sabato 27 giugno 2015

Tre libri, un percorso di lettura sul Califfato

Il percorso ideale (e in lingua italiana) per comprendere come si è arrivati alla creazione dello Stato Islamico è costituito da tre libri molto diversi fra loro: Storia dei popoli arabi di Marco Demichelis, Isis. Lo Stato del terrore di Loretta Napoleoni e Il Grande Califfato di Domenico Quirico. Si tratta di un percorso per approcciare il discorso da tre diverse direzioni: il libro di Demichelis fornisce uno straordinario affresco del mondo arabo da Maometto ai giorni nostri, quello di Loretta Napoleoni è un’attenta analisi politica e comunicazionale del fenomeno Isis, quello di Quirico è il reportage di un cronista puro abituato a mescolarsi alla realtà che racconta.


Storia dei popoli arabi, Marco Demichelis

 

Nel Medio e Vicino Oriente l’Occidente ha tracciato – un secolo fa – confini che sono stati subiti dalla popolazioni arabe e che, nel caso specifico di Israele, sono corrisposti a un’occupazione da parte dei coloni e a una ghettizzazione della popolazione palestinese. Il vulnus da cui scaturisce il conflitto con l’Occidente ha radici antiche, Storia dei popoli arabi di Marco Demichelis (Ananke) abbraccia quattordici secoli di storia dell’Islam, come specifica il sottotitolo “Dal profeta Muhammad alle primavere arabe”. Si tratta del libro ideale per chi voglia storicizzare i fenomeni che hanno sconvolto il Medio e Vicino Oriente negli ultimi anni. Ricercatore di Storia del Medio Oriente e Islamistica presso l’Università Cattolica di Milano, Demichelis individua i principali eventi della storia dei popoli arabi: dalle tribù preislamiche all’espansione degli omayyadi sino alla penisola iberica, dalle crociate all’ascesa dell’impero ottomano, dal colonialismo europeo alle guerre del Novecento, per concludere con le primavere arabe. La complessità storica, politica e religiosa dell’evolversi della società araba viene raccontata da Demichelis con una scrittura agile ed estremamente efficace per chiarirsi le idee su molti concetti che ritroviamo spesso nelle cronache senza conoscerne il background. Un libro che attraversa quattordici secoli di storia dei popoli arabi – e che inevitabilmente allarga lo sguardo ai “vicini” Israele, Turchia e Iran – consente una visione d’insieme nella quale lo stretto legame fra politica, religione e società si manifesta in tutta la sua evidenza sin dall’avvento del profeta Muhammad che coincide non soltanto con l’inizio dell’Islam, ma con lo sviluppo di una koinè linguistica che facilita il processo di unificazione delle tribù arabe. Secoli dopo questo processo di autodeterminazione, il colonialismo europeo compirà il peccato originale da cui deriverà l’instabilità cronica della regione mediorientale: l’accordo Sykes-Picot. Il “virus” inoculato dall’occidente, insomma, ha contagiato i paesi arabi ben oltre la fase della decolonizzazione.


st popoli arabi


Come sottolinea Demichelis:

in seguito alla fase di decolonizzazione nessun tentativo di unità tra due o più stati arabi (tra gli anni Cinquanta e Sessanta) ha mai avuto successo. E quindi importante rimarcare come dopo il fallimento del nazionalismo arabo, a partire dagli anni Settanta del XX secolo, l’Islam è tornato a giocare un ruolo eminente in queste società, esprimendo una fede alla quale aggrapparsi per arginare gli effetti di un mondo globalizzato che si fatica a comprendere. Tuttavia il settarismo arabo unito alle idiosincrasie causate dall’ideologia nazionalista, ha generato, in antitesi a un prevedibile ecumenismo religioso, un Islam politico ancorato o a singoli partiti (Fratellanza Musulmana egiziana, Ennhada tunisina, Hamas, ecc…) o a ideologie, come il wahhabismo, che sembrano compiacersi della disunità araba.

In questo contesto sono fiorite le primavere arabe e, successivamente, il Daesh, la cui ascesa e le ripercussioni su tutta la regione verranno descritte nell’aggiornamento del libro previsto per la fine dell’anno.

 

Isis. Lo stato del terrore, Loretta Napoleoni


Loretta Napoleoni è un’economista e un’analista politica, consulente di numerosi enti internazionali e forze di sicurezza. Il suo libro Isis. Lo stato del terrore, edito da Feltrinelli, è un approfondimento serio e documentato sui fattori scatenanti che hanno reso possibile l’ascesa dell’Isis, sulla sua strategia politica, sulle differenze con le altre organizzazioni jihadiste e, soprattutto, sul marketing della paura con il quale l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi si è affermata agli occhi dell’Occidente. Erede di al Zarqawi, il gruppo di al-Baghdadi è, secondo Napoleoni, un terrorismo nuovo: cinico, pragmatico e aperto alla modernità che i suoi predecessori (Al Qaeda, per esempio) rifiutavano.


Il primo segnale del pragmatismo dell’Isis è l’opportunismo con il quale i suoi vertici sfruttano la guerra per procura in Siria, contro il regime di Assad, per costruire la propria base finanziaria. È, questo, un elemento che trova poco spazio nelle cronache mainstream e che Loretta Napoleoni ripropone a più riprese come una delle prove più evidenti del carattere inedito del gruppo armato:
La guerra per procura combattuta in Siria non solo dava a membri dell’Isi l’addestramento militare, ma forniva anche i mezzi finanziari per un rilancio del gruppo, non come una delle tante organizzazioni jihadiste, bensì come un attore politico chiave in grado di conquistare un suo caposaldo territoriale e di gestire una sua macchina militare.
Nulla a che vedere con Al Qaeda, dunque, che non ha mai pensato allo sviluppo della sua rete in termini territoriali. L’Isis ha sfruttato le ambizioni degli sponsor della Penisola Arabica per poi rendersene indipendente. Il suo leader al-Baghdadi ha creato intorno a sé un’aura di mistero, ha capitalizzato al massimo la sua unica apparizione pubblica e poi ha portato avanti la sua strategia espansionistica in due direzioni: l’offerta di un nuovo Welfare ai territori conquistati e un’aggressiva propaganda a sostegno dei vari canali di autosostentamento (riscatti per i rapimenti di occidentali, estrazione e distribuzione di petrolio a basso costo e persino vendita di opere d’arte trafugate dai siti archeologici).
L’altro segno di discontinuità con il passato è, come nota giustamente Napoleoni, il fatto che gli jihadisti proiettavano il loro riscatto nell’aldilà, mentre gli uomini dell’Isis sono sì pronti al martirio, ma vogliono che la rifondazione di uno stato islamico e la salvezza si realizzino nella vita terrena.
La parte più affascinante dell’analisi di Loretta Napoleoni è quella che riguarda la strategia del Daesh sui social network. La brutalità delle esecuzioni caricate su Youtube, così come la distruzione di opere d’arte e le esplosioni in mezzo al deserto sono una pura e semplice operazione di marketing:
lo Stato Islamico sa bene che la violenza estrema è un elemento che fa vendere bene la notizia: in un mondo sovraccarico di informazioni, il ciclo mediatico di ventiquattr’ore cerca immagini sempre più crude; da qui la sovrabbondanza di foto e video di brutali punizioni e torture caricate in formati che possono essere visti facilmente sugli apparecchi di telefonia mobile. Nella nostra voyeuristica società virtuale, quel che appare come una forma di sadismo confezionato in maniera attraente è diventato un grande spettacolo mediatico.
Non c’è più nulla del luddismo talebano, ma nemmeno dello sciatto utilizzo dei video da parte di Al Qaeda: i video dell’Isis sono montati alla maniera dei documentari occidentali. E sui social network i gruppi jihadisti si agganciano ai grandi eventi (come i Mondiali di calcio) sfruttandone gli hashtag per attirare l’attenzione di chi sta in realtà cercando tutt’altro. Detto ciò, il Califfato è ben conscio del fatto che per costruirsi una legittimazione attraverso il consenso popolare occorre molto di più di un’abile campagna di propaganda attraverso i social network. Ecco, allora, che l’eliminazione degli sciiti nei territori sotto il controllo dello Stato Islamico diventa importante per tre motivi: 1) garantisce l’appoggio della popolazione sunnita locale, 2) produce una società etnicamente più omogenea, scongiurando la formazione di fronti di opposizione laica, 3) libera risorse economiche da offrire ai combattenti come bottino di guerra.
Che il Califfato riesca o meno ad affermarsi nel prossimo futuro, il nuovo modello che ha sperimentato ispirerà inevitabilmente altri gruppi armati,
conclude Loretta Napoleoni che in 140 densissime pagine fornisce ai lettori uno straordinario approfondimento che si legge tutto di un fiato.

Il Grande Califfato, Domenico Quirico

Se il libro di Demichelis e quello di Napoleoni sono la testa, Il Grande Califfato è il cuore e le viscere. Domenico Quirico è un cronista di razza, uno di quei giornalisti che rischiano di venire presto spazzati via dall’egemonia del desk e del “giornalismo quantitativo”. Il libro nasce nei giorni della prigionia, in quei cinque mesi fra il 9 aprile e l’8 settembre 2013 nei quali il giornalista de La Stampa è sequestrato dagli uomini di Jabat al Nusra. In quel periodo Quirico percepisce sulla propria pelle che qualcosa sta cambiando:
Ho superato, nel momento in cui sono stato catturato, una frontiera fatale, sono entrato, me ne accorgo vivendo con loro, nel cuore di tenebra di una nuova fase storica, di un nuovo groviglio avvelenato dell’uomo e del secolo che nasce: il totalitarismo islamico globale.
Una volta tornato a casa, Quirico cerca di trasmettere l’idea di un cambio di strategia delle formazioni jihadiste, dell’idea della rifondazione di un califfato, ma la questione sembra non interessare i nostri media. Ci vorranno le esecuzioni di giornalisti e fotoreporter su Youtube per risvegliare l’interesse dell’Occidente che pensa, almeno fino all’estate 2014, che la guerra in Siria e gli attentati di sciiti e sunniti in Iraq siano una questione che riguarda esclusivamente quelle terre.
Quirico cerca di comprendere, ma lo fa da cronista più che da analista, con una scrittura che viene dalle viscere, profondamente umanista e che a tratti sfiora il misticismo. Quirico si interroga sulla natura del fondamentalismo, scavando in una sorta di inconscio collettivo:
Il radicalismo islamico si nutre della sproporzione che c’è tra l’umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam, fino a farla diventare quasi senso di fatalità, e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale.
L’umiliazione del passato è la forza del presente:
Quello che fa la forza dei loro eserciti, spesso numericamente modesti, è che, da loro, tutti si occupano di tutto e di tutti, e l’ultima recluta ha l’impressione di essere responsabile della condotta della guerra e dell’avvento del regno di Dio. Così questi ragazzi la prendono sul serio. Obbediscono inflessibilmente agli ordini, fanno economie, senza che gli venga richiesto, sulle razioni e le munizioni. Perché sentono che quella che fanno è la loro guerra. Non quella di Bashar o Obama.
Leggere Napoleoni e Quirico, affondare nelle loro differenti narrazioni è come osservare un dipinto da lontano, in una visione d’insieme oppure da vicino, per studiarne le pennellate. Sono due letture per certi versi complementari, anche se non prive di punti di contatto, come, per esempio, quando Quirico parla dell’invisibilità del Califfo:
Al contrario di Bin Laden il califfo non si mostra perché la sua essenza è in ciò che incarna, la carica di comandante dei Credenti e il progetto che guida, creare cioè uno Stato Islamico che cancelli le nazioni imposte dal colonialismo e possa affrontare, faccia a faccia, le potenze dell’Occidente infedele.
Secondo Quirico è il concetto stesso di frontiera ad avere cambiato natura:
in questo mondo ormai i confini esistono non tanto per etnie, nazioni o fedi, piuttosto tra percezioni del mondo, comportamenti, razionalità e fanatismo, pazienza e isterismo, creatività e sete di potere distruttivo.

Per capire il Daesh la razionalità e l’analisi possono essere sufficienti, allo sguardo che abbraccia il contesto (quello di Demichelis e Napoleoni) va accompagnato quello che scava nei particolari e che cerca le ragioni nel quotidiano, quello che per comprendere ha bisogno di vedere davvero.