venerdì 12 giugno 2015

Umberto Eco, storia di un incontro mancato

Franco Bungaro

La moglie del mio dentista ha avuto una bambina. Questo ha avuto un certo impatto sulla mia vita, perché è successo di mattina presto, e quella mattina il mio dentista mi aveva dato appuntamento.
Così all'ultimo momento lo ha disdetto e, per una serie di sfortunate coincidenze, è finito che l'appuntamento è stato spostato alle sei di ieri pomeriggio, un orario che mi ha impedito di andare alla laurea honoris causa di Umberto Eco.


Che ci sarei andato con piacere, perché Eco l'ho visto una volta sola alla GAM nel '72, che non aveva nemmeno la barba, aveva i capelli scuri e l'aria di uno che sta sopra la cresta di un'onda molto alta.
Ma io ero piccolo, era ora di cena, dovevo tornare a casa e alla fine son dovuto venir via che lui aveva cominciato a parlare da dieci minuti.
Mi faceva piacere anche perché hanno esposto la sua tesi di laurea che era in archivio quando in archivio ci lavoravo io, tanti anni fa, ed era una tesi smilza, scritta con una olivetti usando la carta copiativa e lui non l'aveva rilegata con quei cartoni azzurri o rossi con le lettere dorate incise nella finta pelle, ma si era limitato a far dei buchini in una copertina leggera di cartoncino, passandoci dei cordini annodati.
Mi faceva piacere ma non ci sono andato e così mi sono perso il suo intervento. E ha detto che twitter è una stronzata, che molti imbecilli ci scrivono, che una volta sembrava tutto meglio e compagnia bella.
E poi tutti ne hanno parlato, di questo signore di 83 anni che è stato un giovane scrittore brillante ed acuto, che dissacrava un mondo che custodiva molto più gelosamente la sua sacralità (Diario minimo è del 1963, ma dentro ci sono articoli scritti sul Corriere della Sera nel 59).
Ed io me lo ricordo come un bambino ricorda un giocattolo, quel libricino curioso, con un articolo con le note in finto greco antico, con le parodie e le ucronie, con la fenomenologia di Mike Bongiorno e con "Nonita" che copiava "Lolita".
E me ne ricordo tante altre cose sue, come Apocalittici e integrati, per dire, e come i mille articoli sull'Espresso e sul Manifesto (si firmava Dedalus, credo, perché comunque era un joyciano e il 16 giugno di tutti gli anni andava a Dublino, lungo il percorso dell'Ulisse se la tirava molto per questo) articoli mirabili come l' Elogio di Franti.
E poi il Nome della Rosa. Un po' prolisso, forse, ma ancora bello. E poi lunghi elenchi, riprese di vecchie cose, uno stile che si ripete, ma sembra copiarsi. Qualche bustina di minerva, una fama imperitura, molti soldi, presumo.
Poi la misteriosa fiamma della regina Moana. Due palle.


Eppure l'avrei visto volentieri quel signore anziano e famoso che dentro, da qualche parte, doveva contenere ancora il giovane intellettuale che aveva difeso Braibanti con una serie di micidiali articoli sull'Espresso, che aveva analizzato Terry e i pirati con l'acume e la profondità di chi fa l'esegesi biblica, e che aveva confessato come fosse difficile parlare dei diari di Joyce, pieni di scorreggine e inculate, con il figlio dell'autore.
Per twitter Eco nutre la diffidenza un po' supponente e molto astiosa dell'anziano satollo e un po' spompato al quale mancano ormai l'energia per dire qualcosa di nuovo e il desiderio di affermarsi attraverso gli strumenti dell'oggi.
E' stato un grande.
Ieri.