, impedendoci di riconoscere completamente la persona che abbiamo di fronte. Prima, sui mezzi pubblici, quando iniziavamo una conversazione, ci scusavamo se prendevamo un libro. Oggi è il contrario: tutti sono al telefono e ci scusiamo se, per qualsiasi motivo, dobbiamo parlare con qualcuno.

Quando è scomparsa questa conversazione?

Naturalmente, non si tratta di un fenomeno recente, e la tecnologia digitale non è l'unica responsabile. Sono nato nel 1953 in un quartiere operaio di Le Mans, caratterizzato da un fortissimo senso di comunità. Eppure, già da bambino, mio ​​padre mi diceva: "Oggigiorno, nessuno si saluta più". Questo fenomeno si è accelerato negli anni '80, con il crescente individualismo e la graduale scomparsa delle culture di classe e regionali. Il quartiere in cui sono cresciuto era caratterizzato da una cultura operaia estremamente forte, in cui il sindacalismo giocava un ruolo importante.

Oggi, tutto questo è completamente scomparso. Lo vediamo chiaramente con i "gilet gialli": le persone stavano fianco a fianco ma non condividevano realmente valori comuni, con convinzioni politiche estremamente diverse. Prima, c'era orgoglio nell'essere un contadino o un operaio. Oggi, le classi lavoratrici tendono a provare un senso di indegnità, legato al disprezzo sociale che subiscono. Questo sentimento erode la solidarietà: per raggiungere gli altri, bisogna avere fiducia nella propria identità e nel proprio futuro.

Internet non ha forse ampliato lo spazio di discussione?

È vero, ma in realtà Internet ha soprattutto accelerato la polarizzazione delle opinioni e aumentato la difficoltà del dibattito. Stiamo assistendo a una radicalizzazione delle posizioni che porta rapidamente a scontri e insulti. Sui social media non c'è alcuna sfumatura: si va dritti al punto e si viene immediatamente fatti a pezzi. Il "wokismo" è il culmine di questa impasse nel dialogo: ci sono cose che si possono dire e cose che non si possono dire. Uno "spazio sicuro" è uno spazio in cui ci si sente al sicuro perché gli altri sono d'accordo con noi. Questo riflette ancora una problematica difficoltà a mettersi nei panni degli altri. La cancel culture ha una dimensione ancora più radicale: equivale a "eliminare" dal discorso chiunque non sia d'accordo con noi.

Tuttavia, questo radicalismo esisteva anche negli anni '70…

Sì, certo, a quel tempo la società era piena di ideologie radicali e intransigenti: trotskismo, maoismo, lacanismo... Tutte queste correnti si scontravano, a volte in modo estremamente violento. Ma era anche un'epoca in cui le persone discutevano costantemente: nei licei, nelle università, nei campus, nei caffè... Avevamo degli avversari, ma li affrontavamo faccia a faccia, per così dire, e a volte riuscivamo a riconciliarci. Ci provocavamo a vicenda, gridavamo a un compagno: "Allora, sei ancora trotskista?", ma andavamo a discuterne bevendo una birra al pub. Oggi, il mondo virtuale ci permette di lanciare attacchi molto violenti, nascosti dietro i nostri schermi, che non portano a un dialogo costruttivo.

La crisi della conversazione è una crisi della società nel suo complesso?

Assolutamente. Basta guardare l'attuale crisi politica e la situazione al vertice del governo: si ha la sensazione che i politici siano incapaci di mettersi d'accordo e di trovare un consenso. Viviamo in una società frammentata, dove ognuno è un'isola in un vasto arcipelago. Di fronte a questo, l'istituzione di terzi luoghi o spazi riservati alla conversazione rappresenta letteralmente una forma di resistenza.

https://www.lemonde.fr/m-perso/article/2025/11/29/david-le-breton-sociologue-la-conversation-est-devenue-un-luxe-anachronique_6655371_4497916.html

Vandalismo a Torino


Assalto alla redazione della Stampa, cori Pro Pal tra devastazione e minacce. La condanna di Mattarella e Meloni

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2025

Un centinaio di manifestanti ha fatto irruzione venerdì 28 novembre nel primo pomeriggio, intorno alle 14, nella redazione di Torino del quotidiano La Stampa, in via Lugaro. È accaduto in una giornata in cui la sede era vuota, dal momento che i giornalisti avevano aderito alla giornata di sciopero, indetta dal sindacato di categoria per il rinnovo del contratto. L’entrata dei manifestanti nella redazione è avvenuta quando dal corteo in corso per lo sciopero generale si è staccata una parte. Si sarebbero mossi urlando “Free Palestine” e “Giornalisti complici dell’arresto in Cpr di Mohamed Shahin”, in riferimento all'imam di Torino per cui nei giorni scorsi era stato emesso un decreto di espulsione. All’interno della sede del quotidiano sono state fatte scritte con vernice spray e del letame è stato lanciato contro i cancelli. Pile di giornali e di libri sono state buttate giù dalle scrivanie da manifestanti in parte a volto coperto, tra slogan quali “Giornalista terrorista, sei il primo della lista” e “Giornalista ti uccido”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto pervenire al direttore Andrea Malaguti e alla redazione la sua solidarietà, unita alla «ferma condanna» per l’accaduto”, fa sapere il quotidiano torinese. Condanna anche dalla premier Giorgia Meloni che in una telefonata a Malaguti ha parlato di “fatto gravissimo da condannare senza ambiguità”, ribadendo che “la libertà di stampa è un bene da proteggere ogni giorno”, ha riportato La Stampa. “La mia piena solidarietà per quanto accaduto ad opera dei soliti facinorosi a cui va invece la mia assoluta condanna”, sono le parole del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Solidarietà “a nome della Città di Torino a tutta la redazione, alle lavoratrici e ai lavoratori del quotidiano La Stampa” anche dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. “Quanto è accaduto non ha nulla a che vedere con il diritto a manifestare pacificamente le proprie idee ed è ancora più grave perché colpisce un simbolo del diritto alla libera informazione, che è uno dei pilastri della nostra democrazia”.

Solidarietà bipartisan, con dichiarazioni da entrambi gli schieramenti, dagli esponenti dell’opposizione tutta al capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami: “Un’azione di intimidazione che colpisce la libertà di informare e il diritto dei cittadini a essere correttamente informati”. Assoluta condanna e parole solidali anche dall’Università di Torino – “attacco a un principio essenziale della vita democratica” -, e dai sindacati. “Siamo vicini alle colleghe e ai colleghi del quotidiano La Stampa, che ieri hanno subito un grave assalto da parte di manifestanti che si sono introdotti nei locali della redazione torinese provocando devastazioni e danni. Un atto vile perché è avvenuto mentre colleghe e colleghi erano impegnati nello sciopero per il rinnovo del contratto giornalistico”, scrive in una nota l’Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai. “Grave che gli assalitori abbiano potuto agire indisturbati senza che le forze dell’ordine lo abbiano impedito”, si legge ancora. “L’attacco alle sedi dei giornali è un atto preoccupante e un attentato ai valori democratici e di libertà di espressione, sanciti dalla Costituzione”, conclude il comunicato.

Intanto la Digos della questura di Torino è al lavoro per identificare i manifestanti che hanno fatto irruzione nei locali della redazione, vuoti per lo sciopero indetto da Fnsi. Secondo le prime informazioni, a entrare sarebbero state oltre 40 persone tra studenti e militanti dei centri sociali. La polizia sta visionando le immagini registrate dalle telecamere interne ed esterne della sede per individuare i responsabili degli atti vandalici avvenuti dentro e fuori dalla redazione. Il gruppo, a quanto si apprende, era composto da studenti delle scuole superiori e universitari legati a collettivi dell’area antagonista, insieme a militanti dei centri sociali.


Letture in sospeso


Annalena Benini
Cinque libri che non potete perdere

Il Foglio, 29 novembre 2025

"Il secondo sesso", Simone de Beauvoir (Il Saggiatore)

“Ho esitato a lungo prima di scrivere un libro sulla donna. L’argomento è irritante, soprattutto per le donne; e non è nuovo. La querelle del femminismo ha fatto versare molto inchiostro, ora è pressoché conclusa: non parliamone più. Tuttavia se ne parla ancora. E non pare che le enormi sciocchezze raccontate nell'ultimo secolo abbiano chiarito molto il problema. D’altronde c’è forse un problema? E qual è? Ci sono anche delle donne? Certo è che la teoria dell'eterno femminino conta ancora adepti; mormorano: ‘Perfino in Russia, loro restano sempre donne’; ma altre persone, ben informate – e talvolta anche le stesse – sospirano: ‘La donna si perde, la donna è perduta’. Non è più chiaro se esistano ancora donne, se esisteranno ancora, se dobbiamo augurarcelo oppure no, quale posto occupino in questo mondo, quale posto dovrebbero occupare. ‘Dove sono le donne?’, chiedeva di recente una rivista intermittente! Ma innanzitutto: cos'è una donna?”. Simone de Beauvoir ha cercato di dare una risposta a questa grandiosa domanda che sembra fatta apposta per determinarla in modo negativo. Simone de Beauvoir ha cercato di porre i problemi in modo corretto, come dice Cechov. Il secondo sesso è stato pubblicato in Francia nel 1949, in Italia nel 1961 dal Saggiatore, che adesso lo riporta in libreria in un’edizione magnifica, con una traduzione aggiornata e un bellissimo apparato fotografico che attraversa il Novecento.

“Mi sono irritata a volte durante qualche conversazione astratta, nel sentirmi obiettare dagli interlocutori maschili: ‘Lei pensa questa cosa perché è una donna’; ma io sapevo che la mia sola difesa consisteva nel rispondere: ‘Lo penso perché è vero’, eliminando con ciò la mia soggettività”. Questo libro va letto (riletto, anche per tutti quelli che fingono di averlo già letto) non perché spiega come si diventa una donna, va letto perché è vero.


“Saggisti italiani del Novecento” - A cura di Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini (Quodlibet)


“Le idee per un saggista sono come i personaggi per un romanziere. Non ci sono idee senza la loro durata; senza la storia drammatica, romanzesca, sotterranea del tempo impiegate a produrle”. Lo diceva Cesare Garboli, lo riporta Matteo Marchesini nel saggio introduttivo a questa antologia di saggi italiani pubblicata da Quodlibet. Che cos’è un saggio? Scrive Berardinelli che il saggio è “il genere dell’individualismo critico”. La forma del pensiero critico su base autobiografica e “in situazione”. E ha poco in comune con quanto editorialmente si intende per saggistica, in senso monotematico e settoriale. Allora ecco un’antologia di magnifici. decisivi saggi della nostra storia letteraria: centosei autori, a partire da due modelli, Gabriele D’Annunzio e Benedetto Croce, per chi riesce a mescolare autobiografia e teoria, dialogo e racconto, studio e critica. Luigi Einaudi, Bruno Barilli, Giuseppe Prezzolini, Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Ignazio Silone con “Situazione degli ex”, Piero Gobetti, Carlo Levi, Soldati, Brancati, Norberto Bobbio con il ritratto di Leone Ginzburg, Elsa Morante, Anna Maria Ortese con “Il silenzio della ragione, Natalia Ginzburg, non solo con “Le piccole virtù”, ma anche con “Senza fate e senza maghi”: un caso del tutto particolare, scrive Marchesini, di prevalenza autobiografica nel saggismo: una sorta di teorizzazione “dal basso”, che ha costruito uno stile dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento. E poi Raffaele La Capria, Fruttero & Lucentini con “I saccheggiatori”, fino a Patrizia Cavalli su Frida Kahlo, Walter Siti, Mariolina Bertini su Proust. “Come si vede in questa antologia, il saggio italiano novecentesco può essere descrittivo, narrativo, aforistico, analitico, satirico, filosofico, giornalistico, strettamente autobiografico e perfino diaristico: ma sempre impegnato nell’interpretazione critica della cultura e della vita sociale”. Millecinquecento pagine di meraviglia.


Harper Lee, “La terra del dolce domani” (Feltrinelli)


Harper Lee, che aveva trascorso parte della sua infanzia in Alabama in una casa accanto a quella di Truman Capote (leggevano anni prima dei loro coetanei, giocavano con le parole, scrivevano avventure) lavorò con grande impegno per diventare qualcuno. Il buio oltre la siepe diventò un successo e vinse il Pulitzer, vendette un milione di copie, poi dieci milioni e infine quaranta. Tutti volevano sapere qualcosa di Harper Lee, ma lei non diceva nulla. Questa è una “capsula del tempo”, scrive Casey Cep nell’introduzione: l’inizio della carriera di scrittrice, fin dal trasferimento a New York dove scriveva su 

una porta appoggiata sopra alcune cassette della frutta. C’è uno scritto in particolare, “Il Natale per me”, che racconta del determinante regalo di Natale che le hanno fatto degli amici, che le ha fatto New York. “A New York passavo la giornata, o parte di essa, a Manhattan con i miei amici più stretti. Si trattava di una famiglia giovane che, periodicamente, si trovava in condizioni economiche favorevoli”. Passavano il Natale insieme, facevano a gara a scambiarsi doni di poco valore, ma di grande creatività: il ritratto da trentacinque centesimi di un oscuro ecclesiastico inglese, le opere di un’aristocratica appena meno oscura. Quell’anno il regalo per Harper era una busta appesa all’albero di Natale. Dentro la busta, un foglio: “Hai un anno sabbatico per scrivere tutto quello che ti va. Buon Natale”. Quella coppia di amici stava scommettendo sul talento di Harper Lee. “Avevano messo da parte un po’ di soldi e pensavano che fosse arrivato il momento di fare qualcosa per me”. Cento dollari al mese per un anno, niente più impieghi nella prenotazione dei voli aerei, ma un tempo dedicato alla scrittura. Con quel regalo di Natale, Harper Lee ha scritto “Il buio oltre la siepe”.


"Album Morante", A cura di Emanuele Dattilo (Einaudi)


La curatela di questo album venne affidata, subito dopo il funerale di Elsa Morante, a Patrizia Cavalli, che negli anni ci ha lavorato molto: raccogliendo le fotografie, compilando una parte delle didascalie, mettendo insieme documenti, dati, persone. Ma come scrive Emanuele Dattilo, che ha proseguito la sua opera, “Patrizia aspirava a molto di più: voleva anzitutto sottrarre Elsa alla morte. voleva salvarla”. E’ possibile sottrarre qualcuno alla morte? si chiede Emanuele Dattilo, che ha cercato di restituire un’immagine di Elsa Morante mai riduttiva, mai letterale. Evocarla piuttosto che descriverla, cercare di rispondere alla domanda: come sei? Attraverso fotografie mai viste prima, manoscritti, lettere e documenti, copertine di quaderni d’infanzia e prove di quarte di copertina, cartoline, lettere e ricordi di famiglia, le foto dei palazzi in cui Elsa Morante è cresciuta. E Elsa Morante al mare, ragazzina come il suo Mondo salvato dai ragazzini, a Porto Ercole. Ci sono naturalmente le fotografie con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, ci sono i pranzi e le cene, gli amici, gli amori e i gatti di una fra i più grandi scrittori del Novecento. e ci sono le sue parole.

“Credo nell’ignoranza, nei sogni e nel delirio

credo in tutte le storie più prodigiose o idolatriche e in tutte le cose impossibili

Solo nella mia morte, io, non credo”.

Il mondo salvato dai ragazzini


“Fratelli d’Italia”, Alberto Arbasino, a cura di Giovanni Agosti (Feltrinelli)


I primi Fratelli d’Italia sono stati pubblicati nel 1963 da Feltrinelli: Arbasino aveva trentatré anni compiuti da pochi mesi: “un dato anagrafico da tenere sempre presente, non solo come fonte di ammirazione ma anche come pietra di paragone: quantità e qualità dei dati organizzati poeticamente e criticamente in un’epoca priva di ogni stampella elettronica. E quindi cultura e sensibilità, rigorosamente individuali, erudizione già sterminata e inconfrontabile a quella dei colleghi coetanei, paragonabile solo a quella di alcuni mostri sacri, già mitizzati e, in alcuni casi, più che benevoli verso di lui. Ma è da tenere presente anche il peso esistenziale di tutto uesto, autocontrollo incluso. Da quel critico, grande e spietato, che era, Pasolini aveva scritto che Arbasino ‘per qualche accidente ch’io non so, ha avuto amputati alcuni sentimenti, e ora se ne va per il mondo sempre allegro come un moncherino o un cane cieco’”. Dalla lunga, bellissima postfazione di Giovanni Agosti a questa nuova edizione di Fratelli d’italia, che si rivolge al lettore nuovo, “auspicabilmente giovane” (non come noi) scopriamo dettagli e liti editoriali, rotture di amicizie e sconfinate ammirazioni che hanno accompagnato, nei decenni, la grandezza di questo romanzo. Le accuse di Moravia, le tensioni con Bassani, le difese di Arbasino: “Un altro aspetto del romanzo è quello di essere sinistro e festoso insieme, frenetico e disordinato, tragico e farsesco. I miei personaggi discutono, parlano, corrono, si divertono, mangiano nel modo migliore, ma... finiranno tragicamente, in conclusione la sconteranno tutti”. Gli elogi di Pasolini, “un romanzo straordinariamente bello che gli asini in doppio petto della critica italiana non hanno preso in considerazione - terrorizzati”.

Un amore oltre la storia

Claudio Magris, Un amore oltre la storia
Corriere della Sera, 22 gennaio 2021

Molti anni fa, a Treviso, in occasione del Premio Comisso che le veniva conferito, ho conosciuto Anna Larina, l’autrice di Ho amato Bucharin (Editori Riuniti). Introvabile da molti anni, il libro era uscito già da tempo in Italia. Mi è sembrato di incontrare la Lara del dottor Živago o un’altra di quelle straordinarie donne russe che, nei decenni tra la vigilia della Rivoluzione e il suo strangolamento staliniano, hanno arricchito per sempre il mondo di amore, di poesia, di ribellione, di disordine creativo. La storia di Anna Larina è la storia di una passione coniugale nella pienezza dell’abbandono dei sensi, della fedeltà, di una vita condivisa e dell’impavida, testarda lotta per salvare il marito dalla morte decretata nei grandi processi del terrore staliniano a Mosca.

L’uomo amato è infatti Nikolaj Bucharin, una delle più grandi figure della Rivoluzione russa, fucilato da Stalin dopo uno dei farseschi e atroci processi, che eliminarono buona parte dei leader comunisti che avevano fatto la Rivoluzione e creato l’Unione Sovietica. Alcuni di essi finirono per dichiararsi colpevoli, in una paradossale fedeltà alla causa rivoluzionaria, al regime e al Partito che, pur degenerato dal dominio di Stalin, continuava a sembrare loro l’unica forza capace di creare un giorno un mondo giusto.

È curioso che Bucharin — forse, dopo Trotsky, il più grande e il più carismatico di quella generazione fondatrice e schiacciata — nel libro di Anna Larina non si dichiari colpevole dei delitti imputatigli, continuando — scrive la moglie — a credere a Stalin ma respingendo, sfinito com’era, le accuse «mostruose» e chiedendo assurdamente l’istituzione di una commissione che indaghi l’attività del Nkvd, la polizia segreta. Nel famoso romanzo di Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, il protagonista Rubashov, glorioso leader sovietico verosimilmente ispirato a Bucharin, accusato incarcerato interrogato torturato e infine condannato a morte — contesta punto per punto le imputazioni ma alla fine si dichiara colpevole.

Anna Larina non è una finzione letteraria, è un personaggio vero, in carne ed ossa, una moglie e amante innamorata del marito che fa di tutto per salvarlo; non nasconde la fiducia di Bucharin in Stalin, ma testimonia come egli respinga tutte le accuse.

Nella finzione di Koestler, l’accusato si ritiene in fondo realmente colpevole; non certo di tradimento o congiura nei confronti di Stalin e del regime sovietico e non solo perché anch’egli, al tempo della sua gloria di leader e combattente comunista, ha commesso delitti analoghi a quelli dei suoi persecutori, ma perché si rende conto che pure lui, anche senza volerlo, ha contribuito a fare di quei crimini non eccezionali azioni di guerra a suo avviso giustificabili ma di una ferocia fine a se stessa che avrebbe finito per snaturare la Rivoluzione, elevando la violenza a sistema, a regola.

Bucharin ha una visione diversa; si rende conto che pure le sue azioni hanno finito per diventare diverse da come egli le aveva pensate e dunque che anch’egli ha contribuito a bloccare quel processo di liberazione per il quale si era battuto. In questo senso si dichiara colpevole ma non verso lo Stato che lo manda a morte né verso l’apparato del Partito ma verso gli ideali che aveva scoperto nel Partito e che alla fine aveva tradito quasi senza accorgersene. Comunque nella lettera-testamento che Anna, dopo la sua morte, trascriverà tante volte — atto d’amore più che di documentazione — e che diverrà nota nel 1956, dopo il XX Congresso del Pcus, Bucharin scrive che sulla bandiera rossa che alla fine sarà condotta alla vittoria c’è anche una goccia del suo sangue.

Ma non è questa la storia che racconta il romanzo-verità di Anna Larina, scevra di ogni tortuosa sottigliezza ideologica. Anzitutto è un romanzo d’amore, di un appassionato amore coniugale, il più difficile e il più grande, amore indistinguibile dalla vita vissuta insieme e inserito nella grande Storia di tutti. Una storia d’amore, intrecciata alla grande e terribile politica che la stritola ma non la spegne.

Ci sono pure altri personaggi, soprattutto donne, molte donne — mogli, madri, sorelle, amanti, figlie, amiche — di altri detenuti di cui vanno alla ricerca, di cui cercano almeno di sapere qualcosa, insistenti e agitate ma non incattivite verso quelle fra loro un po’ più fortunate che riescono a saperne di più. Il romanzo politico di una situazione indicibile diventa, ad un certo momento, anche un romanzo di donne, dei loro affanni e della loro vitalità generosa; un vivace coro umano ben più incisivo, più vero, più indistruttibile del morto linguaggio di quel lugubre apparato. Forse il romanzo è più la storia di queste donne — che anche senza rendersene conto sognano realmente un mondo diverso — che della Rivoluzione.

venerdì 28 novembre 2025

Un filosofo del rifiuto e della parola


Paolo Virno
(Napoli, 27 giugno 1952 – Roma, 7 novembre 2025) , è stato militante rivoluzionario e si è poi occupato di filosofia. Fu detenuto per quattro anni (e poi assolto) in occasione del processo contro «autonomia operaia». Docente di filosofia del linguaggio presso l'Università Roma Tre, tra i suoi saggi figurano: Dell'impotenza (2021); Avere (2020); Saggio sulla negazione (2013), tutti e tre per Bollati Boringhieri. Con DeriveApprodi ha pubblicato: Convenzione e materialismo (2010), Grammatica della moltitudine (2014), Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione (2022).

Roger Pol Droit
Figure libere. Solo gli umani sanno dire di no

Le Monde, 19 febbraio 2016

Amici o nemici? Felici o tristi? Angosciati o minacciosi? Non servono parole per capirlo: siamo trasparenti gli uni agli altri come le grandi scimmie, consapevoli all'istante di ciò che il nostro simile sta provando. In sostanza, percepiamo e condividiamo silenziosamente le emozioni.

È una questione di neuroni specchio, secondo la prima ipotesi del filosofo italiano Paolo Virno nel suo Saggio sulla negazione . Con la capacità umana di dire di no, questa comunità primordiale,  indipendente dal linguaggio parlato, si frantuma. Non appena un essere umano parla, può infatti rifiutare ciò che sente, negare ciò che vede, persino dichiarare che il suo simile non è un essere umano, ma semplicemente un sub-essere, una marionetta, una caricatura grottesca. Questa scissione è dovuta al linguaggio – la seconda ipotesi.

Terza e ultima ipotesi: questa frammentazione che ci separa gli uni dagli altri è in parte riparabile. Ciò che il linguaggio rompe, può contribuire a ricostruire: la negazione può a sua volta essere negata. La sfera pubblica, se svolgesse il suo ruolo, sarebbe il principale rimedio a questo sabotaggio della natura istituito dal linguaggio. Questa è la tesi dell'autore.

È degno di nota che la sua analisi segua lo stesso schema di quella di Rousseau nel Discorso sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (1755): in principio c'è la "pietà", attraverso la quale ogni persona sente, senza alcun discorso, ciò che sente il suo simile. Nell'opera di Rousseau, il discorso interrompe questa comunicazione naturale: la ragione soffoca la pietà e il filosofo, sotto il suo dominio, riesce a far morire di fame chi grida sotto la sua finestra. Ma l'azione politica, il contratto sociale, offre in ultima analisi la possibilità di sfuggire a questa negazione. Il parallelismo è così sorprendente che è, per usare un eufemismo, curioso che il nome di Rousseau non compaia in questo saggio.

Brigate Rosse

È vero che Paolo Virno è un maestro nello sconcertare. Nato nel 1952, questo ex attivista dell'estrema sinistra italiana negli anni '60 e '70 era legato al movimento autonomo marxista Potere Operaio. Trascorse diversi anni in carcere dopo il suo arresto nel 1979, sospettato di avere legami con le Brigate Rosse.

Infine assolto, insegnò in diverse università italiane e infine all'Università di Roma, costruendo negli ultimi trent'anni un prolifico corpus di opere filosofiche, di cui le Éditions de l'Éclat hanno pubblicato non meno di sei volumi in francese. La sua motivazione principale, per stessa ammissione del pensatore, fu la sconfitta politica. I suoi testi, spesso densi e sfaccettati, combinano due fili conduttori: linguaggio e azione politica.

Il modo più semplice per farsi un'idea dello stile singolare di questo filosofo ribelle è senza dubbio leggere i 22 testi raccolti sotto il titolo L'uso della vita . Ispirandosi a Wittgenstein o Foucault, e invocando Hegel, Marx o Saussure, Paolo Virno non esita a mettere insieme intellettuali e giocatori di poker, scomparsa dei flipper e globalizzazione, società postindustriale e rivoluzione.

Queste collisioni attentamente orchestrate a volte producono qualche scintilla di felicità. Ma si stagliano sullo sfondo di un perpetuo rifiuto del capitalismo e di tutto ciò che il mondo sta diventando. È un approccio restaurativo, come crede questo pensatore? O semplicemente paleo-sovversivo?

Saggio sulla negazione. Per un'antropologia linguistica (Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica), di Paolo Virno, traduzione dall'italiano di Jean-Christophe Weber, L'Eclat, “Philosophie Imaginaire”, 190 p., € 25.

L'uso della vita e altri argomenti di interesse, di Paolo Virno, 22 testi tradotti dall'italiano da Lise Belperron, Véronique Dassas, Patricia Farazzi, Judith Revel, Michel Valensi, Jean-Christophe Weber, L'Eclat, "Pocket", 316 p., €8.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2016/02/25/figures-libres-seul-l-humain-sait-dire-non_4871233_3260.html?search-type=classic&ise_click_rank=1