sabato 10 maggio 2025

Il papa agostiniano

Masaccio, Trinità, 1427

Il papa ha tenuto la sua prima omelia durante una Messa officiata nella Cappella Sistina di fronte ai cardinali. Il testo che segue ruota intorno alla reazione del teologo Vito Mancuso a un discorso che sembrava accusare di ateismo chiunque neghi sia pure implicitamente la natura divina di Gesù. A ben vedere, tuttavia, Leone XIV, quando ha denunciato l'"ateismo di fatto" non pensava tanto ai non credenti quanto ai battezzati, come risulta da un resoconto più preciso del suo discorso:  "anche oggi non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto". Sono i battezzati, appunto, a "vivere in un ateismo di fatto".  Cerchiamo di capire. I battezzati fanno parte di una confessione religiosa che crede nella Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Se un cristiano non crede nella divinità di Gesù "di fatto" sta snaturando quella che dovrebbe essere la sua fede, la quale non mette il padreterno su un piano diverso dal figlio. Quel fedele ricade nell'eresia ariana, condannata dal concilio di Nicea: i seguaci di tale dottrina negavano la natura pienamente divina di Gesù Cristo sostenendo che il Messia non era eterno e non era della stessa sostanza di Dio Padre. Nello stesso tempo Leone XIV ha reso noto il suo stemma, che comporta la scritta: "In illo uno unum". Il papa agostiniano ha fatto propria una formula di Agostino: "In lui siamo una sola cosa". Lui chi? Cristo, si capisce. La frase tutta intera non lascia sussistere dubbi: "Un unico uomo, Cristo, sono i cristiani insieme col loro capo che ascese al cielo. Non lui un individuo singolo e noi una moltitudine, ma noi, moltitudine, divenuti uno in lui che è uno" (Agostino, Esposizione sul salmo 127).

Cristiano troppo cristiano
Un falso allarme

Dio uno e trino, la trinità e il suo mistero non sono elementi originari della fede cristiana. Nei Vangeli sinottici (Luca, Marco e Matteo) non c'è nulla di tutto questo. Gesù come Dio incarnato compare solo nel  Vangelo di Giovanni che dei quattro testi canonici è il più tardivo. In Luca Gesù è solo figlio di Dio ma resta una persona a parte. In Matteo si trova la formula: "battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (28,19). Ma non si dice che si tratta al tempo stesso di una sola e unica figura. La trinità diventa un articolo di fede al primo concilio che si tenne a Nicea (325 dopo Cristo): in quella occasione si chiarisce non c'è, secondo la Chiesa, una distinzione di natura tra il figlio e il padre: Gesù non è stato creato dal padre, esiste da sempre al pari di lui, è fatto della medesima sostanza. Questa ultima particolarità è espressa dal ricorso a un aggettivo: ὁμοούσιον (homoousion).
Bene. Questo valeva per i cristiani. Gli ebrei hanno continuato a credere in un unico Dio. Si parla delle tre religioni monoteiste. Anche gli islamici che iniziano il loro percorso storico nel VII secolo dell'era cristiana hanno un Dio solo, Allah.
Nella storia dell'Occidente, poi, con il tempo, si viene manifestando la fede in un Dio che non è quello della tradizione cristiana, che non è il padre di Gesù quindi, ma è un essere superiore unico. Il filosofo Voltaire, per esempio, era deista, credeva in un Dio definito al di fuori di ogni riferimento a miracoli, rivelazioni o dogmi religiosi. Non parliamo di Spinoza, che un secolo prima era stato accusato di ateismo perché identificava Dio con la natura (Deus sive natura, appunto). Per venire ai nostri giorni Norberto Bobbio lasciò scritto: «Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in molti modi». 
Ed ecco che il nuovo papa, nella sua prima uscita pubblica dopo l'elezione, fa sapere che considera ateo "di fatto" chi guarda a Gesù solo come a una specie di leader carismatico o di superuomo. Bella pretesa. In tal modo Voltaire e Bobbio si ritrovano atei a loro insaputa. Chiaramente il gioco non funziona. Il teologo Vito Mancuso si chiede allora (La Stampa, 10 maggio 2025):

"davvero chi nega la natura divina di Gesù o la valuta diversamente dal dogma cristiano vive in un «ateismo di fatto»? Io penso proprio di no. Si può benissimo pensare a Gesù come a un grande uomo, un santo, un profeta, magari il più grande tra i profeti, senza per nulla abbracciare né teoricamente né praticamente la visione atea della vita che nega la Trascendenza e riduce tutto a materia approdando al più puro nichilismo teoretico. Negare la natura divina di Gesù non è ateismo, meno che mai lo è diminuirla rispetto alla pienezza della natura divina del Padre. Semmai è una forma di fede diversa dal cristianesimo ortodosso proclamato a Nicea 1700 anni fa che designa Gesù «della stessa sostanza del Padre», per ritenere invece che avessero ragione Ario e i suoi, tra cui il vescovo Eusebio di Cesarea, importante storico delle origini cristiane. Perché questa loro visione teologica dovrebbe essere “ateismo”? Non lo è, è piuttosto un modo diverso di credere in Dio. Così come quello dell’ebraismo e dell’islam che non attribuiscono alcuna natura divina a Gesù, e che non sono certo ateismo ma appunto altri modi di credere in Dio".

Può essere interessante anche vedere come Gesù era visto dal socialista Jean Jaurès in un suo scritto del 1891, La questione sociale e il sentimento religioso. Questo personaggio era stato a Parigi allievo  dell'Ecole normale, dove aveva avuto tra i suoi compagni di corso il futuro premio Nobel (per la letteratura) Henri Bergson. Fu a lungo deputato socialista, trovò a un certo punto il modo di dedicarsi con successo alla ricerca storica e, in taluni momenti, si dedicò anche alla riflessione filosofica arrivando a sfiorare il campo della teologia. Per Jaurès, quindi, l'umanità era destinata a realizzarsi in forme sempre più alte attraverso la ragione, la dolcezza e l'amore, avvicinandosi in tale processo a Dio. In questa visione, Gesù rappresentava l'esempio di una elevazione spirituale spinta al massimo livello. Non era perciò una divinità incarnata, era un uomo che, attraverso la sua coscienza superiore e il suo impegno per la giustizia e l'amore universale, si era avvicinato al divino. 
Lasciamo stare ora Jaurès, Bobbio e Voltaire. Tutto sommato, Leone XIV ha svolto un  ragionamento. Se si segue quel ragionamento e si vanno a vedere le inevitabili conseguenze logiche di esso. gli ebrei e gli islamici si devono considerare atei. Voi capite l'assurdità di un tale marchingegno. Non può essere. Certo, il papa ha tutte le ragioni di ribadire la sua fede nel cristianesimo. Mettiamo pure che sia passato il tempo della globalizzazione sul terreno degli scambi commerciali. Siamo sempre nel villaggio globale, invece, per ciò che riguarda la comunicazione. L'ecumenismo dovrebbe essere all'ordine del giorno. Presentare come un dogma universalmente valido la divinità di Cristo al punto di bollare come atei i seguaci di altre religioni monoteiste significa condannarsi alla solitudine. Cristiani o no, la terra, il pianeta è la nostra patria comune. Cerchiamo di guardare con rispetto ai nostri fratelli nella fede, ossia a quanti con animo religioso si interrogano sull'enigma dell'esistenza.

 

Massimo Cacciari sul nuovo Papa: «Io, non credente, sono contento della scelta. Ma l’Europa ha perso centralità»

Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 9 maggio 2025


Massimo Cacciari, un Papa eletto in quattro scrutini…


«Innanzitutto devo fare una premessa doverosa, io questo Papa non sapevo chi fosse, non lo conoscevo, non era Ratzinger di cui avevo letto i libri, perciò devo basarmi sul suo curriculum che è importante e significativo».

Ossia?


«È il curriculum di un sacerdote in prima linea, di un missionario che ha fatto esperienze concrete e reali. E poi è un agostiniano…».

E quindi ?


«La posizione di Agostino è sempre un segno di contraddizione nei confronti dei poteri mondani ma è anche un segno di contraddizione all’interno della Chiesa. Non dimentichiamoci che Lutero era un agostiniano. Il cristianesimo radicale che è proprio di Agostino potrebbe avere una grande efficacia.

venerdì 9 maggio 2025

Un dramma a due voci


Giovanni Bianconi

Il figlio della vittima e l’ex Br L’incontro fra due memorie per dare senso a una tragedia


Il Dio di Agostino


Una giornalista di obbedienza meloniana auspicava, giorni fa, in una trasmissione televisiva, che il nuovo papa ridesse l'importanza dovuta a Dio rispetto al rapporto con il mondo. Leone XIV, nel suo discorso inaugurale, ha parlato di Gesù e di Maria, la trascendenza che si fa umana, non del Padre. Volendo chiudere la sua allocuzione con una preghiera non ha scelto il Pater noster, ma l'Ave Maria. L'accenno al Padre è arrivato per ultimo, come riferimento obbligato, nella benedizione finale. Quanto a Dio uno e trino, ci si può chiedere che cosa si debba intendere con questa parola. Che cosa intenda il nuovo papa, sarebbe materia di studio. Una scorciatoia ci è offerta dal teologo Vito Mancuso che è andato a scovare una pagina di Agostino. Come si sa, Leone XIV è un agostiniano. Ed ecco che viene fuori non un "Dio padre che sei cieli", ma il sentimento interiore della trascendenza. Questo Agostino si ritrova sulla stessa linea di un Meister Eckart o, in altro ambito, di Carl Gustav Jung, a sua volta figlio di un pastore protestante. È proprio vero che le vie del Signore sono infinite. 

Vito Mancuso, Leone XIV, un agostiniano dopo un gesuita. La continuità nella discontinuità, La Stampa, 9 maggio 2025

...  in onore del nuovo Papa, desidero concludere con una pagina delle “Confessioni” di sant’Agostino nella quale il grande teologo e filosofo cristiano rivolgendosi al suo Dio pone questa domanda: «Cosa amo, quando ti amo?». Domanda profondissima, che chiunque afferma di amare Dio dovrebbe porre a sé stesso: cosa si ama veramente quando si dice di amare “Dio”? Agostino fa una serie di ragionamenti che qui è impossibile riportare e poi sorprendentemente conclude: «Amando il mio Dio amo la luce dell’uomo interiore che è in me». La più grande trascendenza la si ottiene nella più grande immanenza, nella nostra interiorità. 

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Vocatus atque non vocatus, Deus aderit

Cosa intende Jung per Dio nella frase scolpita sulla porta della sua casa? Il demone che ci abita e a cui non possiamo sfuggire? O la domanda ultima? Forse in quel “vocatus atque non vocatus” c’è il richiamo a una trascendenza che non è riducibile alla nostra percezione di essa. Un qualcosa che c’è, che si trova in noi se viene cercato, e che  continua a sussistere anche in mancanza di sollecitazioni esterne. (Giovanni Carpinelli)

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Gianfranco Ravasi, Jung risponde a Giobbe, Il Sole 24ore, 24 aprile 2011 

Anni fa, trovandomi a Zurigo, mi feci condurre lungo le sponde del lago omonimo fino alla cittadina di Küssnacht che s’affaccia sia su quello specchio d’acqua sia sulle Alpi dei Quattro Cantoni. Là io ero venuto soprattutto per dare uno sguardo alla casa ove Carl Gustav Jung aveva a lungo vissuto ed era morto il 6 giugno 1961 (era nato a Kesswil nel 1875). Se ben ricordo, mi impressionò una scritta latina apposta sulla facciata che recitava: Vocatus atque non vocatus, Deus aderit. Dio, quindi, era considerato sempre presente sia che l’uomo l’avesse invocato o meno, chiamato in soccorso, interpellato o ignorato. Echeggia in queste parole una battuta profetica isaiana citata dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, da lui considerata come emblematica della sua dottrina sul primato della grazia divina che precede ed eccede l’azione umana: «Isaia arriva fino a dire: Io, il Signore, sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato anche a quelli che non mi invocavano» (10,20).

Marco Vannini, Prego Dio che mi liberi da Dio: La religione come verità e come menzogna, Bompiani, Milano 2010

Eckart, nel suo sermone Predica Verbum, spiega che la parola “Dio” si proferisce correttamente solo quando la si genera , ovvero quando – a partire dal silenzio ovvero dal più profondo distacco – il verbum, il logos viene generato nell’anima, dunque quando si è quella Parola.”
Eckart rifiuta l’idea di Dio in quanto “ente” e la considera un’idea idolatra, perché porta ad oggettivare Dio e a pensarlo come separato da sé. Concepisce invece Dio come logos che viene continuamente generato all’interno della nostra anima, qualcosa che ritroviamo e facciamo vivere nel profondo di noi stessi, che abita in noi.

COMMENTO

In questa chiave, forse, il “Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” diventa più comprensibile. Dio abita in noi e quindi è presente, poco importa se noi siamo o no consapevoli della sua presenza. Alla consapevolezza della presenza divina si giunge rientrando in noi stessi, nella nostra interiorità, esplorando il fondo della nostra anima. E così cambia anche il modo di concepire la religione, non come credenza in un ente esteriore, ma come “conoscenza dello spirito nello spirito”, esperienza interiore che ci porta a generare il logos nell’interiorità dell’anima nostra. E che trasfigura il nostro sguardo sul mondo e su noi stessi. Questo è credere, per il cristiano Eckart.

https://machiave.blogspot.com/2025/01/giobbe-il-lamentoso.html


Il discorso del Papa


 

La pace sia con tutti voi!»

«Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!

Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma!

Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!

Voglio ringraziare anche tutti i confratelli cardinali che hanno scelto me per essere Successore di Pietro e camminare insieme a voi, come Chiesa unita cercando sempre la pace, la giustizia, cercando sempre di lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari.

Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto: “con voi sono cristiano e per voi vescovo”. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato.

Alla Chiesa di Roma un saluto speciale! Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore.

(Pronunciato in spagnolo)

Y si me permiten también, una palabra, un saludo a todos aquellos y en modo particular a mi querida diócesis de Chiclayo, en el Perú, donde un pueblo fiel ha acompañado a su obispo, ha compartido su fe y ha dado tanto, tanto para seguir siendo Iglesia fiel de Jesucristo.

E se mi permettete una parola, un saluto a tutti e in modo particolare alla mia cara diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo.

A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, di Italia, di tutto il mondo vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.

Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore.

Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre».

COMMENTO

Prime parole sulla pace. Dialogo e amore. Richiamo al Vangelo e alla figura di Cristo. Ha nominato due volte Bergoglio. Continuità. Ha tirato fuori la sinodalità (collegialità). Rottura. Americano / latino. Conclusione su Maria, Madonna di Pompei (rosario). Ave Maria e non Pater Noster. Leone è un modo per risalire indietro e segnare un nuovo inizio. Papa sociale, l'ultimo Leone. Papa che fermò Attila, Leone Magno.


Leone



Contro ogni dominatore: il destino di Leone XIV è nel nome

 Giovanni Maria Vian, Domani, 9 maggio 2025


La scelta del nome mostra le idee chiare e lo spirito di Prevost, che ha saltato tutti i papi del XX secolo, ma anche quello assunto dal suo predecessore Bergoglio, pur accattivante e fin troppo atteso. “Francesco” si leggeva su un cartello appeso al collo di un bizzarro personaggio con il saio mentre si aspettava la fumata bianca, e il nome era stato ventilato, se non addirittura preparato, durante la sede vacante, come prima del conclave confidarono tranquillamente a un giornalista due cardinali elettori spagnoli.
Il richiamo più immediato è a Leone XIII, il papa latinista eletto nel 1878 che crea cardinale Newman e pubblica la prima grande enciclica sociale, la Rerum novarum. Ma più potente è la suggestione suscitata da Leone Magno. Primo vescovo di Roma di cui si conservano le prediche in un meraviglioso latino e teologo acclamato anche dagli orientali al concilio di Calcedonia, nel 452 si incontra a Mantova con Attila, il re degli unni che aveva devastato l’Italia settentrionale.
Leone convince il terribile sovrano a non calare verso Roma, e la città viene risparmiata. Il tentativo non riesce pienamente tre anni dopo con i vandali di Genserico, ma il saccheggio della città viene in parte limitato. Metafora di un papa di Roma che dovrà fronteggiare altri dominatori.

giovedì 8 maggio 2025

Sinistra senza pensiero


La “maledetta” primavera del 2025
Franco Livorsi
Città futura on line, 8 maggio 2025

... Ma perché questo accade?

Non è questione di lotta vittoriosa della borghesia contro il proletariato, come detto da un grande sociologo come Luciano Gallino nei suoi ultimi anni, per comprensibile reazione polemica all’establishment (come in La lotta di classe contro la lotta di classe, del 2012 e poi 2018). Abbiamo letto troppo Marx per non dare per scontato che ogni collettività sociale si prende gli spazi economico-sociali che il contesto storico sociale le consente di prendersi. Viviamo in un mondo in cui con un clic si comunica con chiunque, si vede chiunque faccia a faccia all’istante, e volendo si finisce per poterlo raggiungere anche fisicamente, seppure, per i più poveri, a rischio della pelle. I capitalisti portano le imprese dove c’è più forza-lavoro da comprare, e perciò costa molto meno ((e perciò abbassa il suo “valore” pure “qua”); la comperano (l’energia o capacità lavorativa di ogni ordine e grado) dov’è non solo abbondante e desiderosa solo di vendersi sul mercato, ma più o meno senza diritti e, in più, last but not least, dove loro pagano meno tasse, o non se ne pagano affatto. Anche i cervelli emigrano dove sono pagati di più. Persino i poveretti che scappano dalla Nigeria o altri poverissimi paesi seguono la stessa logica dei migliori cervelli, andando dove sono valorizzati comunque molto meglio che a casa loro, dove i poveri fanno la fame e se si ammalano spesso muoiono presto. L’informazione via etere, che arriva ovunque, fa apparire alla povera gente l’Occidente come il paese di Bengodi, o comunque come la terra in cui si mangia tutti i giorni, e si è più o meno curati dalla nascita in poi. La marea incontenibile degli immigrati turba l’ordine interno degli Stati e comunque “scoccia” tanta gente legata alle vecchie abitudini popolari. Anche se a mio parere tra dieci anni sembrerà persino strano che si sia pensato di poter fermare un’immigrazione biblica “per legge”.

Ma andrebbe pure spiegata l’incredibile caduta del livello degli statisti del mondo, mai sceso così in basso. Questo va pure al di là di questi dinamismi economici. Ciò sembrerebbe confermare il motto latino antico, poi cristianizzato, per cui quos Deus perdere vult dementat (“Dio fa impazzire quelli che vuole rovinare”). E vale per entrambe le parti in lotta, ossia tanto in campo populista (sovranista, ma io direi puramente e semplicemente neo-nazionalista “con basi di massa”) quanto in campo democratico progressista, riformista democratico e socialista. I capi neo-nazionalisti più potenti del mondo “sembrano” mattoidi veri, e i loro oppositori spesso sono “svitati”, nel senso di leader che non sanno quello che fanno, spesso come coscritti che si sparino sulle scarpe. Ho sempre trovato assurdo dare il voto alle forze in campo nella storia o politica “vera”, come i commentatori delle partite di calcio al bar il lunedì mattina, ma ora il dato umano negativo, o inadeguato, mi pare “non-normale”. Ci son troppi “matti” che si aggirano per il mondo (i più stimabili sono progressisti “scervellati”).

Sembra che alla fine dei “mondi” della storia capiti molto spesso. Alla fine dell’Unione Sovietica ci fu un Capo, Michail Gorbaciov, che all’inizio era stato una grande speranza pure per me (come scrissi sul “Ponte” nel vasto saggio del 1990 Socialismo e libertà nel mondo di Gorbaciov). Ipotizzavo, ahimé, che potesse risultare un “Lenin liberalsocialista”, anche se avvertivo già che se non avesse potuto o saputo mantenere lo “Stato di Stati” dell’URSS “unito”, sarebbe fallito. Comunque lo sopravvalutai grandemente. Il gorbaciovismo era stato una grande speranza pure per “Il Manifesto”, che all’epoca (1985/1991) diceva che la Russia stava tornando a dare “tutto il potere ai soviet”. Ma poi il “Capo”, Gorbaciov, lasciò dissolvere un impero sovietico costato tra russi e affini morti durante la cosiddetta collettivizzazione agricola e pianificazione industriale di Stalin, e in seguito all’invasione di Hitler, da trenta a quaranta milioni di sovietici, e che avendo vinto la “grande guerra patriottica” del 1941-1945 si era esteso da Vladivostok a Berlino, senza sparare una fucilata. Altro che superamento della degenerazione burocratico autoritaria del potere sovietico da Stalin in poi, degenerazione ipotizzata come abnorme, e perciò superabile, nel ’36 persino da Trockij nella Rivoluzione tradita, con speranza di riscossa contro la “degenerazione burocratica” stessa: speranza restata viva sino al crollo dell’URSS del 1991. Allora, nel 1991, implose un impero che si estendeva da Vladivostok a Berlino come se fosse stato un vecchio infartato, come non era finito mai nessun altro impero in 2000 anni di storia anteriore. Se c’era da avere una prova irrefutabile dell’impossibilità di superare la “solita” degenerazione burocratico autoritaria dello Stato-piano, pure con falce e martello, “dall’interno del sistema”, la si ebbe, e di tale portata che avrebbe dovuto persuadere, e infatti generalmente persuase, pure i ciechi.

Ora, invece, siamo chiaramente alla crisi dell’impero americano (l’impero “dell’altra parte”), con un Trump che – tentando di frenare l’immane disavanzo americano e di contenere la tendenza cinese a diventare presto la prima potenza economica e pure politica planetaria – gioca “da matto”, in modo più ignobile, ma forse non più sapiente, dell’ultimo capo comunista del Cremlino. Trump, infatti, sembra rinunciare all’alleanza con l’Europa, su cui il primato americano nel mondo si è costruito dopo un 1918 e dopo un 1945, tramite “due” guerre mondiali affrontate nella fase decisiva e vinte, con successivo predominio del dollaro nel mondo. Egli, con i suoi dazi spropositati, rischia fortemente di provocare una recessione mondiale, e di imboccare una strada che avvicina sempre di più la terza guerra mondiale non “a pezzi” ma effettiva. Persino l’uscita di Zelensky di minacciare la festa della vittoria del 1945 dei russi, illuso che l’Europa possa farlo vincere in extremis, la vedo come follia nella follia. A parte l’idiozia di minacciare di rovinare la festa russa della grande vittoria sul nazismo, costata venti milioni di morti, da parte di una repubblica ucraina già accusata, ingiustamente, di essere nazista.

Siccome l’America ha fortissimi anticorpi democratici rispetto al pur potentissimo governo presidenziale (cinquanta Stati membri, Corte suprema autorevolissima e indipendente, elezioni a mezzo termine, eccetera); e siccome l’uomo americano – Trump compreso – è sempre pragmatico (pronto a cambiare politica se va male), dovremmo salvarci. Ma potrebbe pure esplodere – magari per smottamenti fuori controllo, ad esempio in Iran se Israele ritenesse di aggredirlo, e ora tra India e Pakistan, che rischiano di innescare un nuovo conflitto terribile – una terza guerra mondiale, e allora addio democrazia nel mondo. Credo che non accadrà, ma lo ritengo possibile.

Ma la cosa più angosciante, per me, non è la follia suicida di tanti populismi o neo-nazionalismi all’attacco, bensì la cecità – vuoi in termini di realismo spicciolo e vuoi epocale – dei loro avversari.

C’è un’assenza di realismo anche nel senso di un modesto concretismo accettabile.

Anche qui è una storia vecchia. Per far succedere il peggio basta poco. Il nazionalismo, anche con il vento più favorevole della storia come nel primo dopoguerra o oggi, ha sempre richiesto che i suoi avversari commettessero errori madornali, senza i quali, anche se la storia ne fosse incinta, sarebbe abortito. Pure in Italia.

Ad esempio sarebbe stato sufficiente che allorquando, per l’ennesima volta, il liberale Giovanni Giolitti, con il famoso discorso di Dronero del 12 ottobre 1919, aprì porta e finestre ai socialisti per un governo liberale-socialista (come poi proposero pure Nitti e il re), questi socialisti, forti quell’anno di 156 deputati, e partito di maggioranza relativa alla Camera, avessero accettato, scontando pure una limitata spaccatura interna, per fermare la successiva rivolta nazionalista, autoritaria e antiproletaria scatenatasi nel 1921 come marea nera violenta dopo quella rossa del ’19-20; e ancora nei giorni della marcia su Roma dell’ottobre 1922 sarebbe stato sufficiente che i popolari di Sturzo accettassero Giolitti, come Mussolini temeva come un incubo, per fermare il fascismo. E potrei seguitare parlando di quel che fece, o non fece, la sinistra dalla grande crisi dell’assoluta egemonia della DC (1976) al grande crollo della repubblica dei partiti del 1994.

Anche in America, in anni recenti, sarebbe stato sufficiente che i democratici – sapendo benissimo ai vertici, come tanti sospettavano di qui, che Biden era un vecchio semirimbambito – avessero scelto per tempo un anti-Trump vero, per fermare Trump; ma non fu fatto, evidentemente perché la crisi d’identità della sinistra in questa fase è planetaria. Essa trasfonde persino il suo sangue, spesso “operaio”, a favore della destra. Sempre nella “logica” del “dio” che fa impazzire chi vuole rovinare.

Ma vale pure per l’Italia conquistata da Giorgia Meloni e compagnia bella. Infatti qui il governo di centrodestra si regge non per speciali virtù taumaturgiche o sovrabbondanza di voti del centrodestra, né tantomeno per la sua compattezza (che non c’è), ma solo per l’insania dei suoi avversari. Di suo ci mette solo, a parte una notevole capacità di essere, o almeno sembrare, pontiere tra Unione Europea e Stati Uniti, l’impegno a garantire stabilità di governo (“quieta non movere”, come da tanto tempo vuole “il Capitale”); a tenere un po’ i conti in ordine senza gettare i soldi dalla finestra, come si fece garantendo il 110% a chi ristrutturava la casa di prima e pure seconda proprietà sotto il secondo governo Conte. Il governo di destra non ha fatto nient’altro: se non piccole idiozie semireazionarie, come provare a limitare preventivamente manifestazioni “illegali” in cui si verifichino blocchi stradali o picchetti, o l’educazione sessuale nelle scuole, o abbandonandosi a sortite ideologiche che denotano carenza di cultura costituzionale. Il peggio in materia è stato il tentato “sviluppo” della demenziale riforma Bassanini e del nuovo articolo 5 della Costituzione, tramite l’”autonomia differenziata”, che è l’anti-Risorgimento che avanza sotto le insegne nazionaliste (anche se forse Penelope di notte scioglie la tela reazionaria che di giorno tesse per i Proci della Lega; ma non è chiaro; non si capisce ancora se siamo al neo-nazionalismo che arriva, oppure agli ultimi scampoli del berlusconismo).

Ma, ripeto, il problema sono “gli altri”. A “sinistra” si dà per scontato che per tutta la legislatura non potrà succedere niente. Grave errore, anche dei commentatori televisivi una sera sì e una anche. E così il vero obiettivo del Movimento Cinque Stelle di Conte non è quello di unirsi con il Partito Democratico di Elly Schlein, ma di strappargli consensi, in vista della leadership “contina” su un futuro governo tutto di là da venire. Ma proprio tale tattica, perseguita con piglio “di sinistra” caro ai massimalisti in pensione, potrà fare il gioco della Meloni. Questa forse intende bene l’antico amore degli italiani per una forza moderata di lungo corso (come erano stati i liberali dal 1848 o 1861 al 1922; i fascisti dal 1922 al 1943, e i democristiani dal 1945 al 1993). Se riuscirà a durare al governo sino alle prossime elezioni politiche, il suo partito, Fratelli d’Italia, potrà diventare la nuova Democrazia Cristiana “di destra” fallita nel 1960 con Tambroni, e tentata invano da Silvio Berlusconi dal 1994; esso diverrebbe il destra-centro sempre sognato in tale area compresa tra destra e centro. Basta durare, come agli italiani piace, in presenza di avversari di sinistra che pure di fronte ai momenti storici decisivi non si mettono mai d’accordo. L’astuzia (cioè insania) di questa sinistra per cui “divisi si vince”, e bisogna sempre “attaccare chi governa invece di dividerne le forze a partire dalle meno distanti”, è una vera “cucca” per la destra.

La Schlein, leader del PD, molto ragionevolmente cerca di tessere l’unità con Conte e il M5S, oltre che con l’Alleanza Verdi Sinistra, tramite la “politica delle alleanze”, come si chiamava una volta nel PCI. Ma l’unità non può essere un fine, ma un mezzo. Altrimenti Conte, pronto fuori dal governo, e finché lo sarà, a fare il partito di sinistra che più di sinistra non si può, giocherà sempre a chi è più “contro” (salvo tornare saggio al governo, chissà con chi). Invece tutta la tessitura andrebbe spostata sulle cose importanti da contrapporre al governo per risolvere i problemi del Paese e pure per favorire la pace nel mondo. Chi accetta questo o quello, dopo fraterno e profondo confronto programmatico, è alleato; e se no, vada pure dove Grillo anni fa voleva mandare gli avversari (sinché non rinsavisca). Insomma, senza unità sulle cose da fare, ogni alleanza è fasulla.

Ad esempio si dovrebbe elaborare e far avanzare una proposta di pace sulla guerra russo-ucraina da proporre all’Unione Europea. L’idea espressa dal quasi svitato ex presidente americano Biden di un Putin come Hitler, che ove gli si dia parecchio sull’Ucraina come si fece con Hitler nel ’38 invaderà l’Europa, non sta in piedi. Dopo tre anni di guerra e un milione di morti Putin non è neanche arrivato a Kiev. Bisognava da subito cercare il compromesso nella contesa sanguinosa e sanguinaria scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, ma tanto più dopo anni di guerra. L’Unione Europea, dopo anni di guerra, dovrebbe sì seguitare a sostenere gli ucraini, senza dare ai russi tutto quello che volevano come sembrava volere fare Trump sino a pochi giorni fa, ma l’UE dovrebbe farlo prefigurando apertamente i contenuti di una pace realistica dignitosa per le parti in lotta: la non-guerra come tra le due Coree? La rinuncia definitiva alla Crimea da parte dell’Ucraina e referendum internazionalmente garantiti per vedere con chi vogliano stare nel Donbass oppure per farne Stati cuscinetto di tipo svizzero? E così via. Non si può dare a Putin tutto quel che voleva e vuole per fare la pace, ma neppure sostenere, probabilmente “per finta” senza che questa lo intenda, sostenere l’Ucraina sino alla vittoria finale. Bisogna sostenerla in vista di una pace “onorevole”, ma da fare al più presto.

Una sinistra che lottasse per legare sostegno all’Ucraina e prospettiva di pace per un futuro prossimo farebbe il suo dovere da area socialista e democratica, secondo le sue migliori tradizioni.

Pure in materia di riforme istituzionali in Italia, è vano attaccare il ducismo della destra se non si scatena una vera battaglia contro l’autonomia differenziata, anticipata dalla demenziale riforma Bassanini e successiva modifica dell’articolo quinto della Costituzione. L’Autonomia differenziata avrebbe dovuto e dovrebbe essere combattuta come l’anti-Risorgimento. Ma, soprattutto, non ha senso combattere i progetti di premierato del governo da un lato dimenticando tutti i discorsi fatti dal 1994 in poi sul “sindaco d’Italia” (sin dalla presidenza D’Alema), o sul monocameralismo e sul premio di maggioranza (quando Renzi era il segretario del PD e Presidente del Consiglio); ma, soprattutto, si dovrebbe elaborare come sinistra, possibilmente d’intesa tra PS, M5S e Alleanza Verdi Sinistra, o altrimenti, e ben presto, come PD, una proposta di legge che ridia all’elettore almeno una preferenza nello scegliere il deputato o per un maggioritario di collegio e generale a due turni o con un congruo premio di maggioranza alla prima lista. Ma qui non voglio fare ragionamenti troppo astratti. Il punto chiave è che in Italia c’è da sempre un’instabilità di governo da sanare, una necessità di fare del potere esecutivo non già il “dominus” rispetto al legislativo e giudiziario, ma un potere autorevole come il legislativo e giudiziario, e perciò stabile tra un’elezione e l’altra, quale che sia la via per ottenerlo. Regalare tale terreno alla destra, significa aiutarla a diventare, da partito di maggioranza relativa, forza addirittura egemone nel Paese (una DC tricolore, di destra-centro, che è poi il suo sogno vero, al di là dei cascami dei fessacchiotti delle estreme). L’istanza della governabilità non va regalata alla destra, se non si sia politicamente rimbambiti.

Ma da un tale far politica con forti proposte di riforma sui maggiori nodi si è lontani.

La forma di opposizione più concreta sembra essere il tentativo di mutare i rapporti di forza tra le classi per referendum (con Pannella che dalla tomba è tutto contento essendo riuscito a dare la linea ai nipotini di Togliatti e Berlinguer, e persino di Moro). Ma sui referendum di giugno non voglio esprimermi, se non sottolineando che bisogna andare a votare. Su qualcosa posso pure avere dei dubbi di merito, ma per ora non dirò nulla perché non mi è mai piaciuto mettermi di traverso quando i lavoratori scendono in lotta per diritti conculcati, mettendo io stesso dubbi sulle proposte caldeggiate dalle loro maggiori organizzazioni sociali. Semmai si potrà farlo dopo. Al lavoro del Segretario della CGIL ho sempre guardato con simpatia, nel consenso come nel dissenso.

Landini per me è un vero sindacalista rivoluzionario. Lo apprezzo molto, ma mi piacerebbe ancora di più quale leader di un partito di nuova sinistra, come un Melenchon italiano, che qui potrebbe pure avere senso e convergere, purché da posizioni apertamente neosocialiste e lavoriste, oggi assurdamente azzerate in Italia. Non basta l’Alleanza Verdi Sinistra, che comunque non può esprimere l’anima delle grandi masse lavoratrici. E non credo affatto che il Melenchon italiano sia Conte, che mi sembra un abile politicante levantino, come secondo me la sua storia come capo di opposti governi in una sola legislatura ha già dimostrato. Se sarò smentito dal futuro, ne sarò contento.

Ho letto che Landini si sente molto vicino alle elaborazioni dottrinarie di Mario Tronti, su cui su queste pagine ho scritto articoli vasti, che nell’insieme costituiscono un libro e che sono stati riproposti, per decisione loro, pure sul sito e sulla bella rivista, che si fa a Parma, “dalla parte del torto”.

Ma per ora tutto quello che sarebbe per me possibile e necessario non accade. Questo è evidente nella “politica concreta”, ma mi pare pure il segno, nel mondo e in Italia, di un male della sinistra che concerne non solo “capi” e “tattica”, ma una carenza nel “pensiero”.

Se la destra è all’attacco a livello planetario, ciò indica pure una maggior forza, da Berlusconi a Trump per non dir di Meloni, di innovare il proprio pensiero tradizionale. Quello vecchio, repubblicano come pure fascistoide, resta sempre lì come una specie di vecchia canzone, come l’italocomunismo resta vivo nella coscienza latente degli ex comunisti italiani, o l’allure democristiana negli ex democristiani anche migliori.

Ma mentre non vedrei nel “destri” più rilevanti nel mondo e in Italia, nella politica e pure nella teoria politica, dei meri sopravvissuti del passato, che pure lascia le sue tracce in tutte le parti in lotta, ho l’impressione che il pensiero ideal-politico della sinistra che conta sia o morto oppure immutato. Siamo sempre al socialismo senza socialismo, al comunismo senza comunismo e persino alla democrazia cristiana senza cristianesimo. La sinistra non sa più fare sognare, e accade in un modo così palese da apparire persino disarmante. Deve svegliarsi dal suo lungo sonno non già dogmatico, ma post-moderno, di un disincanto da poveri diavoli, da nichilisti “costituzionali” della domenica.

Infatti senza un forte pensiero, giusto o sbagliato che sia (ma creduto tale da milioni e milioni di persone di un Paese), non si fa un vero partito. Un’ideologia davvero condivisa profondamente, sia pure a livelli diversi di consapevolezza, è alla base di ogni partito vero, nuovo o rinnovato.

Nel vuoto di “nuovo pensiero”, si è arrivati al punto che la rappresentanza del pensiero rivoluzionario, democratico e solidale, è passata addirittura al papa (il compianto Francesco), le cui encicliche sulla fraternità, che sono veri libri (Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia, del 2020, e Laudato si’. Lettera enciclica sulla casa comune, del 2015), sono l’anticapitalismo vivo. Non ci si fa più carico neanche del dialogo diretto con gli immigrati, che sono proletari. Manca un pensiero-prassi in proposito, come manca in materia di grandi crisi belliche, di governabilità dello Stato, o di lotta salariale e sviluppo. Sino a quando?

Sino a quando non so. Quello che so è che una sinistra che non sappia unirsi neanche mentre cresce la marea nera, e che non abbia una tattica per dividere gli avversari invece di dividere sé stessa, darsi un vero programma riformatore e deporlo in proposte di legge, e non sappia ridefinire il proprio pensiero politico, deve per forza perdere. Qui ho provato a ragionare da politologo. In pratica la sinistra riprenderà a vincere, nel mondo come in Italia, quando smetterà di dividersi sia sul piano politico che sindacale; quando la tattica del “divide et impera” la praticherà a danno delle forze di governo invece che di sé stessa; quando potrà presentare progetti veri su punti nodali, e quando tornerà a pensare grandi, ma aggiornati (senza rifritture, sempre indigeste), pensieri di liberazione umana. Non so né se, né quando, lo farà, in Italia e nel mondo. So solo che sinché non lo farà, o lo farà troppo poco, seguiterà a perdere; e quando invece lo farà, tornerà a vincere. Siccome sono un vecchio ottuagenario stagionato, non so se lo vedrò. Ma siccome a pagare e morire c’è sempre tempo, spero di sì. Tante volte, nella storia, quello che non accade in sei anni, accade in sei mesi. C’è speranza.



Se il sacro diventa umano


Mauro Magatti
Là dove l'umano è più fragile
Avvenire, 8 maggio 2025

Nel cuore della storia dell’Occidente, il cristianesimo ha rappresentato una svolta radicale nel modo di concepire il sacro. Secondo molti interpreti, è proprio questa tradizione religiosa ad aver compiuto la secolarizzazione del sacro: un paradosso solo apparente, se si considera che il suo fondamento è un Dio che si fa uomo. L’Incarnazione, al centro del messaggio cristiano, rompe la distanza tra divino e umano, tra trascendenza e immanenza. Non è più l’uomo che si eleva verso il sacro, ma è il sacro che discende nella carne, nella storia, nella fragilità dell’esistenza umana. Questo evento non ha solo una portata teologica, ma è il punto di partenza di un’intera civiltà.
L’Occidente, infatti, si è sviluppato a partire da questo presupposto fondamentale: la centralità della persona, la dignità della vita terrena, il valore dell’esperienza individuale e comunitaria. Senza il cristianesimo, non si comprenderebbe l’enfasi che la modernità ha posto sull’essere umano, sulla sua libertà e sulla sua responsabilità. La cultura dei diritti, il pensiero democratico, la fiducia nella storia come luogo di redenzione possibile – anche se profana – affondano le radici in quell’idea cristiana che ha fuso sacro e umano, che ha reso l’altro degno di cura perché immagine di Dio.
Per molti secoli, questo equilibrio è stato mantenuto grazie al ruolo che il cristianesimo ha svolto come religione civile. Attraverso la liturgia, la ritualità, le celebrazioni collettive e i simboli condivisi, il sacro è rimasto una dimensione viva del tessuto sociale, anche nei suoi aspetti più civili e quotidiani. I riti cristiani hanno dato forma e senso al tempo, ai passaggi della vita, ai legami comunitari. Il sacro non era solo un’esperienza individuale o mistica, ma un collante sociale, un riferimento culturale condiviso.
Oggi, tuttavia, questo ruolo si è molto ridimensionato. La religione, almeno nei Paesi occidentali, ha ridotto progressivamente la sua funzione pubblica. Il cristianesimo non è più la religione civile dell’Occidente, e con esso sembra perdersi anche la capacità di coniugare sacro e umano, rito e società. La modernità, con la sua pretesa di autonomia assoluta della ragione e dell’individuo, si è sviluppata spesso come un progetto nichilista, volto a espellere ogni riferimento al sacro o al trascendente. L’uomo, nella sua autosufficienza, finisce però per diventare misura di tutto: ma un uomo senza oltre, senza mistero, è anche un uomo esposto al rischio dell’eccesso, del delirio di onnipotenza, o al contrario della disperazione.
È in questa cornice che si possono comprendere le molte spinte fondamentaliste che attraversano oggi tutte le tradizioni religiose, compresa quella cristiana. Di fronte a una modernità che sembra svuotare ogni senso, molte culture reagiscono irrigidendosi, chiudendosi, contrapponendo il sacro come legge assoluta all’umano vissuto come decadenza. È una reazione speculare al nichilismo, e altrettanto pericolosa: perché sacrifica l’umano in nome del divino, perdendo così la novità radicale che il cristianesimo aveva portato nel mondo.
La vera sfida, oggi, è allora quella di curare l’eccesso di uomo senza negare l’umano. La Chiesa si trova di fronte a un compito inedito: mostrare che il sacro autentico non è ciò che si oppone alla vita concreta, ma ciò che la attraversa, la redime, la trasfigura. È in questa direzione che si è mosso il messaggio di papa Francesco. La sua insistenza sul volto dell’altro, sulla carne dei poveri, sull’ecologia integrale, sulla tenerezza come linguaggio divino, indica una via in cui il sacro si lascia riconoscere proprio là dove l’umano è più fragile e più vero.
Non si tratta di tornare indietro, a un passato in cui il sacro era imposto dall’alto, né di rinunciare al confronto con la modernità. Si tratta di raccogliere il cuore del Vangelo e declinarlo nell’oggi: un Dio che continua a farsi uomo, che continua ad abitare le periferie, che continua a chiamarci a una fraternità concreta, che si fa interpellare dal volto dell’altro. Il sacro, per essere credibile oggi, deve passare attraverso la carne dell’uomo, deve entrare nei suoi conflitti, nelle sue domande, nelle sue ferite. Questa è la sfida più grande della Chiesa contemporanea, ed è l’eredità più alta che Francesco lascia al mondo: un cristianesimo che non separa mai Dio dall’uomo, perché sa che è proprio lì, nell’umano, che il sacro si rivela.