mercoledì 17 giugno 2015

Emmanuel Lévinas, L'entusiasmo, il Desiderio, l'infinito, ossia il rapporto con l'Altro

Emmanuel Lévinas
Totalità e infinito
Jaca Book, Milano 1990




L'essere posseduti da un dio - l'entusiasmo - non è l'irrazio­nale, ma la fine del pensiero solitario (che più avanti chiameremo « eco­nomico ») o interiore, inizio di una vera esperienza del nuovo e del nou­meno — già Desiderio.
... L'infinito nel finito, il più nel meno che si attua attraverso l'idea dell'Infinito, si produce come Desiderio. Non come un Desiderio che è appagato dal possesso del Desiderabile, ma come il Desiderio dell'Infinito che è suscitato dal Desiderabile inve­ce di esserne soddisfatto. Desiderio perfettamente disinteressato - bontà. Ma il Desiderio e la bontà presuppongono concretamente una relazione nella quale il Desiderabile ferma la « negatività » dell'Io che si esplica nel Medesimo, il potere, l'influenza. Il che si produce positivamente nel possesso di un mondo di cui posso fare dono ad Altri, cioè come una presenza di fronte ad un volto. Infatti la presenza di fronte ad un volto, il mio orientamento verso Altri può perdere l'avidità dello sguardo solo mutandosi in generosità, incapace di andare incontro all'altro a mani vuote. Questa relazione al di sopra delle cose ormai possibilmente co­muni, cioè suscettibili di essere dette - è la relazione del discorso. Ora, noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l'Altro, che supera l'idea dell'Altro in me. Questo modo non consiste nell'assumere, di fronte al mio sguardo, la figura di un tema, nel mostrarsi come un insieme di qua­lità che formano un'immagine. Il volto d'Altri distrugge ad ogni istante, e oltrepassa l'immagine plastica che mi lascia, l'idea a mia misura e a mi­sura del suo ideatum - l'idea adeguata. 
Tra una filosofia della trascendenza che situa altrove la vera vita cui l'uomo avrebbe accesso, sfuggendo da questo mondo, negli istanti privi­legiati dell'elevazione liturgica e mistica o nella morte - e una filosofia dell'immanenza secondo la quale ci si può impadronire veramente dell'essere solo quando ogni «altro» (causa di guerra), inglobato dal Me­desimo, svanisce al termine della storia, noi ci proponiamo di descrivere, nello svolgersi dell'esistenza terrena, di quella che noi chiamiamo esi­stenza economica, una relazione con l'Altro che non porta ad una tota­lità divina od umana, una relazione che non è una totalizzazione della storia, ma l'idea dell'infinito. Questa relazione è proprio la metafisica. La storia non sarebbe il piano privilegiato nel quale si manifesta l'essere liberato dal particolarismo dei punti di vista di cui la riflessione porte­rebbe ancora la tara. Se pretende di integrare me e l'altro in uno spirito impersonale, questa pretesa integrazione è crudeltà ed ingiustizia, cioè ignora Altri. La storia, rapporto tra uomini, ignora una posizione dell'Io verso l'Altro nella quale l'Altro resti trascendente rispetto a me. Se non sono già per conto mio esterno alla storia, trovo in altri un punto, ri­spetto alla storia, assoluto; non confondendomi con altri, ma parlandoci. La storia è attraversata da rotture della storia nelle quali è pronunciato un giudizio su di essa. Quando un uomo va veramente incontro ad Al­tri, è strappato dalla storia.

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Noumeno

Nella filosofia di Platone, il noumeno rappresenta una specie intelligibile o idea e indica tutto ciò che non può essere percepito nel mondo tangibile, ma a cui si può arrivare solo tramite il ragionamento. E' la stessa presenza umana come volto ad essere per Lévinas noumeno.

Si veda inoltre http://mondodomani.org/dialegesthai/jh01.htm
http://desiderioefilosofia.com/2009/11/05/desiderio-dellaltro/dove si parla di Lacan
http://machiave.blogspot.it/2013/01/il-volto-dellaltro-2-levinas.html
















Le mani, le facce e la nostra vergogna 
di Michele Smargiassi
la  Repubblica, 17 giugno 2015

NEI video dello sgombero di Ventimiglia, un ‪#‎migrante‬-migratore fugge i poliziotti in tenuta antisommossa saltellando malamente sugli scogli come un gabbiano esausto, terrorizzato ma incapace di riprendere il volo. Ed è un’immagine che colpisce. Ma le foto, quelle sono destabilizzanti, non somigliano a nulla di ciò che chiamiamo scontro, sgombero, operazione di ordine pubblico.
Bisogna guardare quelle mani profilatticamente guantate (scabbia? uniforme?) piantate sulle facce: ma non fermarsi lì. Bisogna guardare le facce che quelle mani coprono, spingono, spostano. E poi guardare gli occhi sbarrati, stanchi, su quelle facce. Se cerchiamo in quelle facce la minaccia del barbaro predatore, lo sguardo rapace dell’invasore, faremo fatica a trovarli. Non basta. Guardiamo anche le facce dei poliziotti proprietari di quelle mani guantate. Sotto le visiere espressioni incredule, senza i digrignamenti della lotta. Se cerchiamo in quelle facce la ferocia del repressore, lo sguardo compiaciuto dell’aguzzino, faremo fatica a trovarli.
Non basta ancora. Guardiamo l’insieme, questo intreccio di arti e di corpi umani, guardiamo questi gesti spasmodici e annaspanti che possono essere spintoni come abbracci, manate come sostegni, guardiamo questo affrontarsi di tensioni, questo assurdo scontro di forze senza convinzione, questo impatto di volontà che sembrano più incredule che determinate, da entrambe le parti: perché mi stai facendo questo? Perché devo farti questo?
Sì certo, le fotografie non la dicono mai tutta. Sì, certo, anche questa volta non lasciamo che l’impatto emotivo delle immagini sia la risposta. Però almeno sia la domanda; e cerchiamo noi la risposta. La domanda quale può essere, se non: questo paese vuole essere accogliente o escludente? E la risposta quale può essere, se non che la volontà che costringe a scegliere, la volontà sterilizzata e guantata che ordina solo di spostare fermare e respingere, la volontà che adesso chiamiamo ‪#‎Europa‬, e che pretende di parlare a nome nostro, questa volontà ormai ha un nome con la minuscola, e quel nome è vergogna?