lunedì 29 giugno 2015

Tahar Ben Jelloun, L'ombra lunga della guerra



Scritto subito dopo la Guerra del Golfo del 1990, anche se parte dalle sponde del Tigri e dell'Eufrate, il tema di “Dalle ceneri” si estende alla drammatica e crudele attualità delle guerre di oggi, di quelle arcaiche o ipertecnologiche, alle migrazioni interrotte, alle fughe dalla violenza e dalla miseria, alle rotte in cerca di approdi. (Giuseppe Distefano)


Tahar Ben Jelloun
Dalle ceneri, traduzione di Egi Volterrani
Il Melangolo, Genova 1991 (
La remontée des cendres, 1991)



Quel corpo che già fu un corpo
non si attarderà più
sulle rive del Tigri o dell’Eufrate
raccolto da una pala che non avrà ricordo
di dolore alcuno
messo in un sacco di plastica nero
quel corpo che già fu un’anima,
un nome e un volto
ritorna alla terra delle sabbie
rifiuto e assenza.
Quella terra avida di acqua
non ha avuto che il sangue
per irrigare il grande silenzio
quel deserto afflitto ha aperto le trincee del sonno.
E in un baleno gli uomini
si sono riversati dentro a migliaia
la pelle scorticata
una candela accesa vegliava all’interno
della gabbia toracica defunta.
Un poco di cielo abitava quei corpi votati all’oblio.
Una coperta di sabbia è stata deposta
su quei sacchi neri da una mano metallica.
Niente si muove più.
Neanche i ricordi ardenti dei primi amori.
Nemmeno l’uccello sconosciuto venuto da un
giorno lontano per la preghiera dei morti. E’ nero
e immobile, con gli occhi bruciati, eterno.
Quel corpo che già fu parola
non guarderà più il mare pensando a Omero.
Non si è spento. E’ stato raggiunto da una scheggia
di cielo che gli ha spezzato la voce e il respiro.
Questi cristalli mescolati alla sabbia
sono le ultime parole pronunciate da quegli uomini
senz’armi.
Facce annerite da un fuoco che non trema.
Pagina di una vita calcinata
come un segreto illeggibile.
Lo sguardo, lentamente strappato dal volto: è
un sottile foglio di carta, bello e resistente, inquietante
e leggero: un velo tra la vita e la nostra morte:
un silenzio che trattiene qualche granello di sabbia.
Le facce lavate dallo stesso fuoco breve e preciso
non sono più facce.
La traccia del ricordo di un volto è sepolta
in quegli stessi sacchi neri.
Il disordine e la disfatta hanno confuso i giorni
e gli sguardi.
Quel corpo che già fu una risata
adesso brucia.
Ceneri portate via dal vento fino al fiume
e l’acqua le riceve come resti
di lacrime felici.
Ceneri di una memoria in cui traluce una piccola
vita molto semplice, una vita senza storia, con
un giardino, una fontana e qualche libro.
Ceneri di un corpo scampato alla fossa comune
offerte alla tempesta delle sabbie.
Quando si alzerà il vento quelle ceneri
si andranno a posare sugli occhi dei vivi.
E quelli senza saperne niente
camineranno trionfanti con un po’ di morte
sul viso.
Innumerevoli sono i segnali
che si svuotano della loro acqua
laggiù, nell’estremo tumulto
sul bordo di un cimitero in movimento.
In questo paese i morti viaggiano
come le statue e le fiamme.
Portano gli occhiali
e tendono le braccia bruciacchiate
per prendere il volo.
Dicono che sono diventati invisibili
e vanno offrendo ai vivi gli anni di vita
che ancora restano loro.
Quanti anni sparsi in quel modo sul deserto:
un secolo e oltre.
Vite da raccogliere come sciacalli impagliati
vite che tremano nel dire:
«La morte non è così fatale
come la notte che è l’ombra del sole».
[…]

***
 
Ce corps qui fut un corps
ne flânera plus
le long du Tigre ou de l’Euphrate
ramassé par une pelle qui ne se souviendra
d’aucune douleur
mis dans un sac en plastique noir
ce corps qui fut une âme,
un nom et un visage
retourne à la terre des sables
détritus et absence.
Cette terre avide d’eau
n’a eu que du sang
pour irriguer le grand silence
ce désert affligé a ouvert les tranchées du sommeil
et les hommes s’y sont engouffrés
par milliers en un éclair
la peau déchirée
une bougie allumée veillait à l’intérieur
de la cage thoracique défunte.
Un peu du ciel habitait ces corps voués à l’oubli.
Une couverture de sable a été déposée
sur ces sacs noirs par une main en métal.
Plus rien ne bouge.
Par même les souvenirs ardents des premières amours.
Ni l’oiseau inconnu venu du jour lointain pour
la prière des morts. Il est noir et immobile, les
yeux brûlés, éternel.
Ce corps qui fut une parole
ne regardera plus la mer en pensant à Homère.
Il ne s’est pas éteint. Il a été touché par un
éclat du ciel brisant la parole et le souffle.
Ces cristaux mêlés au sable
sont les derniers mots prononcés par ces hommes
sans armes.
Visages noircis par un feu qui ne tremble point.
Page d’une vie calcinée
comme un secret illisible.
Le regard, lentement arraché du visage: c’est une
mince feuille de papier belle et résistante, troublante
et légère; un voile entre la vie et notre mort; un
silence qui retient quelques grains de sable.
Les visages lavés par le même feu bref et précis
ne sont plus des visages.
L’épure d’un souvenir de visage est enseveli
dans les mêmes sacs noirs.
Le désordre et la défaite ont mêlé les jours
et les regards.
Ce corps qui fut un rire
brûle à présent.
Cendres emportées par le vent jusqu’au fleuve
et l’eau les reçoit comme les restes
de larmes heureuses.
Cendres d’une mémoire où perle une petite vie
bien simple, une vie sans histoire, avec un jardin,
une fontaine et quelques livres.
Cendres d’un corps échappé à la fosse commune
offertes à la tempête des sables.
Quand le vent se lèvera, ces cendres iront
se poser sur les yeaux des vivants.
Ceux-ci n’en sauront rien
ils marcheront triomphants avec un peu de mort
sur le visage.
Innombrables sont les signes
se vidant de leur eau
dans le tumulte de l’extrême
là, au bord d’un cimetière mouvant.
Dans ce pays les morts voyagent
comme les statues et les flames.
Ils portent des lunettes
et tendent les bras roussis
pour s’envoler.
On dit qu’ils sont devenus invisibles
et s’en vont offrir aux vivantes les années
qui leur restaient à vivre.
Ainsi, que d’ans jonchent le désert:
un siècle et plus.
Des vies qui tremblent pour dire:
«La mort n’est pas fatale
comme la nuit est l’ombre du soleil».
[…]