mercoledì 3 giugno 2015

La Lega e i 5 Stelle: quanto simili, quanto diversi


Giuseppe Tipaldo 
Elezioni regionali 2015, Grillo e Salvini: le (opposte) traiettorie dei vincitori di queste elezioni
Il Fatto quotidiano

Poco più di un anno fa, proprio su questo giornale, ho avuto la possibilità di raccontare – dati alla mano – quanto ampi, eterogenei e complessi fossero i fenomeni di costruzione dell’identità del M5S, ricostruiti a partire dal contenuto dei commenti che in anni di attività avevano popolato il blog di Grillo.
In quell’occasione, avevo posto in evidenza uno dei punti-cardine su cui la sociologia insiste da quando è nata: perché possa evolversi e sopravvivere alle fasi iniziali (travagliate ed entusiasmanti insieme), ogni movimento tende “naturalmente” all’istituzione, ossia a una forma strutturata e matura di sé che ha, con la forma degli albori, la stessa relazione che corpo e mente di un essere umano adulto conservano con la versione infantile. Capisci che esiste una certa somiglianza di famiglia, conservi alcuni tratti, mantieni una serie di ricordi, esperienze che, nel bene o nel male, hanno portato a una crescita, ma nulla di più. Il passaggio alla “vita nuova” nell’adulto avviene al prezzo della morte del bambino, confermano gli psicologi dello sviluppo (almeno su questo siamo d’accordo): se non si “uccide” metaforicamente l’Io infantile il soggetto cresce male, turbato, irrisolto o, peggio, non cresce affatto.
Qualcosa di simile avviene anche nei movimenti sociali: perché il movimento abbia qualche chance di sopravvivenza, perché – passata l’ebrezza degli inizi da “stato nascente rivoluzionario” – non imploda su se stesso, un movimento deve cambiare la configurazione di molti parametri vitali e diventare istituzione. L’omicidio – sempre metaforicamente parlando – si consuma qui con il suo leader. E il leader ha due scelte: o sceglie di farsi da parte, con una decisione autorevole dall’alto; o viene spodestato, con una tensione che ha origine dal basso. È un dilemma, l’alternativa dunque per definizione non c’è, pena lo sgretolamento dal di dentro e, come già accennato, l’implosione.
Ecco, in quel lavoro di circa un anno fa, notavo – e questo aveva attirato le ire di tanti militanti – che Grillo e Casaleggio si stavano comportando come difensori dello status quo, al prezzo del futuro del Movimento. Poi, questo inverno, la saggia scelta dei vice, il “direttivo”, e un lento ma inesorabile passaggio verso il retroscena. Che Grillo e i suoi possano non ammetterlo mai è probabile ma poco importa: questo è stato il primo indicatore di quell’ “omicidio sociologico”, quella maturazione, che sempre si deve compiere perché un movimento diventi istituzione, si adatti al passare del tempo, e sopravviva.
Mentre i 5 Stelle scoprono di poter camminare con le loro gambe, alla Lega Nord si torna a vincere grazie a un nuovo leader carismatico. Un leader che, non a caso, per giocarsela ha dovuto consumare un triplice omicidio col passato: quello del leader storico, Umberto Bossi, e della sua progenie (a ben vedere, questo è almeno in parte un caso di omicidio-suicidio); quello del sostituto, relegato a fare il presidente della regione Lombardia con livelli di visibilità mediatica talmente ridicoli che Crozza ha dovuto smettere di imitarlo perché il pubblico non lo riconosceva; e, infine, quello di Tosi, il delfino dell’est, ripudiato e anch’esso vittima di un oblio mediatico che ha certamente contribuito a quel triste (per un sindaco fino a poco tempo fa così pop) quarto posto.
Da un punto di vista sociologico, il successo di Salvini si deve certamente alla sua sovra-esposizione mediatica: Salvini era tutti i giorni in Tv e sui principali portali web d’informazione. Non starò a dire molto sul potere dei media, ci è tornato qualche giorno fa Marco Travaglio, per l’ennesima volta, in uno dei suoi editoriali. Non che gli serva la mia certificazione, ma da sociologo dei media non posso che confermare come empiricamente provata la sua posizione.
Tra le ragioni del successo c’è anche lo stile con cui Salvini è stato sui media: concetti semplici, che iper-semplificano e banalizzano questioni complesse, cavalcando i fatti di cronaca del momento. Un profilo con tratti carismatici, talvolta autoritari, che per certi versi ricorda da vicino sia quello del Berlusconi dei tempi d’oro, sia quello di Grillo, con la differenza che Salvini in Tv ci sa stare, dialoga e risponde alle domande.
Ma nemmeno la telegenicità, da sola, è sufficiente a capire cos’è successo. A differenza dei 5S, che esistono da poco più di 3 anni, la Lega la sua rivoluzione la promette da più di 20 anni, durante i quali ha governato a tutti i livelli amministrativi, compresi ruoli-chiave in esecutivi che, tra Porcellum e porcate, non hanno dato gran prova di sé. Come se non bastasse, la Lega è stata di recente travolta da scandali devastanti, da Belsito alle mutande verdi del mio Piemonte, che hanno addirittura minacciato di eradicarla dallo scacchiere politico. Se gli elettori italiani non fossero dotati di un’anomala propensione alla memoria selettiva, spesso tendente all’oblio, questa vittoria non si spiegherebbe.
P.s: mentre scrivo, un ringalluzzito Grillo si intesta la vittoria e conferma “niente inciuci e niente alleanze”. “Basta con i morti viventi”, direbbe lui di se stesso, potesse ancora vedersi con occhi “diversi”. 

Alessandro Campi
Quel filo rosso che lega Salvini a Grillo
Il Mattino

I populismi per definizione si somigliano tutti, hanno un nemico comune: le oligarchie politico-economiche, le classi politiche e dirigenti, accusate di affamare il popolo e di carpirne la buona fede. Parlano lo stesso linguaggio: rude, popolare, elementare e diretto, che tutti i cittadini possono comprendere, diverso da quello bizantino dei politici di professione. Usano sempre lo stesso schema retorico: noi (i molti, i buoni, gli onesti) contro loro (i pochi, i cattivi, i corrotti). Hanno altresì le medesime idiosincrasie: non sopportano gli intellettuali (perché fanno ragionamenti complicati e fumosi), non si fidano della stampa e dell’informazione (perché è sempre al servizio del potere), non credono  mai alle verità ufficiali (da qui la loro inclinazione al complottismo) e diffidano dai rituali e dalle procedure della politica tradizionale ( perché rischiano di inquinare la loro purezza). E hanno tutti bisogno di un capo unico e assoluto, carismatico e trascinatore, che possa proporsi come il vero difensore dei diritti del popolo. Se questi sono i tratti che, secondo molti osservatori, definiscono il populismo politico, Lega e M5S hanno davvero molto in comune. Una somiglianza che non riguarda solo lo stille della loro propaganda e il modo di agire e parlare dei loro leader, spesso greve e grossolano, ma anche il contenuto delle rispettive proposte politiche. Si pensi alla comune idiosincrasia nei riguardi dell’Unione Europea e dell’euro sui quali entrambi fanno ricadere pressoché per intero la colpa dell’attuale crisi economica. Si pensi anche alla posizione dei due partiti sul tema dell’immigrazione: Grillo la considera pericolosa non meno di Salvini, anche se il suo partito non ne ha fatto, diversamente dal Carroccio, una questione prioritaria dal punto di vista del programma. (…)
L’etichetta di “populismo” (come quella di “anti-politica”), così tanto utilizzata nel dibattito pubblico, è un buon punto di partenza per inquadrare alcuni dei caratteri che definiscono simili forze politiche ma da sola non basta per spiegarne le caratteristiche essenziali e, appunto, le diversità oggettive. Basta citarne una, che riguarda la matrice storico-culturale e la finalità dei due movimenti. I 5 Stelle sono nati dalla rivoluzione comunicativa che la rete ha prodotto nelle società contemporanee. Sono il frutto dell’accesso di parola generalizzato reso possibile dal dilagare dei social network. Perseguono – come indica il loro slogan “1 vale 1” – un modello di democrazia orizzontale e privo di mediazioni basato sul diritto di accesso dei cittadini al potere, sulla trasparenza assoluta e sull’abolizione di ogni gerarchia. La loro, per come viene teorizzata da chi ideologicamente li ispira (a partire da Casaleggio) è un’utopia egualitaria proiettata verso un futuro integralmente dominato su scala mondiale, dalla tecnologia digitale.
La Lega, sin dalle origini e oggi più che mai dopo la recente svolta in senso identitario impressa da Salvini al partito, ha sempre perseguito un altro disegno politico per certi versi opposto a quello grillino: la salvaguardia dei valori storici e delle tradizioni della comunità dalle contaminazioni derivanti dal processo di globalizzazione. Quella leghista è per molti versi un’utopia conservatrice basata sull’idea che solo attingendo ai nostri depositi ancestrali – culturali e simbolici – possiamo opporci al destino omologante che la tecnica, se non orientata da una visione politica – rischia di riservarci. (…)
Si tratta di differenze che possono apparire troppo intellettualistiche, come tali estranee ai criteri di scelta degli elettori, ma che questi ultimi in realtà – sebbene istintivamente – sembrano cogliere benissimo quando si recano alle urne. Non le colgono semmai quei commentatori che si ostinano a vedere nel voto dato ai 5 Stelle e alla Lega soltanto una forma di protesta irrazionale rivolta contro tutto e tutti. (…) La verità è che i tanto vituperati populismi, compresi quelli che hanno assunto un ruolo così eminente nella realtà politica italiana, sono elementari nel loro modo  di agire e di presentarsi, ma non sono mai banali nelle motivazioni e nelle ragioni che ne alimentano il consenso. Comprendere queste ultime è l’unico modo per cercare di contrastare la loro avanzata.